“Intervista” S.Pezzotta: «Integrativo per tutte le aziende»

25/07/2005
    lunedì 25 luglio 2005

      Pagina 9

      IL SEGRETARIO DELLA CISL AVVERTE: ANDREMO AVANTI SENZA EPIFANI, LA UIL CREDO CHE CI STARÀ

        Pezzotta: «Integrativo
        per tutte le aziende
        Il Patto del ‘93 è finito»

          «Sui contratti Confindustria e Cgil sbagliano, la concertazione ha avuto
          grandi meriti ma oggi è solo un elemento di moderazione salariale»

            intervista
            Raffaello Masci

              ROMA
              IN sintesi: o si cambiano i modelli contrattuali o ai lavoratori arriveranno solo le briciole. In parole un po’ più articolate: gli accordi del luglio ‘93 hanno avuto grandissimo merito, ma ora, in tempi di concertazione finita, di inflazione programmata fissata dal governo, di contratti atipici di mille fogge differenti, sono solo «un elemento di moderazione salariale». E dunque giù una bella spallata al «vecchio modello» nonostante le resistenze di Confindustria e quelle della Cgil.
              Savino Pezzotta parla da Chicago, dove si trova insieme ai suoi colleghi Epifani ed Angeletti, per partecipare al congresso del sindacato americano.

              Prima di entrare nel merito, segretario: di che avete parlato in aereo lei e i suoi due colleghi?

                «Veramente eravamo su voli differenti e qui ancora non ci siamo visti. Ma tanto ci vedremo con comodo al ritorno, a Roma».

                E lei si presenterà all’incontro con una bella proposta-bomba.

                  «Io farò ai miei amici del sindacato il discorso che ho fatto ai miei compagni della Cisl al congresso: la concertazione è saltata, l’inflazione sulla base della quale rinnovare i contratti non è più condivisa, i salari hanno perso potere di acquisto e il modello contrattuale è diventato per noi solo una gabbia. Senza dire che alla gente, se continuiamo così, non riusciamo più a dare una lira».

                  Colpa del modello contrattuale o di chi fa le trattative?

                    «Se i paletti sono quelli, sfido chiunque a fare di meglio».

                    Questi «paletti» non sembrano dare tanto fastidio, però, a Confindustria e alla Cgil.

                      «Noi crediamo che nelle relazioni industriali ci sia bisogno di un forte intervento di innovazione che si articoli in tre punti. Il primo: semplificazione. Oggi noi abbiamo oltre 400 contratti differenti: troppi, farraginosi e non più adeguati ai modelli produttivi. Secondo. Dopo la legge Biagi, le modalità del lavoro sono enormemente cambiate: a fianco dei contratti tradizionali c’è la selva infinita dei cosiddetti “atipici”, quelli a progetto, le esternalizzazioni, gli interinali. Vogliamo trovare un modo per tutelare questi lavoratori “nuovi” o facciamo finta di niente? Terzo: oggi esistono due livelli di contrattazione, uno nazionale che riguarda il potere di acquisto e i diritti più in generale, compresi quelli “di cittadinanza”, e un secondo livello aziendale e integrativo. Noi vogliamo porre l’accento su questo secondo livello, legandolo alla produttività. Crediamo inoltre che questo sia il modo per rendere il lavoratore più partecipe e l’azienda più interessata a investire su di lui».

                      Pezzotta, lei è un sindacalista di antica militanza, e sa bene che su quest’ultimo punto saranno scintille, anche nel sindacato.

                        «Io so bene che le sacche di resistenza e di conservazione sono fortissime nel nostro Paese. Ma qui la questione è seria: io voglio che si torni veramente a ridistribuire il reddito ai lavoratori, diversamente da quanto è avvenuto negli ultimi anni. Oggi il secondo livello di contrattazione riguarda solo il 30% delle imprese. Ne consegue che il 70% ne è escluso. Io non dico di dare più soldi a tutti, perché significherebbe incidere sul costo del lavoro e quindi sulla competitività. Dico: più responsabilità al lavoratore e quindi più produttività, ma poi anche maggiore ridistribuzione del reddito».

                        Lei ha parlato anche di un livello contrattuale «territoriale», e lì Confindustria ha storto il naso.

                          «Probabilmente c’è un equivoco su questo punto. I livelli contrattuali sono solo due: nazionale e di impresa. Dove non ci fosse un contratto di impresa allora questo potrebbe essere sostituito con uno su base territoriale, legato ai medesimi parametri di produttività. Capisco, tuttavia, le resistenze di Confindustria, dato che il secondo livello avrebbe, in base alla nostra proposta, una estensione assai più ampia di quella attuale».

                          Intuisco che capisce di meno i dubbi della Cgil?

                            «Ho visto che hanno messo le mani avanti. Ho ascoltato le parole di Epifani al nostro congresso. Però da allora non abbiamo più approfondito la questione. Ci vedremo a Roma, prossimamente. Confido sul fatto che ci capiremo perché abbiamo gli stesso obiettivi, che sono quelli dei lavoratori».

                            E se non vi doveste capire?

                              «Il governo si dispone a fare una proposta. Confindustria ha già fatto un suo documento. Possibile che debbano essere proprio i sindacati a non avere una piattaforma sui modelli contrattuali?»

                              Ripeto: e se non trovate un accordo?

                                «Se per il 15 settembre non avremo trovato una proposta unitaria, noi, come Cisl, inizieremo una consultazione interna. E tireremo avanti per la nostra strada. Con chi ci vorrà stare. La Uil credo che ci starà».