“Intervista” S.Pezzotta: «Verso i sindacati spero in un salto culturale»

03/02/2005

    giovedì 3 febbraio 2005

    pagina 2

      Intervista
      Savino Pezzotta, segretario della Cisl

        «Verso i sindacati spero
        in un salto culturale»

          Felicia Masocco

            ROMA
            Savino Pezzotta, il maggiore partito dell’opposizione va a congresso. Che cosa si aspetta il leader della Cisl?

              «Credo che i Democratici di sinistra dovrebbero fare uno sforzo per uscire dalla tradizionale concezione del rapporto tra partito e sindacato. In una società post-ideologica come la nostra non è più proponibile un primato secco alla rappresentanza politica rispetto alla rappresentanza sociale. Occorre definire un principio di pluralismo in cui siano chiari i ruoli e le differenze e pertanto la reciprocità delle autonomie. Non tocca al sindacato contribuire alla definizione del programma di uno schieramento politico o di un partito, ma tocca al partito nella sua autonomia guardare alle proposte, ai bisogni e alle speranze di una grande organizzazione come il sindacato e incorporarli nel suo programma. Col sistema maggioritario il ruolo dei corpi intermedi tende ad essere sminuito, mentre per avere una democrazia più partecipata noi abbiamo bisogno che quel ruolo venga valorizzato. Dai Ds mi aspetto questo, un salto culturale rispetto ai modi con cui la sinistra ha impostato i rapporti col sindacato».

                Però c’è sempre stata molta attenzione dai Diesse per il movimento sindacale…

                  «E qui vengo alla seconda questione. L’unità è un’aspirazione che il movimento sindacale italiano porta con sé, credo però che il partito dovrebbe guardare alla pluralità dei sindacati perché ormai in Italia ci sono tre grandi organizzazioni che sono portatrici di alcuni valori comuni ma che declinano in modalità di politica e di contrattazione differenti: questa pluralità è una ricchezza, non un limite, per cui bisognerebbe prestare attenzione agli elementi che compongono quello che io definisco pluralismo».

                    Rispetto ai temi del lavoro, come si crea a suo avviso nuovo consenso sociale?

                      «Mi sembra che negli ultimi tempi nel dibattito politico italiano sia cresciuta l’attenzione verso il ceto medio. Io credo invece che bisogna tornare ad interessarsi dei ceti popolari, cioè di quelle persone che non hanno un’alta scolarità, che svolgono lavori manuali, che hanno famiglia, ma ci sono anche i giovani, che non hanno redditi elevati e che ogni giorno devono fare i conti con qualche elemento di vulnerabilità e forse proprio per questo hanno qualche germe conservativo, devono tutelare ciò che hanno conquistato. In Italia non sono pochi. Un tempo si raggruppavano schematicamente nella classe operaia, oggi li chiamerei ceti popolari. Credo che un partito della sinistra, e anche il sindacato, dovrebbe cominciare a guardare con maggiore attenzione a questi ceti perché sono quelli che in situazioni di crisi pagano di più. Il ceto medio può anche far vincere le elezioni ma qui si vince con un’idea di mondo, di società, di solidarietà».