“Intervista” Sacconi: «Puntare su accordi territoriali»

04/09/2002




      ALLARME SUI CONTI
      PARLA SACCONI


      Mercoledì 4 settembre 2002



      «Puntare su accordi territoriali»

      Massimo Mascini


      ROMA – Cambiare le regole del 1993, approdare a un sistema di contratti centrato sul territorio dove le dinamiche salariali siano strettamente legate all’andamento della produttività. È questa l’indicazione che Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare, crede di poter dare alle parti sociali. Una trasformazione che deve essere decisa da aziende e sindacati, ma che il Governo potrebbe agevolare aumentando la decontribuzione del salario legato alla produttività. Sacconi, può cambiare il modello contrattuale? Non spetta al Governo dirlo. Io so che il modello contrattuale in vigore è obsoleto. Già nella seconda metà degli anni 90 la Commissione Giugni sottolineò la necessità di un passo del genere. E nel 1998 si arrivò a un pelo da un accordo in tal senso, fino a quando la Cgil non pose un veto.
      Adesso, a suo avviso, la misura è colma?
      Direi di sì. Lo ha confermato l’ultimo contratto dei metalmeccanici, quando tutti indistintamente hanno respinto la richiesta della Cgil di spalmare su tutti i lavoratori del settore l’incremento di produttività che si era verificato solo in alcune realtà, aziendali e territoriali.
      Questo suggerisce alle parti sociali? contratti territoriali?
      Questa è l’indicazione che abbiamo un anno fa dato con il Libro bianco. Redistribuire la ricchezza ancorandosi alla produttività, è l’unico sistema efficiente. Si premia chi produce di più, senza dare fiato all’inflazione.
      Non ci sono controindicazioni?
      Il modello alternativo, quello che definisce centralisticamente la dinamica salariale per tutto il territorio nazionale, rischia di alimentare l’inflazione, perché una rincorsa tra prezzi e salari è sempre perdente e ne fanno la spesa i redditi fissi, mai sufficientemente protetti. Una difesa dall’inflazione è sempre ben vista dai lavoratori. Sì, ma bisogna saper guardare un po’ più lontano. Legare i salari all’inflazione è un obiettivo sbagliato e per di più ha effetti modesti se si pensa che un decimo di punto vale per i metalmeccanici 3mila delle vecchie lire. Perché l’obiettivo è sbagliato?
      Perché un modello del genere comporta una struttura contrattuale centralizzata e aumenti uguali per tutti, ma così stimola l’inflazione, e alla fine lascia insoddisfatti i lavoratori, almeno quelli delle aree e delle aziende dove si è registrata una crescita della produttività. Un eccessivo ancoraggio al tasso di inflazione programmato è perdente. I sindacati protestano contro il tasso di inflazione programmato indicato dal Dpef, dicono che è fuori misura. Ma non è vero. Comunque negli anni scorsi è stato registrato uno scostamento maggiore. I contratti del pubblico impiego hanno dovuto registrare uno scostamento di due punti percentuali. Stavolta si arriverebbe al massimo a una perdita di un punto, ma proprio se tutto dovesse andare nel peggiore dei modi. Un punto percentuale è sempre una cifra per chi guadagna poco. Sì, ma non bisogna dimenticare che siamo in presenza di una bolla inflazionistica congiunturale, non strutturale. Tutto è legato al changeover e a qualche speculazione.
      Quando potrebbe partire questa trasformazione del modello contrattuale?
      Le parti sociali potrebbero adottare questo nuovo modello contrattuale già nei prossimi mesi, prima che inizi la nuova stagione contrattuale.
      Anche per il pubblico impiego?
      Purtroppo no, servirebbe una responsabilizzazione dei centri di spesa maggiore di quella attualmente esistente.
      I tempi sarebbero molto stretti.
      Sì, ma a volte la fretta è buona consigliera. L’eccezione che viene sollevata dalla Cgil, adesso come nel 1998, è che perderebbe di peso il contratto nazionale.
      Il contratto nazionale deve mantenere una funzione di garanzia, di cornice, deve indicare i trattamenti essenziali. Il baricentro deve essere il territorio, una piccola Regione, una Provincia, più Provincie. Si deve seguire l’esempio di quei settori, l’artigianato, l’edilizia, che già da tempo hanno trovato nel territorio una camera di compensazione per coniugare flessibilità, dinamismo aziendale e controllo sociale, dando luogo non a caso a quegli organismi bilaterali che anche il Patto per l’Italia indica come strumenti di governo del mercato del lavoro.
      Il Governo come pensa di accelerare questa trasformazione?
      Se necessario aumentando la decontribuzione già prevista, attualmente al 3 per cento.
      Le aziende avrebbero il loro vantaggio?
      Per le imprese un modello contralistico sembra più conveniente, non fosse che perché è più facile da applicare. Ma quel tempo è finito. Un diverso sistema conviene a tutti. Del resto, dovrebbe sempre esser lecito sostituire le regole territoriali con un accordo aziendale.
      È possibile prevedere anche nuove regole per la rappresentanza?
      Mai con una legge. Le relazioni industriali devono restare un gioco libero, dove le parti si autoriconoscono. Se credono, possono anche stabilirlo con un accordo.