“Intervista” S.Pezzotta: la pensione sbagliata

27/02/2004



 
   

27 Febbraio 2004




 


              INTERVISTA
              La pensione sbagliata

              Parla Savino Pezzotta
              Cisl contro l’innalzamento dell’età. Con Cgil e Uil, già pronti allo sciopero. Prossimo appuntamento, l’assemblea dei delegati di marzo. E il quadro politico? «Molto incerto. Il governo diffonde ottimismo, ma così non va: la situazione industriale è drammatica. Bisogna cambiare l’agenda». La legge 30 e la precarizzazione? «Non abbiamo firmato quella legge, noi cerchiamo di contrastare le cose peggiori…». E con la Cgil? «Parlare di unità è troppo, ci sono convergenze»

              PAOLO ANDRUCCIOLI
              «Finalmente vi siete accorti anche voi della nostra denuncia della crisi industriale». L’incontro con il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, comincia così. Con una battuta lievemente polemica sul
              manifesto. Voi, però – gli faccio notare – non parlate mai di «declino». «Sì è vero, noi non parliamo di declino, perché non ci piace la parola: è troppo romantica, decadente. Ma questo non vuol dire che la nostra denuncia sia meno forte. Siamo in una situazione drammatica. I dati sono tremendi: aumenta la cassa integrazione, ci sono chiusure di aziende, c’è una fatica generale di tutto il sistema produttivo. Siamo un po’ come nel dopoguerra: serve una ricostruzione». Detto questo, passiamo alle scadenze immediate.

              Pezzotta, la Cisl non è soddisfatta, né della politica industriale, ma neanche delle poliche sul welfare. Si va allo sciopero?

              Il governo ancora non è chiaro. Bisogna capire se c’è l’emendamento o il sub-emendamento. A noi, a palazzo Chigi, hanno illustrato uno schema che prevede anche il silenzio-assenso per il Tfr ai fondi pensione. Accettano le nostre posizioni e quindi siamo soddisfatti, come sull’accontanamento della decontribuzione. Questa per noi è addirittura una vittoria. Abbiamo però dubbi sugli incentivi: ci sono lavoratori che vogliono prendersi i soldi, ma altri che invece hanno interesse a incrementare il loro montante previdenziale. Siamo invece nettamente contrari all’innalzamento dell’età. Primo perché è un innalzamento di 3 o 4 anni per tutti. Secondo perché si abolisce la pensione di anzianità delle donne. Terzo perché colpisce anche i lavoratori precoci. E poi perché non si è affronta la questione del lavoro atipico e parcellizzato. La nostra contrarietà è molto chiara. Vedo ora che anche nel governo ci sono dubbi. E’ la prova che le nostre idee non erano poi così campate in aria. Questa posizione è condivisa e comune. Per questo abbiamo intenzione di avviare un lavoro sul parlamento e abbiamo convocato l’assemblea dei delegati del 10 marzo. Vedo però che nessuno gli dà valore. E invece erano 15 anni che un’assemblea nazionale dei delegati non si faceva. Ha un valore politico in sé, ma tutti sono più interessati a sapere la quantità delle ore di sciopero che decideremo.

              Qual è allora il senso politico dell’assemblea del 10 marzo?

              Il problema è il modello di sviluppo. Avere un’idea di quale sviluppo nella nuova fase delle competizione. Rischiamo di rimanere schiacciati dai diversi tipi di globalizzazione che non è più una sola a pensiero unico, visto che c’è quella americana, ma c’è anche quella asiatica insinuante ed erosiva nei confronti della produzione tradizionale e quella europea che fa molta fatica. C’è la necessità di cambiare l’agenda del dibattito. Noi vogliamo sfidare il governo e i partiti: guardate che è di queste cose che bisogna cominciare a ragionare. Bisogna capire quali politiche industriali, quale innovazione e ricerca, quale formazione e che cosa fare per il Mezzogiorno che è una nuova frontiera. Il secondo punto è la tutela del potere d’acquisto. Aver saltato la politica dei redditi ha prodotto l’indebolimento delle pensioni e dei salari. C’è quindi da rivedere tutto: dalle tariffe ai prezzi, passando per i costi della casa. Infine il terzo punto è il welfare. Oggi c’è un’erosione. E poi ci sono punti delicati che vanno affrontati: penso alle persone non autosufficienti. Si parla sempre di invecchiamento in termini di costi. Ma quante famiglie devono sostenere persone non autosufficienti? Una famiglia salta, gli cambia il mondo. Li abbandoniamo così?

              La Cisl ripensa il modello di sindacato? E’ evidente infatti la crisi della concertazione…

              E’ vero, hanno messo in crisi la concertazione, anche se noi continuiamo a dire che bisognerebbe ripristinarla. Ora abbiamo più difficoltà che vantaggi. Per rinnovare i contratti ora ci vogliono 23-24 mesi. Sulle politiche dei redditi, salta la difesa. Ma noi siamo preoccupati del dove si va. C’è stata la polemica del «togliere ai padri per dare ai figli». Il problema è che non si è capaci di dare un futuro. Va a finire che togliamo a tutti. Anche la riforma delle pensioni è viziata: costruisce una curva sulla base dei parametri di oggi, non costruisce una curva che prevede la crescita dell’occupazione e la crescita del prodotto interno lordo..

              Rispetto al quadro politico cosa succede? Cambia qualcosa? Voi siete stati visti come filogovernativi.

              Bisogna distinguere tra il ruolo del sindacato e quello della politica. Non è il sindacato che sceglie i governi. Se un governo non mi piace, o mi metto in sonno e aspetto, oppure incalzo e cerco di contenere l’esondazione di cose che non vanno bene. E’ quello che cerchiano di fare noi. Noi non ci schieriamo perché siamo già schierati sul terreno della difesa dei lavoratori.

              Sì però poi le cose vanno in un altro modo. Il Patto per l’Italia era che voi stavate da una parte con la Uil e la Cgil dall’altra. Ora che succede?

              Io sono realista e non me la sento di parlare di unità sindacale. Non credo che i problemi che avevamo li abbiamo superati. Ma stiamo tentando di vedere se su alcune questioni abbiamo delle convergenze. Io sono anche convinto che le differenze non sono un limite per il sindacato, ma sono una ricchezza. Non si spiegherebbe se no l’esistenza di tre sindacati in Italia. Il quadro politico lo vedo molto incerto. Il governo non affronta i problemi dell’economia e tende a diffondere molto ottimismo, ma è sbagliato. Non è possibile oggi essere ottimisti. C’è la necessità di una svolta. Io vedo però anche nell’opposizione una incertezza programmatica. Ed è un fatto preoccupante. Spero che sull’economia si apra una battaglia vera con il governo. E’ il tema principale.

              Molte cose dividono i sindacati. Basta pensare alla legge 30 e alla precarizzazione. La Fiom la considera per esempio una battaglia centrale..

              Un momento, noi non abbiamo mai dato l’ok alla legge 30. Su alcune cose abbiamo dato giudizi positivi come per esempio sul superamento del «cococo». Noi abbiamo dato un giudizio articolato sulla legge 30. Il problema è il solito: o la lasciamo passare o tentiamo di tenere aperti degli spazi. Io non ho fatto l’accordo sulla legge 30, ma ho cercato di cambiare alcuni punti. Li altri cercherò di cambiarli con la contrattazione. Noi non abbiamo mai rinunciato alla mobilitazione. Il problema è finalizzarla agli accordi. Se non raggiungo l’intesa, ricomincio il conflitto.