“Intervista” S.Pezzotta: «Il mercato non basta a traghettarci verso la nuova industria»

19/04/2005

    SUPPLEMENTO AFFARI & FINANZA
    di lunedi 18 Aprile 2005
    pagina 7

    INTERVISTA

    Pezzotta: "Il mercato non basta a traghettarci verso la nuova industria"

    MARCO PANARA

    «Ci siamo accorti che la situazione stava peggiorando all’inizio del 2002, e lo collegammo agli effetti dell’11 settembre del 2001. Poi, guardandoci dentro abbiamo capito che era di più, era che la globalizzazione aveva preso una piega diversa da quella che fino allora si pensava». Savino Pezzotta è il segretario della Cisl, che da allora ogni anno pubblica un Rapporto sull’industria. L’ultimo, del febbraio scorso, tra le tante cose ci segnala che i posti di lavoro a rischio sono saliti a 193 mila, dai 137 mila del febbraio 2004. Ora è arrivato il numero della produzione industriale di febbraio in discesa del 3,2 per cento che conferma che la situazione continua a peggiorare.

    Quali sono i settori più esposti?

    «Il più esposto in assoluto è il tessile abbigliamento, e non è cosa da prendere sottogamba perché dà lavoro a quasi un milione di persone. E poiché lì dentro c’è anche il sistema moda, che è stato importantissimo nell’aiutarci a vendere l’immagine del nostro paese nel mondo, l’indebolimento di quel settore finisce per avere effetti anche su altri perché influisce sull’immagine internazionale dell’Italia».


    Oltre al tessile chi c’è che soffre particolarmente?

    «Parti del metalmeccanico, l’auto in particolare, che non possiamo permetterci di perdere, pezzi di chimica, questi ultimi con forti effetti sul territorio, in Sicilia, in Sardegna, perché la chimica è uno di quei casi in cui il cedimento di un settore diventa il cedimento di un territorio».


    Che facciamo, chiudiamo?

    «Ci sono pezzi dell’industria italiana che vanno. Ci sono settori in declino e nicchie interessanti che possono fare da leva per tirare su tutto il resto. Bisogna vedere se le imprese italiane e il sistema Italia sono in grado di usare o meno quella leva per innalzare il livello tecnologico e competitivo complessivo, che è quello che dobbiamo fare se vogliamo restare nel club dei paesi industrializzati».


    Il sindacato però difende tutto.

    «Abbiamo sacrificato il settore farmaceutico e buona parte della chimica di base. Ma andiamo nella chimica fine? Puntiamo sulle biotecnologie? Quando nel paese alcuni cicli arrivano verso l’esaurimento, il sindacato deve fare come Tarzan: finché non arriva una liana nuova deve restare attaccato a quella vecchia. Ma perché si passi dalla liana vecchia a quella nuova ci vogliono politiche di transizione, perché il mercato non basta».


    E cosa dovrebbero prevedere queste politiche?

    «Se negli Stati Uniti la spesa spaziale e militare favorisce l’innovazione, anche noi dovremmo pensare a qualcosa che la spinga. Dobbiamo ragionare sui settori e definire politiche che accompagnino la metamorfosi. Il solo mercato non solo non basta ma ci fa andare indietro perché la transizione richiede politica. Richiede investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nella formazione, richiede anche commesse pubbliche per sostenere l’innovazione. Richiede politiche che favoriscano le aggregazioni tra imprese: oggi fondere due aziende costa e invece non dovrebbe costare, dovrebbe essere incentivato. Richiede un ripensamento delle delocalizzazioni, perché le fughe vanno frenate e invece chi va a conquistarsi nuovi mercati va sostenuto. Dobbiamo accettare l’idea che alcuni settori possano andare verso un esaurimento, e però attrezzarci con un sistema di monitoraggio che ci consenta di capire chi spingere, chi stabilizzare, chi accompagnare verso l’uscita».


    A proposito di politiche, una di quelle da elaborare riguarda l’esito delle tante imprese la cui vita è legata all’età anagrafica dell’imprenditore.

    «E’ una parte di quello che dicevamo, politiche di accompagnamento. Ma dobbiamo stare attenti, perché la questione demografica è molto più pervasiva, perché non sono solo gli imprenditori a invecchiare, è il paese intero, e un paese che invecchia fa più fatica a trasformarsi e ad innovare. Bisogna ringiovanire per rinnovarsi, e questo richiede interventi sulla ‘generatività’, leggi sull’immigrazione che non siano centrate sul contenimento ma sulla integrazione e sulla selezione, perché non dobbiamo contare sull’immigrazione solo per i lavori poveri. E dall’altra parte ci vogliono interventi sul lavoro maturo. Si riflette poco sulla inibizione o sull’intorpidimento delle spinte vitali in una società che invecchia».


    Di chi è la responsabilità di non aver visto e di non aver fatto?

    «Comincio dal sindacato, che ha tutelato ma non ha saputo spingere verso l’innovazione. La missione del sindacato è tutelare i redditi e una più corretta distribuzione del reddito, ma anche quella di spingere l’innovazione. E il nostro modello contrattuale così centralizzato, che ha fatto assai bene negli anni ’90, quella spinta non l’ha data».


    Le imprese che responsabilità hanno?

    «Noi sindacati avremmo dovuto spingere, ma il motore dell’innovazione e della trasformazione devono essere loro. E invece per tutti gli anni ’90 molte hanno continuato a coltivare l’illusione che saremmo andati avanti con il primo, il secondo e il terzo mondo, e che noi che stavamo già nel primo bastava che tenessimo, che migliorassimo un po’, e invece è tutto diverso perché la Cina, l’India, i paesi dell’est sono qui a competere con noi».


    E la politica.

    «La politica aveva il dovere di vedere il cambiamento mondiale e di guidare la trasformazione del nostro sistema. Non ha visto e non ha fatto, e mi domando se non ci sia un problema strutturale, se i meccanismi così conflittuali che caratterizzano il nostro sistema aiutino o piuttosto accentuino la difficoltà».


    Non mi dica adesso che la colpa è del bipolarismo.

    «Io non ho nulla contro il bipolarismo, ma vedo che in questo nostro bipolarismo tutto il gioco avviene dentro gli schieramenti e questo non spinge a guardare fuori. Ci vorrebbe un bipolarismo più equilibrato, se invece prevale l’utilità marginale delle forze più reattive siamo nei guai. Anche perché questo chiudersi dentro gli schieramenti e questo conflitto permanente impediscono l’affermarsi di una idea di paese, e quando non c’è un’idea di paese lo scivolamento verso il particolarismo si accentua, che è esattamente quello che sta accadendo».


    Qualcuno, che lo aveva previsto, contesta alla Cisl la firma del Patto per l’Italia.

    «Noi lo abbiamo firmato perché c’erano delle cose sulle quali si doveva intervenire, si dovevano avviare politiche per il Mezzogiorno, per la formazione, per l’innovazione, per la riforma degli ammortizzatori sociali».
    Forse era prevedibile che i contenuti del Patto non sarebbero stati attuati.
    «Chi poteva saperlo? Io guardo al merito delle cose in un determinato momento, non sta al sindacato scegliere il governo, quella è responsabilità degli elettori. Il sindacato affronta le cose con il governo che si trova davanti e la nostra linea è di guardare al merito delle questioni e, se l’accordo si può fare, farlo. Se poi non viene rispettato ci mobilitiamo».


    Ma il sindacato fa politica.

    «Certo, ma io non assegno la mia politicità a uno schieramento, io non porto il consenso, sono le forze politiche che devono conquistarselo».


    Siamo ora alle prese con i provvedimenti per la competitività che non arrivano e con i conti pubblici che si aggravano…

    «Sulla competitività siamo stati noi per primi a chiedere alle altre confederazioni e alla Confindustria di giungere a un accordo unitario. Lo abbiamo raggiunto, abbiamo indicato una serie di cose, le abbiamo sottoposte al governo due anni fa. Quanto ai conti pubblici la situazione è grave e siamo molto allarmati, ci stiamo mangiando il futuro dei nostri figli. I giudizi negativi per noi non sono sorprese ma conferme, e il paese perde di credibilità: chi volete che venga a investire in un paese che sembra non dica la verità sulla sua economia e sui suoi conti?».