“Intervista” S.Pezzotta: La deriva liberista sta affondando il Paese

07/07/2004


 Intervista a: Savino Pezzotta
       
 
 

Mercoledì 7 Luglio 2004

La deriva liberista sta affondando il Paese
«Altro che interim… Berlusconi si confronti col sindacato. Non accetteremo misure penalizzanti per le famiglie»

Felicia Masocco

ROMA La crisi economica è grave, ricorrere ad una manovra correttiva «è già un’evidenza» per Savino Pezzotta e una manovra di questi livelli non può non provocare «effetti pesanti sul sistema economico». E sulle condizioni dei lavoratori che scontano, tra l’altro, «la mancanza di volontà di fare i contratti. In questo paese sembra non ci sia la volontà di fare le cose normali», denuncia il leader della Cisl. Una «mancanza» su cui ha inciso la deriva liberista di questo governo, «le tensioni liberiste che sono al suo interno, che hanno escluso il confronto con il sindacato e hanno creduto nelle virtù immanenti del mercato».

Una manovra da 7,5 miliardi. Con quali ricadute sul mondo del lavoro?

«Bisognerà capire l’entità della manovra e cosa sono questi tagli di cui leggiamo in giro. Non siamo stati né consultati né informati, a dispetto delle profferte di dialogo sociale. Altro che concertazione. E comunque è evidente che una manovra di questi livelli drena risorse e provoca effetti pesanti sul sistema economico».


Sono stati anni di sacrifici per il lavoro dipendente e i pensionati, esiste il rischio che le cose possano peggiorare?

«La situazione economica è grave, il fatto che il governo faccia una manovra correttiva è già un’evidenza della crisi. Il problema è individuare il punto di criticità maggiore che secondo me sta nella crisi industriale. Se non si affronta, tutto diventa più difficile».


Il sindacato lo dice da tempo, il governo non risponde. Insiste invece sulla necessità di ridurre le tasse.

«Il nostro giudizio è negativo. E non perché siamo masochisti, ma in una situazione come quella in cui ci troviamo ridurre le tasse in modo generalizzato non avrebbe effetti positivi sull’economia. Non inciderebbe sui redditi più bassi perché quel modulo è già stato fatto. E non è detto che faccia aumentare i consumi. È una misura congiunturale rispetto all’esigenza di misure strutturali. Come Cisl non rifiutiamo di ragionare su quali leve fiscali si possono utilizzare a sostegno dello sviluppo, ma devono essere interventi finalizzati».


Meno tasse significa meno introiti mentre per far quadrare i conti si taglia qua e là. Dobbiamo scordare il Welfare?

«Il Welfare non va ridotto ma rimodulato per far fronte a bisogni diversi dal passato, penso alla non autosufficienza. Siamo fortemente contrari è una riduzione dello Stato sociale».


Però sta nei fatti, anzi nei conti…

«Ci opporremo, non si tocchino le garanzie della protezione sociale».

Alla faccia della concertazione -diceva- non siete stati informati nè convocati…

«E i tempi si stanno accorciando».


Allora?

«A questo punto abbiamo due strade quasi obbligate. La settimana prossima ci sarà un incontro con Confindustria, vedremo se riusciamo a individuare alcuni obiettivi prioritari per il Paese da portare al confronto il governo e le forze politiche perché non si fa concertazione in due, è un patto tra gentiluomini. È un passaggio da fare avendo a mente che c’è un problema di politica dei redditi che è di tutela dei salari e delle pensioni che deve essere contemporaneamente affrontato».


Con l’interim dell’Economia il premier ha in mano moltissime deleghe. Questo faciliterà o no il rapporto con voi?

«Dico che è troppo tempo che non c’è un confronto con noi, il governo dovrebbe voltar pagina e non so se oggi sia nelle condizioni di farlo».


Ma è ancora il caso di essere ottimisti? In fondo dalle pensioni allo sviluppo, ogni vostra richiesta è caduta nel vuoto».

«Io dico qual è l’obiettivo e le strade che si possono percorrere nell’interesse del Paese. Poi se non vengono praticate altri si assumano le responsabilità e io farò le mie battaglie, le mie lotte. Non resteremo a guardare in attesa di tempi migliori».


Anche uno sciopero generale?

«Penso che fare uno sciopero generale ora non sia nell’agenda del sindacato. Abbiamo deciso una serie di assemblee nelle aziende, dei presidi davanti alle prefetture e delle fermate in fabbrica nel momento in cui il governo procedesse alla approvazione della delega previdenziale. Poi a settembre avremo l’assemblea unitaria dei delegati e lì decideremo, sulla base di quello che è successo, le iniziative opportune. Molto dipende anche dai contenuti del Dpef e dagli sviluppi della situazione in questi giorni. Mi sembra che anche su questo ci sia una concordanza tra le organizzazioni sindacali».


Scioperi: quello dei lavoratori del trasporto locale ha lasciato a piedi l’Italia. Chiedono il contratto, perché non si fa?

«Sono sei mesi che si sta facendo melina, se si continuano a rimpallare le responsabilità tra le aziende, i comuni, le regioni e il governo alla fine ci ritroveremo nella situazione del rinnovo precedente. Lo sciopero è il primo segnale. Tutti devono assumersi le proprie responsabilità. Il fatto che i contratti si rinnovano in tempi lunghi peggiora la condizione di sofferenza dei ceti che il sindacato rappresenta. Sono aperti i contratti del pubblico impiego e della scuola, abbiamo fatto fatica a chiudere quello del commercio. Sembra che in questo paese non ci sia più la volontà di fare le cose normali, dovrebbe essere normale che quando un contratto scade si rinnova».


Quanto ha inciso in questa mancanza di volontà la cultura politica ed economica messa in campo dalla coalizione che governa il paese?

«Sicuramente hanno inciso in larga parte le tensioni liberiste che stanno all’interno di questo governo che hanno escluso il confronto e la concertazione con il sindacato e che hanno creduto nelle virtù quasi immanenti del mercato. Mentre sappiamo che quando ci sono condizioni di difficoltà non c’è nulla di immanente ma serve una politica che tante volte è mancata. Ci si è affidati agli aggiustamenti temporanei e si è rimasti in attesa».