“Intervista” Salvi: «Sergio, il solo che si oppone E Fassino con lui ha sbagliato»

01/07/2002



Sabato 29 Giugno 2002

L’INTERVISTA

Salvi: Sergio, il solo che si oppone
E Fassino con lui ha sbagliato

di NINO BERTOLONI MELI

ROMA – Ricorda e racconta: «Quando ero ministro del Lavoro ebbi diversi incontri con Marco Biagi, che era stato consigliere giuridico di Tiziano Treu. Biagi era persona molto simpatica, estroversa e cordiale. Subito però emersero diversità di opinione, che poi si tradussero nel "Libro bianco". Attenzione però, l’articolo 18 non c’entra nulla, il tema del confronto, e della divergenza, era la flessibilità: per Biagi era la strada maestra, per me non proprio». Cesare Salvi è stato l’ultimo ministro del Lavoro dei governi di centrosinistra e in questa veste ha avuto modo di conoscere Biagi, di valutarne idee e opinioni. L’ex ministro non fa mistero che con il professore bolognese esperto di questioni del lavoro ci fossero divergenze. Nel governo Amato il ministro Salvi faceva asse con Sergio Cofferati, il tema della flessibilità era ormai diventato croce e delizia per palazzo Chigi e per tutto il centrosinistra, «ma da qui a criminalizzare tutto un sindacato, tutta la Cgil e Cofferati ce ne corre», chiosa l’ex ministro oggi esponente di punta del correntone diessino.
Senatore Salvi, riusciste ad appianare le divergenze con Biagi, trovaste una via d’uscita?

«La soluzione la trovammo insieme: Biagi non sarebbe più stato il rappresentante-consulente del governo italiano, ma lo sarebbe stato direttamente della Ue. Avremmo in sostanza continuato ad avere rapporti di consulenza, ma senza impegno e soprattutto senza problemi per entrambi».

E subito dopo che cosa successe?

«Nominai due nuovi consulenti di cui non è il caso di fare i nomi e chiesi all’allora ministro dell’Interno Enzo Bianco di predisporre la scorta perché, si sa, chi lavora in questo campo è in frontiera. Bianco fece avere la scorta nel giro di 48 ore, ripeto 48 ore».

Questo per sottolineare che l’attuale responsabile del Viminale non ha fatto altrettanto?

«Trovo drammatico, scandaloso e gravissimo che dopo tutte quelle lettere di Biagi non si sia fatto nulla per dargli la protezione che chiedeva».

Punta il dito contro il governo?

«Delle due l’una: o Maroni, Sacconi e altri non hanno detto nulla al ministro dell’Interno, oppure quest’ultimo sapeva e non ha fatto niente. Come altro definire tutto questo se non scandaloso?».

Senatore Salvi, il professor Biagi denunciava sì la mancata protezione, ma indicava anche in Cofferati un «avversario». Su questo che dice?

«Dico che è strano, molto strano. Guardiamo ai tempi: cosa può avere detto questo "qualcuno" a Biagi ai primi di luglio del 2001, che "minacce" può mai avere fatto Cofferati, e su che, quando il governo si era appena formato da una quindicina di giorni e quando di articolo 18 ancora non si discuteva affatto? A luglio poi non si conoscevano ancora gli orientamenti di Maroni in materia».

E allora che cos’è, un attacco a freddo a Cofferati? E per quale motivo?

«Io noto questo: la vera, reale, consistente opposizione al governo viene dal mondo del lavoro, sono la Cgil e Cofferati il vero punto di difficoltà di Berlusconi e della destra. Sicché, guarda caso, improvvisamente cominciano a circolare tesi accusatorie che tendono a criminalizzare Cofferati e che vengono riprese, corroborate e rilanciate in Parlamento da alcuni ministri».

Fini però ha invitato a non criminalizzare Cofferati.

«Prendo atto. Noto comunque che le sue parole contrastano assai con le posizioni tenute nei giorni scorsi da altri ministri».

Guardando in casa sua, perché avete presentato lunedì quel documento pro-Cofferati alla direzione dei Ds?

«Un partito di sinistra deve dire se condivide o meno iniziative di mobilitazione così importanti come quelle indette dalla Cgil, senza per questo attaccare altri sindacati. Considero un grave errore politico che Fassino abbia chiesto alla direzione di votare contro il nostro documento. Ora si tratta di chiarire se è stato un incidente di percorso o il frutto di perplessità e dubbi su una battaglia politica e sociale che invece andrebbe condotta dalla sinistra politica e dai Ds in prima persona, senza lasciarla al solo sindacato».