“Intervista” S.Pezzotta: «Basta sacrifici per i lavoratori»

22/03/2004



Intervista
sezione: IN PRIMO PIANO
data: 2004-03-20 – pag: 3
autore: LINA PALMERINI
Meno ferie più Pil:
La replica di Savino Pezzotta Meno ferie più Pil
«Basta sacrifici per i lavoratori» La circolare del ministero del Lavoro sottolinea l’abbandono di un meccanismo punitivo rigido

ROMA • Rinunciare alle ferie per far crescere il Pil? «La
prossima domanda è se siamo favorevoli ai lavori forzati?».
A caldo, risponde con una battuta. Ma Savino Pezzotta sulla questione dello sviluppo ha lavorato sia per costruire una proposta sindacale sia per costruirla unitariamente.
La piattaforma di Cgil, Cisl e Uil, che è la ragione rivendicativa dello sciopero del 26 marzo,
affonda le radici nelle politiche fiscali, industriali, sociali
che il Paese dovrebbe avere per aumentare il Pil.
Il Governo punta invece sulle pensioni. «Con la riforma della previdenza si è propagandato un falso: che si sana un conflitto tra i padri e i figli. Ma la realtà è un’altra: oggi i padri chiedono un futuro per i loro figli».
Meno ferie per la crescita. Si chiede un sacrificio ai lavoratori, cosa ne dice?
Qui c’è un rovesciamento della realtà. Il problema è che non c’è lavoro, non che si lavora poco. Se la nostra crescita è zero, non è una questione di ferie ma di politica economica. Questo lo diciamo con chiarezza nel nostro documento sindacale dove ci siamo assunti la responsabilità di una proposta: no alla riduzione fiscale di Tremonti perché le risorse pubbliche vanno impegnate sugli investimenti in innovazione, infrastrutture, semplificazione amministrativa. Su questo chiediamo al Governo un confronto.
Ma le risorse pubbliche non appaiono così rilevanti. A quale confronto punta?
Non ho paura di chi mi dice la verità. Puntiamo alla chiarezza e se si chiede uno sforzo corale al Paese, non ci tireremo indietro. Il sindacato non è mai venuto meno alle proprie responsabilità, lo abbiamo dimostrato negli anni ’90. Se ci si chiede di fare uno scatto, noi ci siamo.
Lo sciopero è uno scatto?
Lo sciopero è un modo per richiamare l’attenzione sui problemi gravi del Paese. E vedo che non siamo i soli ad avere consapevolezza delle difficoltà economiche: leggo le preoccupazioni del presidente della Repubblica, delle imprese che hanno scritto una lettera al premier. Non avverto altrettanta sensibilità nel Governo che resta su posizioni evanescenti. Siamo ancora alle promesse: meno tasse, stipendi più alti agli insegnanti. Mentre il Paese ha dei problemi pratici e urgenti: come vogliamo provvedere a un intero settore come il tessile che rischia lo smantellamento e la perdita di 800mila posti di lavoro? Queste sono le domande.
Per molto tempo è stato il sindacato a non avere risposte, per esempio sulla riforma delle pensioni.
Ora esiste una nostra piattaforma unitaria. Che risponde anche a un falso: cioè che la riforma sana un conflitto generazionale tra padri e figli. Ma oggi la realtà è un’altra: sono i padri che chiedono un futuro per i loro figli. Nessuno parla più di futuro e il Paese si sta ripiegando su se stesso. Il sindacato ha i suoi limiti ma ora si è assunto la responsabilità di una proposta unitaria.
E, unitariamente, andrete avanti anche dopo lo sciopero?
Non mi piace l’enfasi di certe espressioni. Resto un
pragmatico: vedo le differenze nel sindacato ma vedo anche che, ora, non le usiamo come una clava ma per arricchire i nostri rispettivi punti di vista. Oggi la diversità è uno stimolo per capire chi, tra noi, ha visto giusto.
Dunque, parlerete anche di riforma contrattuale?
Anche qui c’è un segnale positivo. Con la Cgil e la Uil abbiamo deciso di far lavorare, su questo tema, una commissione di sindacalisti ed esperti per verificare la validità del nostro modello. C’è una esigenza di semplificazione: oggi i contratti nazionali sono più di 400. In questo ripensamento entra anche il modello contrattuale: deve esserci la salvaguardia di quello nazionale ma va accentuata la flessibilità territoriale.