“Intervista” S.Pezzotta: «Serve un nuovo patto sociale»

22/09/2004


            mercoledì 22 settembre 2004

            sezione: ITALIA LAVORO – pag: 23
            CONCERTAZIONE • Parla Savino Pezzotta (Cisl): più sicurezza sul lavoro in cambio di un impegno per la competitività
            «Serve un nuovo patto sociale»
            Gli strumenti contrattuali sono inadeguati: la riforma del sistema dovrà legare le prestazioni ai risultati d’impresa

            MASSIMO MASCINI

            ROMA • Maggiore sicurezza del destino dei lavoratori in cambio di una più forte disponibilità di questi ad aiutare l’azienda a ritrovare la sua perduta competitività. Sembra questo, nel giudizio di Savino Pezzotta, il segretario generale della Cisl, il nuovo scambio sociale, sulla cui base la contrattazione potrà risorgere. Ma perché ciò avvenga, osserva, è necessario che il sindacato trovi una sua nuova dimensione, un diverso impegno, assumendosi responsabilità che finora ha sempre evitato. Alternative non ce ne sono, tranne il declino e la rassegnazione a veder cadere i valori forti del sindacalismo di questi anni.
            Pezzotta, sta cambiando la contrattazione?
            Sì, profondamente. I lavoratori si sentono profondamente insicuri e cercano maggiori sicurezze, soprattutto vogliono allontanare lo spettro della disoccupazione. Tutti i più recenti accordi, compresi quelli per l’Alitalia, puntano ad allungare l’orario, quindi a maggiorare la prestazione ci lavoro, ma a dare in contraccambio ai lavoratori maggiori certezze.
            È questo il nuovo scambio sociale?
            Sì, maggiore certezza del futuro dei lavoratori e una razionalizzazione della produzione che aumenti la competitività dell’azienda. Su questo terreno dovrebbe operare adesso il sindacato.
            Con quali strumenti?
            Gli strumenti a nostra disposizione non sono adeguati e per questo cerchiamo un nuovo sistema contrattuale, che dia garanzia di solidarietà al livello nazionale, ma sia capace di legare la prestazione ai risultati d’impresa, aumentando qualità o produttività. Un sistema che convinca il lavoratore ad agire perché i risultati d’azienda siano sempre migliori e poter avere così in cambio maggiori sicurezze. L’obiettivo è un rapporto più profondo del lavoratore con la vita dell’impresa.
            Che tipo di rapporto?

            Una reale partecipazione. Può entrare nell’azionariato, o nei consigli di sorveglianza. Ma si può anche inventare qualcosa di nuovo. Importante è che il lavoratore ne sappia di più dello sviluppo e dell’andamento dell’impresa e quindi della sua condizione di lavoro.
            Un controllo che arrivi anche alle condizioni di lavoro?
            Sì, è molto importante che il lavoratore, o i suoi rappresentanti, siano messi in grado di seguire i cambiamenti del processo produttivo. Io non ho mai creduto alla teoria del declino, non penso che la globalizzazione porti solo via alcuni pezzi del sistema produttivo. Credo invece nella teoria della metamorfosi, secondo il quale nel sistema economico si verificano continui cambiamenti, che richiedono però processi fortemente innovativi. Per questo occorre che non solo il capitale, ma anche il lavoro sia coinvolto in questo generale processo di ripensamento.
            Così il sindacato può evitare il suo declino?
            Se il sindacato si limita a osservare chi declina, declina anch’esso. Deve tutelare quello che c’è, ma deve essere anche soggetto del cambiamento. Non può limitarsi a denunciare quello che non va, deve mettere in campo strumenti, azioni che accompagnino la trasformazione dell’apparato produttivo.
            Per esempio accettando la flessibilità?
            Io non dico che la flessibilità è brutta, cerco di governarla. E distinguo tra la delocalizzazione cercata per internazionalizzare le impresa, perché questa è azione positiva, da quella che tende solo a limare i costi, che non risolve nessun problema.
            Per riuscire in questa trasformazione il sindacato deve cambiare pelle. Non sarà facile.
            Deve guardare alla realtà per quello che è, senza schematismi. Deve riuscire a fare un vero salto culturale.
            Cosa può aiutarlo?
            Una effettiva valorizzazione delle proprie strutture decentrate, che vivono in prima persona il cambiamento. Il fenomeno più diffuso è l’interazione tra realtà produttive e territorio, i distretti, le reti: e quindi è necessario che il sindacato sia lì dove questi fenomeni si verificano.
            Quindi contratti decentrati?
            Quelli centralizzati non riescono a cogliere il cambiamento. Quindi contratti nazionali, con più elementi rivendicativi, per dare tutele generalizzate, ma soprattutto contratti decentrati con una marcata dimensione partecipativa. Per dare certezze ai lavoratori e aiutare le imprese a cambiare.
            In che modo le imprese verrebbero aiutate?
            La contrattazione può esercitare una forte pressione competitiva. Le imprese tendono a impigrirsi, non basta l’aggressività dell’imprenditore, pure indispensabile. Il mondo del lavoro può partecipare con forza a questo processo rinnovatore.
            Il sindacato è in grado di svolgere questo compito?
            Dipende da chi è o si sente classe dirigente, da quanta propensione al rischio hanno i sindacati. Io so che questa è la nuova dimensione del sindacalismo: o si sente parte della classe dirigente del Paese e quindi è pronto ad assumersi responsabilità più ampie della mera rappresentanza di interessi diretti o finisce per ripiegarsi su se stesso. Questa è la sfida che ci aspetta.
            Le imprese capiscono che devono cedere una parte del loro potere?
            Le imprese hanno due strade. O favoriscono questo processo partecipativo o si rassegnano a subire i percorsi conflittuali o comunque le turbolenze sociali che derivano dalle situazione di incertezza. Devono scegliere.
            Se non cambia qualcosa, la contrattazione si esaurisce?
            Il sindacato continuerebbe a rivendicare. Ma la contrattazione perderebbe di peso, sarebbe solo uno strumento di contenimento di un processo non governato. E il cambiamento avverrebbe senza i valori propri del sindacato.