“Intervista” S.Pezzotta: «Serve una riforma degli incentivi al Sud»

02/11/2004

              martedì 2 novembre 2004

                intervista

                PARLA IL LEADER DELLA CISL CHE OGGI INCONTRERÀ I RAPPRESENTANTI DELLA CONFINDUSTRIA
                «Serve una riforma degli incentivi al Sud»
                Pezzotta: investire nelle aree più deboli per far ripartire il Paese

                Alessandro Barbera

                PEZZOTTA, oggi incontrate Confindustria per discutere di Mezzogiorno e presenterete un documento comune. Può anticiparci le linee guida?
                «Gli obiettivi di fondo riprendono quelli dell’accordo sulla competitività del 2003: proposte per la valorizzazione delle risorse naturali e storico-culturali, delle risorse umane, come sostenere la vitalità imprenditoriale ragionando delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie e di aree per nuovi insediamenti produttivi. Per fare questo c’è bisogno di un sistema di fiscalità di vantaggio per le imprese, della riforma degli incentivi, di infrastrutture e di un nuovo rapporto tra banche e imprese, tra università e mondo produttivo. E di concertazione, a livello nazionale e territoriale».


                Affronterete nuovamente il tema dei contratti?

                «La questione non è all’ordine del giorno, ma io insisto nel dire che se non ci si adegua dal punto di vista degli strumenti contrattuali anche gli elementi concertativi restano deboli. E’ un tema ineludibile per il quale dovremmo accelerare il lavoro della commissione unitaria che abbiamo insediato».


                E’ un appello alla Cgil?

                «Io non lancio più appelli, perchè cadono nel vuoto. Dico che abbiamo un’esigenza: un modello contrattuale che valorizzi il territorio e i livelli decentrati. La Cisl farà di tutto per andare in questa direzione».


                Torniamo alla questione del Mezzogiorno. Voi dite che bisogna evitare la spesa improduttiva, ma l’esperienza purtroppo offre risultati alterni al sud.

                «Se il Paese vuole ripartire lo deve fare dalle aree più deboli. Noi non ci sottraiamo ad un confronto sulla razionalità degli interventi. E invece il governo cosa fa? Taglia le tasse ai più ricchi. Anche ammettendo la possibilità che l’intervento spinga sui consumi – e io ne dubito – si tratta comunque di una misura congiunturale».


                Insomma, siete contrari ad un intervento in materia fiscale.

                «Al contrario. Abbiamo fatto proposte precise a sostegno della famiglia, dei ceti più bassi, degli incapienti e per la restituzione del fiscal drag (drenaggio fiscale, ndr). Di un taglio generalizzato delle tasse se ne può riparlare quando sarà ripartita l’economia».


                Un liberista le risponderebbe che gli investimenti privati vanno sostenuti, e che il taglio delle tasse va in questa direzione.

                «Questo piano di tagli fiscali farà vendere solo qualche barca in più, l’unico settore che non è in crisi, o immobili, ma in nessun modo sosterrà i veri investimenti. Oggi per svoltare c’è bisogno di un intervento pubblico. Perchè la Francia non rinuncia al ruolo dello Stato nell’economia? E gli Stati Uniti?».


                I sostenitori del taglio delle aliquote ai più ricchi sostengono che scoraggerebbe l’evasione.

                «Si, intanto però si sono fatti i condoni. Io so che in America se uno evade le tasse va in galera, non so a quanti accada in Italia».


                Su questo tema la Finanziaria di Siniscalco non va nella direzione giusta?

                «Alle parole devono seguire i fatti, che non si vedono. Noi avevamo firmato il patto per l’Italia, che prevedeva diversi impegni che il governo non ha onorato: dalla riforma degli ammortizzatori sociali agli interventi a favore dell’innovazione. Ora ci avevano detto che si sarebbero aperti due tavoli sulla Finanziaria, su tutela del reddito e competitività, e invece niente. Chi critica le mobilitazioni deve guardare prima di tutto ai propri metodi di confronto».


                Si riferisce al ministro Maroni?

                «Il rapporto con le parti sociali deve essere lineare. Se mi prometti il dialogo e poi tutto si consuma all’interno della tua maggioranza, qual’è il mio ruolo?».


                Se l’atteggiamento del governo cambiasse sareste disponibili a revocare lo sciopero?

                «Sono poco ottimista. Ci sono aperti troppi fronti: il rinnovo del contratto dei pubblici e quello del trasporto pubblico locale, per il quale prima di vedere blocchi generalizzati in tutte le città basterebbe un po’ di buona volontà».


                Cosa ne pensa del rinnovo contrattuale firmato in Germania dai metalmeccanici?

                «Non entro nel merito dell’accordo, ma constato che lì c’è un forte sindacato unitario. Il sindacalismo confederale italiano oggi ha bisogno di riformarsi, e se non afferma autonomia e capacità progettuale va incontro al declino del suo ruolo politico».


                Sta parlando di unità sindacale?

                «No, non è questo il tema all’ordine del giorno. Il problema è il rapporto tra noi e la politica in un sistema bipolare – dove l’utilità marginale di un partito può determinare scelte definitive – e in una società ed un mondo del lavoro che cambia. La mia organizzazione è da molto tempo che non ha più rapporti organici con i partiti, e questo la rende più aperta a cogliere alcune novità».