“Intervista” S.Pezzotta: «Dal governo una sfida politica»

04/05/2005

    mercoledì 4 maggio 2005

    Pagina 33 – Economia

    L´Intervista

    Il numero uno della Cisl: l´esecutivo ci impedisce di fare i contratti, i sindacati si muoveranno uniti
    «Dal governo una sfida politica
    sugli statali si va allo scontro»
    Pezzotta: è una crisi dura, piano competitività insufficiente

      ROBERTO MANIA

      ROMA – Solo il governo può scongiurare lo sciopero nel pubblico impiego. Per farlo deve convocare i sindacati e avviare il negoziato per il rinnovo del contratto scaduto da oltre sedici mesi. È l´ultimatum di Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, al Berlusconi-bis. In gioco – sostiene il leader di Via Po – c´è la possibilità stessa del sindacato di fare il suo mestiere: i contratti di lavoro. Ed è per questo che «non è immaginabile» una divisione tra le tre confederazioni.

      Il tutto – dice Pezzotta – mentre la crisi industriale non si arresta e il decreto sulla competitività dimostra la sua «inadeguatezza» per carenza di risorse ma anche di strategia. «Ci vorrebbe – spiega – la mano pubblica, che non vuol dire il vecchio intervento statalista. Bensì un´azione per orientare, per sostenere i processi di mutamento. Esattamente come sta facendo il governo di centrodestra in Francia che ha indirizzato tutte le risorse verso l´innovazione e la ricerca. Se solo Berlusconi ascoltasse i sindacati e le imprese, da qui a fine legislatura si potrebbero individuare alcune priorità, dal Mezzogiorno, alla crisi industriale, al declino demografico».

      Eppure mi sembra molto scettico mentre propone questi obiettivi.

        «Sì, anche se oggi mi accontenterei che il governo accogliesse, appunto, alcune nostre richieste. Un progetto minimo per i prossimi undici mesi».

        Dopo diversi anni riunirete domani al Palaeur di Roma i tre esecutivi confederali. Quale decisione prenderete?

          «Il solo fatto di una riunione congiunta degli organismi confederali con quelli di categoria dimostra che la questione dei contratti pubblici non è solo un problema di soldi. È un fatto di carattere politico, nel senso che la scelta del governo di non aprire ancora il negoziato inibisce al sindacato l´esercizio della sua funzione principe, cioè fare i contratti di lavoro. Pensare che tutto possa andare via liscio è fuori ogni ragionevole buon senso».

          Sta dicendo che lo sciopero sarà inevitabile?

            «Se non ci sarà una convocazione e l´apertura del negoziato, decideremo la mobilitazione più efficace per fare cambiare idea al governo».

            Ma il governo non sembra intenzionato a muoversi dalla proposta di un aumento di 95 euro medie. Anzi, nella Trimestrale si ipotizza addirittura un rinvio dei contratti.

              «Se si vuole, i soldi si trovano. Fa parte della trattativa»
              .
              Sareste disposti ad allungare la durata del contratto da due a tre anni?

              «No, perché vorrebbe dire modificare il modello contrattuale e questo non si può fare in corso d´opera. E poi ci sono le altre questioni aperte a cominciare dalla crisi industriale».

              Proprio per non correre rischi in Parlamento, il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto per la competitività. Condivide questa scelta?

                «Intanto voglio dire che quel decreto non è una risposta ad una crisi così dura. Certo, ci sono alcune cose interessanti. Ma se si voleva dare uno stimolo all´economia si dovevano stanziare più risorse. D´altra parte il governo ha imboccato una strada diversa, quella della riduzione delle tasse per i ceti più abbienti. Così di soldi per la competitività ne sono rimasti pochissimi».

                Ora l´esecutivo vuole accelerare i tempi. È d´accordo con la strada della fiducia?

                  «Mi lascia indifferente. In genere preferisco il dibattito parlamentare. Resta il fatto che il continuo ricorso alla fiducia maschera le divisioni che ci sono all´interno della maggioranza. Non a caso alcuni partiti avevano espresso posizioni simili a quelle del sindacato».

                  La Confindustria, invece, ha detto che tutto sommato il decreto va bene.

                    «Non ha detto che va bene, ha detto che contiene cose interessanti. Non è un caso che insiste nel chiedere un intervento per ridurre il costo del lavoro».

                    Gli industriali, secondo Epifani, però hanno anche sostenuto il programma del Berlusconi-bis.

                      «Non direi che hanno espresso un sostegno, parlerei di un´attenzione nei confronti del nuovo governo. Non dimentichiamo che la loro funzione è quella di rappresentare, in piena autonomia, gli interessi delle aziende come noi rappresentiamo quelli del mondo del lavoro».

                      In questo scorcio di legislatura la Confindustria potrebbe portare a casa la riduzione dell´Irap e il decreto sulla competitività. Per voi sindacati il bottino resta ancora molto magro.

                        «Intanto la partita non è chiusa. Vorrei ricordare che Berlusconi in Parlamento ha parlato di tutela dei redditi delle famiglie. E poi deve essere chiaro che se si alleggeriscono i costi delle imprese vanno appesantiti i salari dei lavoratori».

                        Sta pensando ad un accordo sul costo del lavoro tra voi, il governo e la Confindustria?

                          «Non lo escludo, ma ho molti dubbi che questo governo abbia la volontà di fare un accordo con il sindacato. È difficile immaginare un "accordone". Ripeto, mi accontenterei che il governo accogliesse alcune delle nostre proposte ».

                          Rifirmerebbe il Patto per l´Italia?

                            «Sì, lo rifarei. Non dimentichiamoci il contesto. E in quel contesto intuimmo la possibilità di un progetto per il Paese per uscire dallo scontro banale sull´articolo 18 e per mettere al centro l´innovazione, la ricerca, il Mezzogiorno, il mercato del lavoro e la riforma degli ammortizzatori sociali. Quella fu la nostra sfida. Ora è mutato tutto e non credo che si possa rifare un patto come quello. Oggi, più modestamente, mi accontenterei di firmare il nuovo contratto del pubblico impiego».