“Intervista” S.Pezzotta: ecco cosa succede ad accarezzare certi movimenti

22/03/2004




lunedì 22 marzo 2004


Pezzotta: ecco cosa succede ad accarezzare certi movimenti
«Le manifestazioni non si possono blindare. Ma non è stando a casa che si risolvono i problemi»
      ROMA – Savino Pezzotta, come numero uno della Cisl sabato lei era alla manifestazione di Roma. Cosa pensa del caso Fassino?
      «Innanzi tutto, vorrei ricordare che c’è stato un "prima": aver cercato di strumentalizzare l’iniziativa dei sindaci contro il terrorismo è stato un grave errore. Ci sono state troppe ambiguità, si è data l’impressione che la lotta per la pace possa essere separata da quella contro il terrorismo. L’Anci ha chiamato a raccolta contro il terrorismo e in solidarietà con il popolo spagnolo, ma la risposta forte e chiara che ci sarebbe dovuta essere non c’è stata».
      Il segretario dei Ds ha pagato il prezzo di aver aderito all’iniziativa dei sindaci?

      «La manifestazione di sabato è stata preceduta da troppi anatemi, come se qualcuno avesse il potere di decidere chi è per la pace e chi no, come se ci fosse chi può lanciare una
      fatwa . E questo ha alimentato un certo clima. Dall’altro però, c’è chi per tanto tempo ha corteggiato i movimenti con ambiguità, senza voler marcare bene la differenza: la logica che a sinistra non ci sono nemici non va bene, servono chiarezza e distinzione delle posizioni».
      Anche a lei è capitato più di una volta di essere contestato in piazza. Ma il fischio è lecito, oppure no?

      «I fischi sono espressione di dissenso, ne ho avuti parecchi negli ultimi due anni e non ne ho mai avuto paura. Non c’è sindacalista o politico al mondo che non ne abbia presi qualche volta: sono i rischi del mestiere. Ma gli anatemi, le accuse di essere "venduti" o "traditori" sono tutt’altra cosa, sono espressione di integralismo. Questo deve finire, ma intanto non bisogna mollare. A proposito, qualche "venduto" a via Cavour è caduto addosso pure a me».

      Secondo lei il caso Fassino ricalca in qualche modo la cacciata di Lama dall’università di Roma, nel ’77?

      «Sono situazioni diverse, questi paragoni all’indietro non mi convincono mai. Piuttosto direi che accarezzare un certo tipo di movimenti porta a situazioni tipo quella di sabato. Se si va a braccetto con loro, poi non ci si può scandalizzare. Noi invece, come le Acli e altre associazioni cattoliche, ci siano subito differenziati, accentuando la nostra partecipazione al corteo sul no al terrorismo».

      Alla manifestazione c’erano tantissimi rappresentanti politici, di Ds e Margherita, che sull’Iraq hanno avuto la stessa posizione di Fassino; però lui è stato l’unico ad essere contestato.

      «Noi non abbiamo avuto nessun problema. Io ribadisco tutta la nostra solidarietà a Fassino per quell’episodio grave, da non rimuovere; però stiamo attenti a non ridurre solo a quello la giornata di sabato…»

      Flavio Lotti, portavoce della Tavola della pace, dice che il caso Fassino «è stato strumentalizzato e va ridimensionato».

      «Se qualche centinaia di persone ha contestato il segretario ds, ce n’erano centinaia di migliaia che manifestavano per la pace. Eravamo con questi perché va colta la tensione ideale e utopica dei giovani, facendola però passare dalla razionalità, dai conti che vanno fatti con la realtà».

      Al corteo c’era anche chi inneggiava alla cosiddetta «resistenza irachena», all’intifada palestinese; e qualcuno portava cartelli con slogan come «I morti occidentali? Chi la fa l’aspetti». Lei non ha avuto nessun disagio a marciare con queste persone?

      «No. I nostri slogan erano inequivocabili. Noi non abbiamo fatto parte del comitato promotore, ci siamo distinti da subito: abbiamo aderito sul documento della Tavola per la pace che prendeva posizione in modo chiarissimo contro il terrorismo. Del resto, le manifestazioni non si possono blindare; quando ci sono numeri tanto grandi, qualcosa del genere può accadere. Però è comunque importante esserci stati con le nostre parole d’ordine: se non si è presenti, i giovani sentono solo un tipo di messaggio. Non è stando a casa che si risolvono i problemi».

      Sabato la manifestazione di Roma è stata grande e foriera di aspre polemiche. Invece nel resto del mondo i pacifisti hanno ricordato l’anniversario dell’intervento in Iraq in maniera piuttosto contenuta, quando non solamente simbolica. Non è che in Italia il tema guerra viene usato a fini di politica interna?

      «Noi eravamo lì perché è necessario uscire bene da una guerra sbagliata, però senza creare problemi al popolo iracheno. Direi che il sentire italiano è diverso da quello degli altri, c’è un mondo cattolico molto vivace e ci sono forze laiche che privilegiano la cultura della diplomazia. Sì, forse siamo diversi dagli altri: in Italia la bandiera della pace non è stata ammainata».
Daria Gorodisky


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