“Intervista” S.Pezzotta: «Patto di stabilità più flessibile ma che non sia una groviera»

05/04/2004



05 Aprile 2004

IL SEGRETARIO DELLA CISL AL CONGRESSO DELLE ACLI
«Patto di stabilità più flessibile
ma che non sia una groviera»
Pezzotta: «Siamo contrari alla strada seguita da Francia e Germania
però si può pensare, per alcuni settori, a sforamenti temporanei»


intervista
Maurizio Tropeano
    TORINO
    AL quarto giorno del 23 congresso delle Acli la bandiera multicolore della pace compare sul palco del Lingotto. Avvolge il podio dove si alternano gli oratori. Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, saluta i delegati e il pubblico come vecchi amici perché «la mia militanza sindacale nasce da qui». Comune è stata la mobilitazione contro la guerra. Comune è la preoccupazione per le condizioni di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani. Comune è la richiesta di una «rapida approvazione della carta Costituzionale Europea perché solo così poi si può governare l’economia a livello comunitario». Pezzotta, infatti, è convinto non solo dell’urgenza di «ridefinire la mission produttiva ed economica dell’Italia» ma anche della necessità «di una nuova politica economica europea».
    Che cosa dovrebbe cambiare in Europa?
    «Non si può restare ancorati solo a rigide politiche monetarie. Serve una politica di crescita altrimenti gli obiettivi di Lisbona resteranno parole vuote. Precisiamo subito una cosa: il patto di stabilità non va sforacchiato come fosse una groviera. E’ possibile, però, un suo uso flessibile».
    Mercoledì prossimo la Commissione Europa potrebbe inviare un avvertimento all’Italia perché il rapporto deficit/Pil si avvicina alla soglia del 3 per cento. Che cosa ne pensa la Cisl?
    «Noi siamo assolutamente contrari a seguire la strada scelta da Francia e Germania che hanno deciso autonomamente di abbandonare le regole. Piuttosto che l’anarchia è meglio la rigidità. Noi però crediamo che sia possibile determinare attraverso una concertazione tra gli Stati manovre correttive del patto limitate ad alcuni settori e per un periodo contenuto di tempo e, soprattutto, con l’impegno a rientrare».
    Per quanto tempo si dovrebbe sospendere la validità del patto?
    «Uno sforamento concordato tra tutti gli Stati su progetti precisi, per l’Italia penso agli investimenti per il mezzogiorno, potrebbe durare due anni. Gli Stati dovrebbero impegnarsi a rientrare all’interno delle regole e accettare il controllo dell’Unione sulle modalità d’impiego dei fondi. Una cosa è certa: l’Italia non paga solo la rigidità del Patto ma anche un tasso di inflazione di un punto superiore agli altri paesi».
    Il segretario della Cisl ha chiesto di rivedere la «mission produttiva ed economica di questo paese». Che cosa proponete?
    «Questo Paese ha bisogno di futuro e tutti i giorni ci danno il presente. Quando cresce la cassa integrazione, quando si chiudono le fabbriche, quando abbiamo grandi gruppi in difficoltà, quando settori interi – pensiamo al tessile – stanno soffrendo l’ira di Dio, non si può parlare solo di sostegno ai consumi, bisogna parlare di investimenti. Vogliamo nuove politiche economiche incentrate su Mezzogiorno, innovazione, risorse umane. Vogliamo una nuova politica dei redditi capaci di rivalutare salari, stipendi e pensioni. Vogliamo politiche sociali che salvaguardino il Welfare. Questa è la sfida che il sindacato ha messo in campo. Su questo abbiamo chiesto e chiediamo un incontro al Governo».
    Risposte da Palazzo Chigi?
    «Siamo ancora in attesa di convocazione. Comunque sono arrivate risposte che non ci convincono. Ci dicono che bisogna ridurre le tasse, ci dicono che la nostra piattaforma costa un 3 per cento del Pil. Ci accusano di conservatorismo ma non ci dicono quanto costa la riduzione fiscale, non ci dicono quanto costa questo modello di federalismo. Si tagliano le pensioni e poi si abbassano le tasse per i ricchi. Dov’è il riformismo? È questa la politica economica del governo? Se è questa devono sapere che noi non ci stiamo. Non siamo disponibili».
    Segretario sta chiudendo le porte al dialogo con il Governo?
    «Assolutamente no. Noi siamo pronti come sempre al confronto ma non possono pensare di soddisfare il sindacato con qualche sostegno ai consumi. Abbiamo bisogno d’altro. La discussione deve partire dai contenuti della nostra piattaforma. Se poi il Governo vuole aggiungere anche la riduzione delle tasse siamo pronti ma non si può prescindere dalle nostre richieste».
    Al congresso delle Acli lei ha criticato anche la proposta di riforma istituzionale votata dal Senato nei giorni scorsi. Perché?
    «Tutto nasce dalla devolution. Indebolire l’universalità di alcuni diritti, come quelli socio-sanitari, della scuola e della sicurezza, ci inquieta, come la creazione di un premierato forte, che ha imposto una sorta di sovranità elettorale, una modalità di interpretare la politica che avrà conseguenze negative sul modo di interpretare la rappresentanza ed i meccanismi di partecipazione. Bisogna impedire che questo modello si realizzi nel nostro Paese».