“Intervista” S.Pezzotta: Maroni non parli di sciopero inutile

08/03/2004


8 Marzo 2004

IL SEGRETARIO DELLA CISL IN VISTA DELLA STRETTA FINALE SULLA LEGGE DELEGA

intervista
Roberto Ippolito

Pezzotta: Maroni non parli di sciopero inutile
«Mi spiace che il ministro polemizzi, noi abbiamo proposte alternative»

ROMA
UN aggettivo sgradito. «Mi dispiace che il ministro del lavoro Roberto Maroni definisca “inutile” una mobilitazione concepita per richiamare l’attenzione di tutti sulla grave situazione economica e sociale del nostro Paese e a sostegno di proposte avanzate ormai da tempo»: il segretario della Cisl Savino Pezzotta commenta così le valutazioni di Maroni secondo il quale lo sciopero generale del 26 marzo «per lo sviluppo» e contro le misure per le pensioni è «certamente inutile».
Pezzotta, forse è normale la critica di Maroni: come un ministro dovrebbe giudicare uno sciopero?
«Invece di essere oggetto di polemiche, i sindacati dovrebbero essere apprezzati per l’impegno a favore del Paese e del suo futuro. Dovrebbe essere valutata positivamente la capacità della Cgil, della Cisl e della Uil di avanzare proposte sfuggendo a tentazioni corporative e antagoniste. In questo modo le organizzazioni dei lavoratori recuperano la più ampia dimensione riformista».
Scusi l’insistenza: è convinto che il ministro possa davvero apprezzare una mobilitazione?
«Bisogna cogliere le preoccupazioni sindacali. In una situazione pesante come quella attuale, le confederazioni hanno a cuore le esigenze lavorative e occupazionali dei giovani. Siamo per i figli, non per i padri».
E’ fin troppo ovvio chiederle allora: per lei lo sciopero è tutt’altro che inutile?
«Gli scioperi non sono mai inutili, visto che l’azione sindacale ha già obbligato il governo a cambiare parti del disegno di legge delega per la riforma delle pensioni. Dopo la manifestazione del 6 dicembre, il governo è stato costretto a correggere il suo progetto.

Lo ha fatto, però, parzialmente. Noi chiediamo qualcosa in più».
Non ci può essere un punto d’incontro?
«Modifiche così pesanti sull’innalzamento dell’età pensionabile per le pensioni di anzianità non possono, come sempre ripetuto, vederci d’accordo. Anche esponenti del governo hanno sollevato tante volte obiezioni su questo punto. Poi le posizioni sono cambiate ma, per carità, niente di scandaloso in questo».
Sta dicendo che i sindacati non cambiano idea?
«Mentre i sindacati, contrari all’innalzamento, formulano le proprie osservazioni, vediamo che partiti della maggioranza non lontani dal ministro manifestano perplessità e annunciano subemendamenti. Credo che i sindacati abbiano svolto un buon lavoro per correggere la riforma. Tutto qui».
Ma non bisogna riflettere bene sulla previdenza?
«Mi viene il dubbio che lo stesso ministro non creda alla riforma presentata da lui. Proprio al suo giornale Maroni dice infatti di considerare “più importante la riforma del risparmio e del credito che non quella previdenziale”. In ogni caso da qui al 2008, anno della prevista entrata in vigore delle misure ipotizzate, c’è tempo e noi ci batteremo per le nostre idee. Ma bisogna comprendere bene la portata della mobilitazione».
Cosa bisogna comprendere?
«La mobilitazione non riguarda solo il tema previdenziale. Anzi riguarda solo in parte le misure impostate per le pensioni. Ha invece un obiettivo molto più largo: riproponiamo le questioni dello sviluppo. Tutti ci stiamo rendendo conto dello stato dell’economia: interi settori in sofferenza (come il tessile-abbigliamento o il metalmeccanico), concorrenza più forte sui nostri prodotti, crescita del prodotto interno lordo pari solo allo 0,3%, investimenti fiacchi, esportazioni in difficoltà. Non basta la riforma delle pensioni per fare cassa: serve altro».
Maroni però giudica «inutile» anche lo sciopero «per lo sviluppo» perché «lo si ottiene facendo proposte». Cosa risponde?
«Ricordo al ministro Maroni, ma ovviamente non solo a lui, che i sindacati confederali unitariamente e insieme alla Confindustria hanno elaborato un documento con le possibili linee d’intervento per la politica industriale, l’innovazione, la ricerca, il Mezzogiorno. Il documento è stato inviato al governo alla fine di giugno dell’anno scorso, prima del varo del documento di programmazione economico finanziaria. Ma non c’è mai stata l’occasione e l’opportunità di discuterlo».
Le proposte sindacali quindi esistono?
«Le proposte, concordate anche con la Confindustria, sono scritte e sono note. Non si può negarne l’esistenza. Sulla base degli ultimi sviluppi, i sindacati stanno per aggiornare il documento. E il nuovo testo sarà la base del confronto che vogliamo aprire con il governo, ma non solo con lui: anche con tutte le forze politiche».
Di questo volete discutere, dunque?
«I sindacati non sono in campo solo per un no. Ma per sostenere una serie di proposte. A cominciare da quelle per la politica industriale necessaria ad affrontare la crisi del sistema industriale, per ritrovare la capacità di innovare, per rispondere all’erosione della competitività. Come negli anni della ricostruzione, bisogna dare nuovi obiettivi all’Italia. Poi indichiamo altre due priorità».
Quali?
«Occorre una politica dei redditi perché è evidente che la più alta inflazione dell’Italia non è colpa dell’euro, ma delle cose lasciate andare; i lavoratori e i pensionati devono recuperare il potere d’acquisto. E occorre un disegno per lo stato sociale che si sta indebolendo: ragionare del welfare significa ragionare sulla sanità, sull’assistenza ai non autosufficienti, sulla nuova povertà. Se si taglia come previsto la spesa previdenziale dello 0,7%, la spesa sociale diventa una delle più basse d’Europa».
E’ questa la piattaforma?
«Le proposte sindacali sono conosciute. Possono essere condivise o no. Ma è sbagliato dire che non ci sono».