“Intervista” Salvadori: «L’attacco del governo al sindacato è la riprova dell’emergenza democratica»

29/03/2002

 Intervista a: Massimo Salvadori
       
 



Intervista
a cura di

Bruno Gravagnuolo
 

28.03.2002
«L’attacco del governo al sindacato è la riprova dell’emergenza democratica»

«Il pericolo di nuovi attentati? Esiste. Ma è il governo che rischia di alimentarlo, con le sue uscite irresponsabili. Dobbiamo vigilare contro provocazioni e strumentalizzazioni sempre possibili, ma senza cedere al ricatto di chi chiede di abbassare la soglia dell’opposizione democratica». È allarmato Massimo Salvadori, storico del movimento operaio. Per la stretta che stiamo attraversando. Ma è altrettanto fermo su un punto: questo governo arrogante, debordante e ostile al sindacato, ci ha trascinato in un’«emergenza democratica». Che non è «regime». E che incarna tuttavia un’anomalia da contrastare senza sconti. Da arginare, prima che la «maggioranza» – legittima – si converta in «dittatura» strisciante, col premere sui distinti poteri democratici e alterandone il rapporto. Ecco, muovendo di qui, si saldano nel ragionamento di Salvadori i corni di un equivoco dilemma, finalmente superato: riformismo e indignazione. Perché, spiega Salvadori, «proprio a partire dal contrasto all’emergenza, e dallo stimolo dei movimenti – sindacato in testa – l’opposizione s’è svegliata, e oggi può far ripartire la controffensiva programmatica». Sentiamo come.

Professor Salvadori, nella disputa attuale tra «regime» e «no», lei sceglie la definizione di «emergenza democratica». Perché quest’emergenza oggi?

Ho sempre parlato di emergenza – e non di prefascismo o regime – ad indicare che non siamo in una situazione di normalità democratica. Il potere esecutivo non ha normali rapporti con quello legislativo e con l’Unione europea. Annovera ministri con posizioni irresponsabili, che il premier deve sconfessare. E poi siamo in presenza di un vulnus inflitto ad altri poteri che – pur non essendo istituzionali – vanno rispettati. Il sindacato è un punto di riferimento della società civile. Delegittimarlo alla radice comporta uno squilibrio. Tutto nasce da una politica sistematica, radicata in una concezione per cui l’esecutivo rivendica un ruolo che normalmente non ha. Non basta. Perché lo squilibrio si riproduce con il monopolio dell’informazione. E in rapporto all’autonomia della magistratura. Se ne è avuta clamorosa conferma con la protesta in occasione dell’anno giudiziario. Morando dice: “non c’è alterazione del quadro costituzionale”. Io dico: c’è un’alterazione del metodo democratico. E un disconoscimento delle reciproche funzioni.

Quali pericoli nascono dall’attacco al sindacato, e dall’accusa di aver creato un «clima» proclive al terrorismo?

Quando si surriscalda così il dibattito da parte di Ministri irresponsabili, si crea una turbativa nel paese, che deteriora la democrazia.

Sono dunque da respingere gli attacchi d’opinione alla sinistra sul cosidetto «Album di famiglia terrorista»?

Ripetiamolo: è scandaloso questo ritornello. La lotta al terrorismo ha visto in prima fila Pci e sindacato. Sappiamo bene che il terrorismo rosso era rivolto a colpire e delegittimare la sinistra ufficiale. Perciò: argomenti falsi, come hanno ricordato anche Ciampi e Andreotti. Ma il vero scandalo è un altro. È la speculazione politica di chi utilizza certi argomenti.

Superata allora, nella controffensiva democratica attuale, ogni possibile frattura tra movimenti e partiti?

Non ho mai pensato che Moretti e i professori avessero inteso altro che questo. Primo: allarme per l’emergenza democratica in atto. Secondo: preoccupazione per un Ulivo e una sinistra in affanno, nel dare una risposta politica forte. Certo, nei movimenti c’è sempre, e latente, un’illusione movimentista e «antipartiti». Ma lì il segno prevalente oggi è l’opposto: uno stimolo verso i partiti.

Come immagina i mesi che verranno e il «dopo sciopero generale»?

In Parlamento ci sono i numeri che sappiamo, numeri immodificabili. Ma occorre intanto capitalizzare un risultato. Dai movimenti al sindacato, l’opposizione ha dato una grande prova di vitalità e di visibilità. La sinistra ne esce rinfrancata. Ed è stata la miglior risposta al centro-destra, che diceva che l’opposizione era spenta. Adesso è decisivo mobilitare tutte le forze, spostare i rapporti di forza, allargare il consenso al centro-sinistra. L’opposizione deve lavorare in Parlamento, parlando a chi sta nel paese. Mostrando volontà di lotta, controbattendo su tutte le scelte del governo.

Intravede possibili fratture su cui intervenire, nella compagine dell’esecutivo?

Dobbiamo aspettarci che il governo – malgrado stia dando segni di tracotanza – possa manifestare sintomi di indebolimento. Il che già accade. Che Follini e Fini debbano correre dietro alle frane provocate da Bossi, e Berlusconi dietro agli strappi prodotti da Martino e Sacconi, la dice lunga. Un’efficace politica d’opposizione sta nel lavorare in queste crepe, intervenendo in esse e rendendole esplicite dinanzi al paese. Il tutto nella chiarezza e senza retorica politica. Spiegando il senso dell’emergenza democratica come rischio da battere. E articolando una forte e generale offensiva programmatica, nei limiti in cui il dibattito in Parlamento lo consente.

Veniamo alla geografia dell’Ulivo. Partito unico, federazione o alleanza di partiti, per battere Berlusconi?

Ho sempre pensato che l’Ulivo non possa che rimanere un’alleanza tra partiti. Se volesse essere altro, non funzionerebbe. Un partito democratico sarebbe rifiutato da gran parte della sinistra. E una federazione soggiacerebbe alla pretesa della Margherita di avere nelle mani la leadership….

Riprendere dunque, e riconfermare, l’idea di un grande partito socialdemocratico, alleato col centro democratico?

Sì, sono fermo all’ipotesi su cui Fassino a Pesaro ha vinto il congresso: un partito del socialismo europeo. Anche perché sono convinto che un appiattimento delle varie componenti del centro-sinistra l’una sull’altra, in un soggetto unico, comporterebbe una rincorsa di tutti verso il centro. E finirebbe con l’impoverire e restringere il bacino di consenso dell’opposizione.