“Intervista” S.Pezzotta: «La politica industriale? Dobbiamo fare come i francesi»

31/01/2005

    sabato 29 gennaio 2005

    sezione: IN PRIMO PIANO – pagina 2

    Intervista / Savino Pezzotta

    «La politica industriale?
    Dobbiamo fare come i francesi»

    LINA PALMERINI

    ROMA • «Alla fine della guerra volevamo il futuro. Si vedeva, faceva ben sperare. Oggi non c’è: è tutto qui il problema, non si vede il futuro». Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, pacato per vocazione, semiottimista per dovere, fotografa il problema della competitività italiana. «I numeri dell’osservatorio Cisl sull’industria, anche se parziali, mostrano un aumento delle aziende in crisi del 14% e l’8% in più dei lavoratori coinvolti rispetto allo scorso anno. Parliamo di quasi 140mila posti a rischio e più di 3mila aziende in difficoltà». Ma questi numeri, per Pezzotta, non si traducono con la parola "declino". «Usciamo dallo schema che tutto il sistema è in declino. Perché non è vero, perché può diventare un alibi. Bisogna, invece, distinguere da settore a settore, scegliere su cosa puntare e scommetterci».

    La competitività dell’Europa passa attraverso la riforma del Patto di stabilità?

    L’Europa non può più essere identificata solo con il Patto di stabilità. Oggi l’Unione è di fronte a un bivio: o si dà una politica economica comune o soccombe. La globalizzazione non è quella che pensavamo, cioè, un’estensione dell’Occidente nei Paesi in via di sviluppo. I fatti dimostrano che la competizione più aggressiva, lo sviluppo più rampante, arriva proprio da quei Paesi: dall’Asia e dall’Europa dell’Est. E la competizione con la Cina, con gli Usa, non possono farla i singoli Stati ma l’Europa come unico soggetto di politica industriale.

    Per le aziende, per i lavoratori, il deficit di competitività si è tradotto con le delocalizzazioni. C’è un’altra strada?

    Certo, una strategia industriale. Come sta facendo la Francia. Il Governo Raffarin ha creato un’Agenzia per l’innovazione investendo 2 miliardi all’anno per tre anni, ha importato il modello dei distretti italiani puntando sull’hi-tech.
    La Francia ha fatto delle scelte, l’Italia no. Quando andiamo a Palazzo Chigi, il Governo ci parla del Pil ma dentro quel numero ci sono settori che funzionano e settori in declino. Manca un’analisi complessiva e una visione del futuro.

    Ci provi lei, il tessile è un settore che si può salvare. Come?

    Nel tessile, c’è una parte che non riusciremo a salvare, ma questo non vuol dire smantellare tutto e subito. Serve piuttosto una fase di transizione che accompagni lavoratori e aziende verso nuovi mercati. Uno di questi è il tessile di qualità: l’area della moda, dello stile made in Italy, deve restare un nostro business. È un settore-immagine per l’Italia, un prodotto di qualità che può essere abbinato all’appeal culturale e turistico del nostro Paese. Ecco, bisognerebbe immaginare la politica industriale anche come un pacchetto pubblicitario.

    Nel frattempo le imprese se ne vanno in Cina, in Iran, nell’Europa dell’Est…

    Attenzione, noi vogliamo frenare le delocalizzazioni se sono una semplice fuga dall’Italia. Se invece sono un modo per rafforzare la competitività del sistema imprenditoriale, vogliamo sostenerle. C’è un patrimonio di 5 milioni di imprenditori in Italia che vogliamo aiutare ma in direzione di una competizione di livello, di qualità.

    Vuol dire che ci sono delocalizzazioni buone e cattive?

    Sì, anche qui non si può generalizzare. Ci sono imprese che fuggono dall’Italia per abbattere i costi accettando una competizione verso il basso. Ci sono altre aziende che, invece, trasferiscono parte delle produzioni mantenendo la "testa" dell’impresa in Italia. In quest’ultimo caso, si rafforza la capacità di stare sui mercati esteri con prodotti di qualità. Penso alla Merloni, alla Brembo, non alla De Longhi.
    Intanto parte la corsa al ribasso tra lavoratori e sindacati..
    Il rischio di una rincorsa verso minori garanzie e tutela salariale c’è. Se ci si lascia soli, è difficile che si trovi una mediazione tra il sindacato italiano e Solidarnosc. Anche per questa ragione serve una politica economica europea comune.

    Come giudica gli accordi fatti dal sindacato tedesco sulla Siemens? La tutela dei posti di lavoro viene prima del salario?

    Per il sindacato l’occupazione è sempre stata al primo posto. Poi, nell’ambito della contrattazione, si sono sempre trovati gli aggiustamenti per conciliare le esigenze confliggenti di sindacato e impresa. Vorrei ricordare che anche il sindacato italiano ha fatto un accordo simile a quello della Siemens con Alitalia.

    Sulla compagnia di bandiera non siete arrivati troppo tardi?

    Anche i colleghi tedeschi sono arrivati tardi. Il problema, però, è avere un contesto e una strategia del Paese. È quello che manca a noi, ci manca il futuro. Anche il sindacato sconta quest’incertezza nel dialogo con i lavoratori che rappresenta e che non possiamo delocalizzare.

    Manca una strategia ma qual è la sede, il ministero dell’Economia?

    No, l’Economia ha un solo obiettivo: il bilancio, così la politica industriale finisce per essere un semplice capitolo di spesa. Invece, è tempo di creare un ministero dello Sviluppo che sia un interlocutore dialettico rispetto all’Economia. Serve, soprattutto, un Governo che scelga quale sarà il futuro industriale del Paese. Dirigismo? Non direi. Lo fa la Francia di Chirac e non mi pare possa essere catalogata come politica di sinistra. Il fatto è che bisogna sgombrare il campo dalle categorie ideologiche e fare quello che serve al Paese in quel momento. Per esempio, sulle Partecipazioni statali abbiamo sbagliato.

    Vuol dire che le privatizzazioni sono state un errore?

    Le Partecipazioni statali hanno portato innovazione, progresso, cervelli, ricerca. Non dico che privatizzare sia un errore ma va fatto con criterio. Cito un caso: la grande distribuzione. È un settore che è finito nelle mani dei francesi. Bene — si dirà — siamo in Europa. Ma ora sugli scaffali ci sono solo prodotti francesi. Ecco, nella privatizzazione è mancata la reciprocità.

    Ora si parla di intervento pubblico sulla Fiat, è d’accordo?

    Dico che il primo interesse è che la Fiat ce la faccia. Credo che il Lingotto debba liberarsi in fretta di General Motors perché quell’alleanza è stata un freno dal punto di vista industriale. Noi, come sindacato, dobbiamo tifare per il rilancio di un progetto industriale e per una partnership in Europa.

    Qual è stato l’effetto dello sconto fiscale sulla sua busta paga?

    Non l’ho ancora visto ma posso anticipare che presenteremo uno studio sugli effetti dei tagli alle tasse. E ci sarà da ridere. Soprattutto confrontandoli con le misure del Patto per l’Italia che sono state le più consistenti riduzioni ai ceti bassi.