“Intervista” S.Pezzotta: «Basta con le illusioni»

16/03/2004


MARTEDÌ 16 MARZO 2004

 
 
Pagina 15 – Economia
 
 
L´INTERVISTA
Pezzotta: il taglio delle tasse promessa mancata dal governo

«Basta con le illusioni
battiamo l´evasione»
          la riduzione Ridurre la stretta fiscale ma non tagliando la spesa sociale
          lavoro nero Va stanato il lavoro nero che pesa per il 25 per cento sul Pil

          LUISA GRION

          ROMA – Tagliare le tasse per creare sviluppo é stata «un´illusione», un promessa mancata. Prima di farla il governo avrebbe dovuto piuttosto recuperare entrate dall´evasione e dal lavoro nero. Ma senza dimenticare che le «imposte sono un sistema per socializzare la solidarietà» e che quindi «al taglio delle tasse non può mai corrispondere un taglio dei servizi». Savino Pezzotta, leader della Cisl fa sulle tasse questione di quantità e di utilizzo: «Ben venga una diminuzione della pressione fiscale, certo, purché non venga compensato con tagli alla spesa sociale».
          Cominciamo dalle quantità. L´Ocse dice che in Italia la pressione è aumentata. Diminuirla era possibile?
          «Diciamo che prometterlo è stata una illusione e pensare che sarebbe bastato tagliare le tasse per rilanciare lo sviluppo e l´imprenditoria è stato un falso ideologico. Tanto più che le tasse sono addirittura aumentate e la ripresa del paese non c´è stata. Anzi, è aumentata la sofferenza»
          Come avrebbe dovuto agire allora il governo?
          «Avrebbe dovuto seguire la strada del recupero delle risorse: prevenire e controllare l´evasione fiscale, che vale 139 miliardi di euro; stanare il lavoro nero che conta ormai quanto il 25 per cento del Pil. Avrebbe dovuto restituire la ricchezza sottratta ai contribuenti con il drenaggio fiscale e realizzare un equilibrato federalismo che garantisca equità ed standard di prestazioni garantite. Avrebbe dovuto sì prevedere agevolazioni a vantaggio delle imprese, ma solo per quelle che fanno investimenti di qualità o garantiscono un numero elevato di posti di lavoro. Questa era la strada che i sindacati avevano indicato in termini di politica fiscale invece si è scelta la via dei condoni, pagati poi dai cittadini che hanno visto scaricarsi il loro costo sui prezzi, quindi sul potere d´acquisto di pensioni e salari».
          Ora però proprio sulla questione generale della competitività e dello sviluppo del paese il governo lancia segnali d´apertura
          «Bene, spero che lo faccia perché ha raggiunto la consapevolezza sulla gravità della situazione e che dietro a tale apertura non ci sia invece strumentalizzazione politica. Abbiamo chiesto la convocazione, siamo in attesa. Ci chiamino e parliamone»
          Fini, che ha appena fatto appello al dialogo ha anche detto però di non voler cadere nelle nostalgie della concertazione. E´ un problema?
          «No, il problema semmai è che fino ad oggi l´esecutivo non ha mai voluto ascoltare le nostre proposte e quelle studiate assieme a Confindustria nel patto per lo sviluppo. Ci accusa, tuttora, di non avere progetti quando sa benissimo che sono pronti e messi su carta dallo scorso giugno. Quanto alla concertazione è indubbio che il metodo ha funzionato: se ora il governo vuol cambiare nome al dialogo e chiamarlo contrattazione, o negoziazione continua per me non c´è problema. Non mi formalizzo sui vocaboli. Il problema è semmai sapere che un paese non si governa e non si rilancia solo grazie alla maggioranza dei voti, ma anche al dialogo con le parti sociali. Se ora l´esecutivo lo hanno capito non siamo pronti. Basta che non ci vengano a raccontare che va tutto bene, perché non è vero e non lo vogliamo più sentire»
          Però nell´attesa del dialogo piazzate un bel sciopero generale
          «Che è già proclamato e che resta anche se ci convocano. E´ più che mai utile: serve a far capire le difficoltà del welfare e dell´economia. Non ci accusino di allarmismo: i dati parlano chiaro. Gli ultimi, quelli sulla produzione industriale, sono pesantissimi».