“Intervista” S.Pezzotta: «Le parti sociali unite sull’innovazione»

26/05/2004



      sezione: ECONOMIA ITALIANA

      data: 2004-05-25 – pag: 15
      autore: LINA PALMERINI

      POLITICHE DI SVILUPPO • Le aspettative di Pezzotta sulla situazione economica alla vigilia del cambio al vertice della Confindustria
      «Le parti sociali unite sull’innovazione»
      Il leader della Cisl chiede una maxi-alleanza estesa a imprese, sindacato e banche per puntare a una svolta sulla competitività
      ROMA • «Dalla nuova presidenza di Confindustria mi aspetto una riflessione sulla difficile situazione economica del Paese. E se non sia venuto il momento per definire con tutte le rappresentanze di interessi, dal sindacato alle banche alle imprese, anche non associate a Confindustria, un’alleanza sull’innovazione». Savino Pezzotta, leader della Cisl, aspetta di ascoltare la relazione del nuovo presidente degli industriali, Luca Cordero di Montezemolo, che giovedì parlerà all’assemblea di Confindustria. Ora, il sindacato si muove su un terreno scivoloso: da un lato — sui temi economici — l’indifferenza del Governo li ha messi in un cono d’ombra, dall’altro è apparsa con più evidenza la disaffezione dei lavoratori e anche la difficoltà sindacale a gestire alcune vertenze. «Abbiamo bisogno di tornare a parlare con i lavoratori nelle assemblee e trovare insieme a Cgil e Uil nuove regole sulla rappresentanza e sulla riforma contrattuale».

      Cosa vuol dire fare un patto sull’innovazione?

      La situazione economica generale si fa più critica e vediamo un’incapacità oggettiva della politica, sia del Governo sia dell’opposizione, a dare risposte, suggerire percorsi che non siano solo una riduzione generalizzata delle tasse con cui — peraltro — non si risolve il deficit di competitività del Paese. Unire tutte le rappresentanze sull’obiettivo dell’innovazione, vuol dire puntare a una svolta. Parlo di innovazione in senso lato, come costruzione di un modello innovativo che dia risposte sulla crisi del capitalismo: il venir meno della grande impresa, la difficoltà di crescere delle piccole e medie, l’eccessivo indebitamento del mondo produttivo, la fatica a internazionalizzarsi. E poi ci sono le grandi questioni mai risolte, a cominciare dal Mezzogiorno.

      Ripropone un ruolo di supplenza per le parti sociali?

      Non è a un ruolo di supplenza che aspiro ma alla capacità di stimolare reazioni e soluzioni. Come sindacato, ho il dovere di porre problemi. E credo che oggi proprio dalle parti possa arrivare la svolta. E un nuovo clima sociale.

      Il premier sulle pensioni ha parlato direttamente con gli italiani in Tv, sul fisco è accaduto lo stesso. Insomma, contano gli elettori. Perchè ora crede che possa ascoltare il sindacato?

      Detto che la riforma delle pensioni poteva essere costruita in altro modo e che il taglio generalizzato delle aliquote non risolve la crisi, un eventuale fallimento del nostro tentativo non sarà un punto a favore del Paese. Certo, è una sconfitta del sindacato ma a pagare non saremo solo noi. Il prezzo sarà la frammentazione sociale, il ritorno — più forte — di interessi corporativi, la tensione sociale. Già i segnali ci sono stati.

      Quali?

      Gli autoferrotranvieri, Alitalia, Melfi. Il Governo deve riflettere se vuole una politica autoreferenziale che rompe la coesione sociale. A Maroni che dice di voler convocare gli autonomi rispondo che le sue strumentalizzazioni sociali non servono perchè il sindacato confederale ha una forza rappresentativa più elevata, copre tutto il territorio nazionale, garantisce la gestione delle tensioni. Il sindacato ha un ruolo di regolazione del conflitto, è una risorsa.

      Eppure sono mesi che chiedete un incontro sull’economia, un anno fa avete siglato un patto con Confindustria, tutto nella totale indifferenza del Governo.

      Innanzitutto vediamo cosa accadrà dopo il 13 giugno. E poi, i confini di questa nuova alleanza sono più estesi del patto siglato a giugno scorso: non c’è solo Confindustria ma tutte le rappresentanze sociali. Tutte abbiamo un interesse comune: che si generi ricchezza e — noi — che sia distribuita. Se fallirà, troveremo altre strade, tradizionali e non
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      Anche sugli scioperi si sente la disaffezione dei lavoratori. L’ultima protesta del pubblico impiego non è andata bene.

      L’adesione alla sciopero è stata dell’80%, quindi, non abbiamo sbagliato. Altra cosa è parlare di manifestazioni in piazza la cui riuscita è legata ad altri fattori. In ogni caso, è vero che dobbiamo trovare un legame più stretto con i lavoratori. E tornare a cercare il confronto nelle assemblee. Non solo, dobbiamo risindacalizzare la società.

      Sì ma i lavoratori vi chiedono risposte su salari, contratti.

      La lotta per il contratto e il salario non esclude una proposta sull’innovazione del Paese. Tutto cammina insieme, c’è più salario se c’è più benessere economico.

      Ma c’è una sovraesposizione su un fronte e una latitanza su temi più sindacali?

      Abbiamo da poco ritrovato un rapporto tra confederazioni che trova nel pluralismo la sua ricchezza. Su questo presupposto cercheremo una mediazione su due temi sindacali delicatissimi: rappresentanza e contratti. Istituiremo due commissioni unitarie per definire nuove regole: la Cisl resta contraria alla legge sulla rappresentatività così come resta fautrice di una democrazia sindacale associativa, che valorizzi gli iscritti. Dunque, ho le mie perplessità sull’uso del referendum. Sui contratti, penso a un modello su due livelli ma rafforzando quello territoriale o aziendale. Non è solo un modo per distribuire produttività — quindi salario — ma anche per dare più ruolo e responsabilità al sindacato sul territorio che non può fare solo il passacarte di Roma.

      Su Melfi è accaduto questo, è stato addirittura necessario l’intervento dei tre segretari generali.

      Con le nuove regole forse un caso-Melfi non ci sarebbe stato. Avremmo avuto Rsu e anche una dirigenza aziendale più efficace.