“Intervista” S.Pezzotta: chiedo più coraggio a tutto il sindacato

21/07/2004

    mercoledì 21 luglio 2004
 Intervista a: Savino Pezzotta
       
 



 

Pezzotta: chiedo più coraggio a tutto il sindacato
Felicia Masocco

ROMA «Ci vuole più coraggio, dobbiamo cambiare, dobbiamo innovare il sindacato confederale, non possiamo restare prigionieri dei nostri vecchi schemi solo per paura. Ma dove va un sindacato che ha paura di se stesso? Si deve avere la capacità di rischiare, e questa era un’opportunità per farlo e per riprendere un grande rapporto con i lavoratori». Savino Pezzotta, leader della Cisl, dice di essere «uno che si arrabbia», «ma – spiega – lo faccio con chi considero e rispetto, non con i nemici, perché li conosco e so chi sono». Nella settimana appena trascorsa si è arrabbiato più volte, non condivide la scelta della Cgil di lasciare il tavolo con Confindustria, «è un’opportunità persa», ripete. E incalza: «Non possiamo restare prigionieri dei nostri riti, ogni tanto bisogna forzarli un po’. È compito di un gruppo dirigente».
Pezzotta, la giornata di lunedì è stata piuttosto confusa. Ha avuto un incontro con Epifani, poi c’è stato il vertice tra voi due e Angeletti. Al termine sembrava si fossero fatti passi in avanti dopo la recente rottura. Poi, a sorpresa, la sua «profonda delusione». Che cosa è successo? Dov’è il problema?
«Primo, non c’è stata una rottura. C’è stato l’abbandono del tavolo da parte della Cgil. Va detto altrimenti sembriamo tutti uguali, e invece qualcuno si è alzato e se n’è andato. Siamo andati unitariamente al confronto con Confindustria, nel documento che ci è stato presentato molte cose erano da correggere e lo abbiamo detto. Altre cose per la Cisl potevano essere accolte. Quindi non c’è stata una rottura».
È accaduto una settimana fa e lo poniamo in premessa…
«… per dire come stanno le cose, io non mi assumo la responsabilità di nessuna rottura perché non ho fatto nulla. Anzi direi che dopo ho fatto alcune proposte di mediazione, ma nessuna è stata accolta».
Quali sono queste proposte?
«Ho detto in modo esplicito che volevamo riaprire il confronto con Confindustria per modificare alcune parti del documento; ho detto che non si poteva scindere la questione degli assetti contrattuali da quella delle politiche industriali; ho proposto, infine, di spostare l’avvio del confronto da settembre a dicembre. Che debba esserci una commissione interconfederale incaricata di lavorare sul modello contrattuale lo avevamo deciso prima, per cui nulla di nuovo sotto il sole. Però io non voglio perdere l’opportunità di fare una verifica anche con Confindustria e spostarla a dicembre. Perché non è possibile pensare di discutere del mondo e non di contratti. Noi non siamo d’accordo. Noi abbiamo chiesto di mantenere aperta la disponibilità di discutere gli assetti contrattuali che dopo tanti anni gli imprenditori hanno messo sul tavolo. Questo non presuppone che si vada ad un accordo, presuppone che si vada ad un confronto. Punto».
Questa è sempre stata la sua linea. La Cgil ha invece sempre detto che i contratti aperti vanno chiusi prima di rimettere le mani al modello del 23 luglio. Nel pubblico impiego, ad esempio, sono 3 milioni i lavoratori che aspettano il rinnovo. Per non parlare dei metalmeccanici. Non sono argomenti peregrine…
«Non mi si può venire a dire questo, perché se a dicembre i contratti dei dipendenti pubblici sono ancora aperti significa che i problemi sono altri. E non mi si può tirare fuori la piattaforma della Fiom: a dicembre spero che Fiom, Fim e Uilm la piattaforma l’abbiamo presentata, se no avremo altri problemi ancora. Io davvero non capisco questa ritrosia, questa non voglia di mantenere un punto di approdo rispetto a una discussione. Volevo un gesto di buona volontà, non l’ho ricevuto, ne prendo atto».
Lo stato delle relazioni industriali è quello che è, regole sulla rappresentanza non ce ne sono: non crede che andare a discutere il documento di Confindustria pensando di emendarlo si vada diretti ad accordi separati?
«Questa cosa degli accordi separati è una balla, deve scrivere che è una balla, ed è anche una bufala. Perché anche il sindacalista più sprovveduto, più ingenuo, sa benissimo che non si farà un accordo separato sugli assetti contrattuali, non sta in natura. Altra cosa è dire se vogliamo affrontare la questione o no. Oggi va tenuta stretta l’opportunità messa sul tavolo dagli industriali: chi mi dice che sarà la stessa domani quando magari ci saranno tensioni sui contratti?».
Da come si sono messe le cose, di concertazione se ne riparlerà quantomeno a settembre È cosi?
«Vedremo. Intanto il governo presenterà il Dpef, la Cisl andrà a questi confronti facendo tesoro dell’accordo con Confindustria dello scorso anno, della piattaforma di Cgil, Cisl e Uil e di alcuni aspetti emersi nel confronto con Confindustria. Andremo con una posizione nostra».
Conferma quindi che non ci sono le condizioni per presentarsi al governo con una posizione comune sullo stato dell’economia. È un dato irreversibile?
«Non ci siamo riusciti. Si parla di rottura, ma non è questo. Ci sono delle differenze, e quando è così bisogna essere in grado di mediare e accogliere anche le posizioni degli altri. Io ho fatto tutti i passaggi: ho detto ottobre, mi è stato detto che ci sono i contratti del pubblico impiego, ho detto dicembre mi è stato detto che c’è il contratto dei metalmeccanici. Cos’altro devo fare?»
Lei difende la sua posizione, la Cgil la propria. Come intende orientarsi ora la Cisl?
«Io non rinuncio all’obiettivo di rimodulare gli assetti contrattuali, continuerò a premere in questa direzione. Si deve sapere che ormai il tema è posto. E a mio avviso questo è un vantaggio».
E la Cgil insisterà con il suo percorso: prima un accordo tra di voi, poi il confronto con Confindustria. Sarà lo stallo.
«Insisto: dobbiamo continuare a chiedere a Confindustria di spostare l’avvio del confronto da settembre a dicembre. E fino ad allora cercare tra noi una posizione comune».