“Intervista” S.Pezzotta: «Hanno un solo obiettivo: colpire i più deboli»

22/11/2004

    lunedì 22 novembre 2004

    L’intervista
    «Hanno un solo obiettivo: colpire i più deboli»
    Pezzotta contro la politica economica del governo. «Questa manovra avrà effetti sociali pesantissimi»

      MILANO «Si tolgono risorse per gli interventi sociali, si penalizzano i ceti più deboli, abbiamo di fronte una manovra che avrà effetti sociali pesantissimi. E tutto questo perché? Per una politica di sviluppo? No. Per ridurre le tasse a vantaggio di chi ha di più». È durissimo, il leader della Cisl, Savino Pezzotta, con le ultime mosse del governo e del suo leader. Che sottolinea: lo sciopero generale del 30 novembre servirà per dare una prima risposta a tutto questo.

      Pezzotta, Berlusconi insiste sul taglio delle tasse e sfida gli alleati. Ma per reperire le risorse necessarie – che non ci sono – si continuano a ipotizzare altri tagli, soprattutto ai danni dei lavoratori. Come giudica questa accelerazione del premier?

        «Anzitutto voglio sottolineare una cosa: ogni giorno la Finanziaria cambia aspetto. E diventa diversa da quella che era stata presentata alle parti sociali all’inizio di settembre. C’è una sfida del Presidente del consiglio nei confronti degli alleati e c’è una sfida del Presidente del consiglio nei confronti del sindacato. Una sfida di cui dobbiamo prendere atto con chiarezza».

          Significa che lo sciopero generale assume ora nuovi significati?

            «Lo sciopero del 30 novembre, la cui opportunità era stata messa in discussione da qualcuno, adesso diventa una necessità. Necessità di affermare ruolo e funzione del sindacato confederale in questo Paese. Ripeto, quella del governo non è una sfida solo per la maggioranza. Lo è anche per chi, come il sindacato, ha avanzato le proprie proposte e non ha avuto risposte».

              Cosa avete chiesto al governo?

                «Abbiamo chiesto che venissero affrontati i problemi veri del Paese».

                  Faccia una scala di priorità.

                    «In Italia c’è un problema del debito pubblico, anzitutto. Un problema che con questa riduzione delle tasse viene invece ad essere aggravato. Ci sono le attese delle famiglie. Ci sono i contratti che non si rinnovano. Ci sono le esigenze dei pensionati. Prenda la sanità. Il governo aveva promesso, per il 2005, 1,8 miliardi di euro che avrebbero dovuto portare la dotazione complessiva a 90 miliardi di euro. Bene, in Finanziaria non si trova nessuno stanziamento. Poi ci sono le questioni strutturali: il Mezzogiorno, l’innovazione, la formazione, gli investimenti per la ricerca».

                    Invece?

                      «Invece di cosa si parla? Di riduzione, da due a quattro, delle finestre per le pensioni di anzianità. Una cosa al di fuori di ogni logica. Non è possibile che per abbassare la pressione fiscale si colpiscano i diritti maturati dalle persone. Poi guardi le imprese. Sindacati e imprenditori fanno un accordo per il Mezzogiorno. Risultato? Si ridimensiona il Fondo aree sottoutilizzate, quello con cui si finanziano gli interventi al Sud. Anche questi sono tagli. Tagli agli incentivi alle imprese».

                        Si è però parlato di intervenire sull’Irap, un’imposta che grava sulle imprese.

                          «Ma lei ha capito come si vuole intervenire sull’Irap? Ha capito come si pensa di compensarla? Come viene finalizzato il taglio? Se il taglio è generalizzato, non ha senso. Andrebbe diretto a chi fa innovazione, a chi ha alta densità di occupazione, a chi opera nel Mezzogiorno. Se non si fa così si privilegia più il Nord che il Sud».

                            Conclusione?

                              «Di fatto si tolgono risorse a quelle che sono le protezioni sociali, all’innovazione. Di fatto si penalizzano i ceti più deboli».

                                Eppure governo e maggioranza insistono affermando che è una manovra senza ricadute sociali negative.

                                  «Ma come? Se oltre a quanto ho detto fin qui mancano poi politiche di sostegno al reddito per i pensionati e per le famiglie, se manca il fondo nazionale per la non autosufficienza, se non c’è restituzione del fiscal drag ci troviamo di fronte a una manovra che avrà effetti sociali pesantissimi. Come si fa a dire che è una manovra senza ricadute sociali?»

                                    E tutto per ridurre le tasse…

                                      «Appunto. Perché si fa questo? Per lo sviluppo? No. Per ridurre le tasse. Cosa di cui si avvantaggeranno coloro che hanno di più. Ci troviamo di fronte ad una redistribuzione del reddito rovesciata: si indeboliscono i più deboli, si rafforzano i più forti».

                                        Torniamo alla situazione economica del Paese. Ogni giorno siamo sommersi da notizie di crisi, di chiusure, di licenziamenti. Cosa sta facendo il governo?

                                          «Lo ha detto lei. Assistiamo ogni giorno a crisi aziendali, aumenta la cassa integrazione, interi settori della nostra economia sono in grande difficoltà. Serve una politica industriale più precisa e decisa, invece su questo fronte non si vede nulla. E intanto il governo non ha nemmeno ritenuto di convocare i due tavoli promessi, quello sulla tutela del reddito e quello sulla competitività e il Mezzogiorno. Ecco perché scioperiamo il 30 novembre. Il governo non ci convoca? Noi abbiamo deciso di convocare i lavoratori: terremo più di 70 manifestazioni in tutta Italia».

                                            Avete anche affermato, con Cgil e Uil, che non vi sareste fermati qui, allo sciopero generale del 30. Quali altre iniziative avete in calendario?

                                              «Terremo un’iniziativa, a Roma, per il Sud. Un’altra è in programma a Milano e avrà al centro la crisi del settore industriale. Il sindacato è in campo sui problemi veri, sui problemi della gente».

                                                Tra questi problemi c’è il rinnovo dei contratti. Anche su questo, mi riferisco in particolare a quelli dei dipendenti pubblici, scuola compresa, il governo non sembra sentirci. Come rispondete a questa inerzia?

                                                  «Sì, siamo a un anno dalla scadenza e non ci sono segnali. Noi continueremo la mobilitazione. Non ci sono alternative: i contratti devono essere rinnovati. I contratti sono il primo sostegno al reddito. Si è chiuso positivamente quello del trasporto pubblico locale, adesso servono risposte sugli altri fronti».

                                                    Il voto per le Rsu del pubblico impiego sembra aver dato un segnale inequivocabile.

                                                      «Certo. Altro che sindacato che non rappresenta nessuno. Tutte e tre le confederazioni crescono e il sindacato confederale, nel suo complesso, ottiene un risultato rilevantissimo».

                                                        Un’ultima domanda. La Cisl ha avviato la sua campagna congressuale: obiettivo?

                                                          «Il tema di fondo del congresso è “sindacato e partecipazione”. C’è una questione sindacale da affrontare nel Paese, molte cose in questi anni sono cambiate. Il nostro obiettivo è quello di definire un modello di sindacato partecipativo».

                                                            Intanto il consiglio nazionale ha deciso di modificare la regola dei due mandati per gli organismi dirigenti facendoli diventare tre. Motivo?

                                                              «Rendere tutto più semplice e più funzionale a un percorso di nuova unità della Cisl».

                                                                Angelo Faccinetto