“Intervista” S.Cofferati: I cattivi compagni

19/01/2006
    N.2 anno LII – 19 gennaio 2006

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      I cattivi compagni

      Le coop. Gli affari. Gli scalatori. Gli errori politici. E la lezione per il centro-sinistra. Il sindaco di Bologna va all’attacco

        colloquio con Sergio Cofferati
        di Marco Damilano

          Niente arroccamenti, compagni. Sergio Cofferati rompe il lungo silenzio sul caso Bnl-Unipol. Lo fa nel giorno in cui la Banca d’Italia mette la pietra tombale sull’Opa di Gianni Consorte. Restano aperte, invece, l’inchiesta della magistratura e lo psicodramma all’interno dei Ds. L’accusa di associazione a delinquere per l’ex manager Unipol? "Un trauma", dice il sindaco. Da Bologna guarda con preoccupazione alle mosse dei dirigenti della Quercia. "Il loro errore non è stato fare il tifo: serviva più rigore sui compagni di strada". E il partito democratico? "Non si può costruirlo sulle difficoltà dei Ds".

          Lei ha fatto della legalità la sua bandiera. Sull’Opa Bnl-Unipol si sono rispettate le regole?

            "È normale che nel mercato finanziario e dei servizi un’assicurazione cercasse una banca e viceversa. Era già successo altre volte che un grande agglomerato desiderasse affiancare un’attività manifatturiera o di servizio a una finanziaria: penso alla Fiat e al San Paolo, ad esempio. Questo era il fulcro del progetto industriale. Il rispetto delle regole deve essere garantito dalle autorità indipendenti, come è stato".

            Prima della bocciatura di Banca d’Italia erano già arrivate le inchieste della magistratura, le dimissioni di Consorte, i conti all’estero.

              "La magistratura è intervenuta su vicende che non riguardano l’Opa sulla Bnl in quanto tale, ma che certo non sono irrilevanti. Quello che la magistratura deve chiarire è se gli arricchimenti personali sono il frutto di un’azione negativa solo su un piano etico o se sono sconfinati nella responsabilità penale. E poi c’è la politica".

              Cosa doveva fare la politica? E i Ds? Non c’è stato un eccesso di interferenza?

                "Non mi convince affatto la forzatura che vuole la politica estranea all’economia".

                Anche Prodi ha parlato di un limite tra politica e affari che non va superato. Cosa c’è che non la convince in questo ragionamento?

                  "Dove c’è mercato la politica deve essere rispettosa e garante delle regole, certamente. La politica non deve intervenire per condizionare e alterare il mercato. Ma sarebbe incomprensibile, sarebbe un errore grave se la politica non avesse una sua idea dei processi economici e delle azioni che si realizzano nel mercato. Spetta alla politica valutare se queste azioni sono utili all’interesse generale o no. Faccio un esempio, attingendo dal passato. Quando la Fiat comprò l’Alfa Romeo, la politica ebbe una sua idea, non restò a guardare. Nel mio lavoro precedente mi sono occupato delle più grandi riorganizzazioni del sistema produttivo italiano: c’era un rapporto con la politica a volte eccessivo. Ma una politica agnostica, che si distrae dall’economia, consegna un ruolo importante di sé a un’altra sfera, ed è una cosa profondamente sbagliata".

                  Da leader della Cgil, lei ritirò il sindacato dal cda Unipol dopo l’Opa sulla Telecom di cui si parla in questi giorni. Sentì puzza di bruciato?

                    "In quella posizione eravamo in conflitto di interesse. Non potevamo rappresentare allo stesso tempo i lavoratori e l’impresa. Unipol voleva espandersi nei servizi e il nostro conflitto di interesse sarebbe diventato ancora più grande e ingiustificato. Per questo ci ritirammo".

                    Su Telecom la politica non fu agnostica. Lei invitò invano il governo D’Alema a bloccare l’Opa di Colaninno. Cosa non la convinceva?

                      "In quello e in altri casi c’è stata una privatizzazione prima del mercato. Quando cominciarono quei processi si sarebbe dovuto creare il mercato e poi favorire le privatizzazioni. Invece il percorso è stato rovesciato. Con il rischio di sostituire ai monopoli pubblici i monopoli privati".

                      Nell’Opa Telecom c’erano alcuni personaggi di oggi: Gnutti, Consorte, i capitani coraggiosi. E gli stessi politici che fecero il tifo.

                        "Anche il tema è lo stesso: l’autonomia. Un valore fondamentale, anche quando si condividono gli stessi valori. Vale per i sindacati, per i soggetti economici, per le coop".

                        I Ds hanno sbagliato a tenere per Unipol?

                          "In questi mesi si è affermato un principio che ritengo valido: riaprire la libertà di competizione per tutti come elemento motore di trasformazione in un sistema capitalistico che da almeno due decenni si trova in condizioni di difficoltà, nell’afasia. No, non è stato questo l’errore".

                          Qual è stato, allora?

                            "Non ci si è resi conto che gli attori andavano valutati su criteri precisi: la loro storia, il fondamento della loro ricchezza. Il vero vulnus è non aver accompagnato la difesa del principio, parità di condizioni per tutti, con un giudizio rigoroso sui protagonisti delle contese. È questo che ha alimentato i sospetti".

                            I sospetti sono fondati? Fassino e D’Alema potevano non sapere? Ci sono stati finanziamenti occulti per i Ds?

                              "A mio parere ci sono stati errori politici. Non c’è nessuna questione morale. Anzi, potrebbe verificarsi una questione morale nell’altro schieramento, ma questo lo dirà l’inchiesta della magistratura".

                              Secondo lei c’è un complotto contro i Ds?

                                "È una tesi che non condivido. Ma è in corso un’aggressione violentissima e volgare da parte della destra, destinata a durare. Con l’obiettivo di ridimensionare il peso politico dei Ds e di rimettere in discussione una parte importante della loro storia. Nel violento attacco si distingue il presidente del Consiglio, che rimuove il suo presente e il suo passato".

                                Sarà. Ma intanto in questi giorni è caduto un altro muro: la diversità morale della sinistra.

                                  "Non c’è una nostra superiorità rispetto agli altri. Come ha detto Pierluigi Bersani, noi dobbiamo guardare gli altri negli occhi, non dall’alto. Però è evidente che il tuo sguardo è penetrante ed efficace se non ti trascini ombre. La nostra risposta è più forte ed efficace se indichiamo con chiarezza qual è il punto di crisi".

                                  Fassino e D’Alema hanno fatto autocritica: "Non dovevamo fare il tifo". Cos’altro vuole?

                                    "Il problema non è il tifo. Le forze politiche devono dire la loro idea senza interferenze. Il problema sono i compagni di strada. La loro storia e l’origine della loro ricchezza: su questo punto serviva una riflessione più rigorosa. Il quartiere dei furbetti è culturalmente dall’altra parte rispetto alla sinistra. Senza un passato che li legittimi come competitori. Non bisogna avere remore a riconoscere questo limite".

                                    D’Alema ha rivelato la sua delusione quando ha saputo che il compagno Consorte aveva messo da parte 50 milioni di euro. È deluso anche lei?

                                      "Posso riferire quello che sento dire in questi giorni nell’ambiente della cooperazione e che condivido. Nessuno si aspettava che in quel mondo potessero crearsi condizioni che hanno consentito arricchimenti personali di tale portata. Le cooperative sono un modello che ha un fondamento etico preciso. L’ipotesi dell’arricchimento non viene ovviamente neppure considerata".

                                      Che cosa si agita nel mondo della cooperazione? Sconcerto? Rabbia?

                                        "È un trauma. E c’è preoccupazione, molta preoccupazione".

                                        Consorte è una mela marcia? Eppure è stato il più importante manager che la cooperazione ha espresso nell’ultimo decennio…

                                          "Il diffuso gruppo dirigente della cooperazione si chiede come sia potuto capitare. Non vedo patologie, nel loro lavoro e nei loro comportamenti".

                                          Ne è sicuro? Il suo predecessore alla Cgil Bruno Trentin ha allargato il discorso: "Il mondo della cooperazione, non solo Unipol, ha perso l’anima". Lei è d’accordo?

                                            "C’è stato uno snodo nel recente passato. Molte cooperative hanno dovuto misurarsi con nuove dinamiche di mercato. In parte hanno cambiato il loro modello organizzativo virando verso le spa. Ma il cambiamento è stato poco razionalizzato, soprattutto su alcuni punti: il rapporto tra il socio e il lavoratore, le responsabilità dei dirigenti. Oggi serve una governance che loro devono riscrivere per rinnovare e rilanciare la cooperazione".

                                            Altro che governance: la cooperazione rischia di essere travolta.

                                              "La cooperazione è una delle più originali forme di impresa oggi presente sul mercato. L’Emilia è una regione dove vengono da lontano per vedere come siamo organizzati. Temo che si metta in discussione tutto confondendo l’attività delle cooperative con quanto è successo in Unipol. Sarebbe sbagliato e pericoloso. C’è un nuovo vertice in Unipol. Spero che usciti rapidamente da questa durissima vicenda ci sia la volontà di rinnovare".

                                              Montezemolo ripete da mesi: le coop facciano il loro mestiere. È stato un errore provare a giocare in serie A?

                                                "In serie A le coop c’erano da tempo. Considero sbagliato l’atteggiamento di Montezemolo: è legittimo che le coop vogliano crescere. Il problema è come si raggiunge l’obiettivo. E anche una riflessione sul capitalismo italiano prima o poi andrà fatta…".

                                                I Ds non rischiano di passare da un eccesso all’altro? Prima le coop non dovevano essere figlie di un dio minore, ora rischiano di essere figlie di nessuno…

                                                  "Appunto: va rivendicato il ruolo della politica. Altrimenti si passa dalla rivendicazione astratta al disconoscimento. La cosa migliore per tutti è sancire l’autonomia delle due realtà e nel contempo ribadire la positività del modello e rinnovarlo".

                                                  Il 9 aprile si vota: teme l’emorragia a sinistra?

                                                    "Sono accaduti fatti che hanno offerto un’impressione sbagliata. Abbiamo il tempo per far valere le nostre ragioni. È evidente che se resti fermo favorisci oggettivamente la disaffezione. Il pericolo esiste, l’immobilismo e l’arroccamento finiscono per dare pretesti a chi ti attacca. Bisogna fronteggiare la violenta aggressione con una discussione in cui un gruppo dirigente moralmente integro come quello dei Ds sia in grado di riconoscere limiti e errori".

                                                    C’è chi scommette che la bufera produrrà un risultato politico: l’accelerazione del partito democratico. È una prospettiva che le piace?

                                                      "Bisogna evitare l’arroccamento, ma anche le fughe in avanti. I processi interni alla politica non vanno pressati dalle contingenze. Per chi crede nella giustezza del partito democratico la cosa peggiore è far avanzare il progetto sulla base delle difficoltà dei Ds. Guai ad utilizzare le difficoltà degli altri per accelerare".

                                                      A chi si riferisce? A Rutelli? A Prodi?

                                                        "Io dico: procedere per fisiologia. Un processo politico è efficace se si arriva in porto con il maggior consenso possibile. Ci sono tutte le ragioni per stare insieme, ma arriviamo da storie molto diverse. Sarà un lavoro impegnativo".


                                                            Albertini gioca a carte
                                                            di Peter Gomez
                                                            La fuga di notizie che sabato 31 dicembre ha permesso a ‘Il Giornale’ di pubblicare l’imbarazzante contenuto di una telefonata non trascritta, e non depositata agli atti, tra Piero Fassino e l’ex boss di Unipol Giovanni Consorte ha un precedente. E non riguarda direttamente un giornalista, ma un politico. Il 28 ottobre 2005 il sindaco di Milano Gabriele Albertini, nel corso di un’intervista sul caso Serravalle, la società mista che gestisce l’autostrada Milano-Mare al centro di un durissimo scontro tra lui e il presidente diessino della provincia Filippo Penati, ha citato un’altra telefonata (per legge top secret) tra il parlamentare della Quercia Pierluigi Bersani e l’imprenditore Marcellino Gavio. Albertini, parlando col quotidiano di Paolo Berlusconi, per dimostrare che c’erano stati affari poco chiari tra Gavio e i Ds ha letto pubblicamente una serie di brogliacci della Guardia di finanza relativi alle intercettazioni disposte in un’indagine sulla Serravalle poi archiviata. In seguito a quell’intervista ‘Il Giornale’ ha pubblicato a puntate una ricostruzione della vicenda che ha messo in difficoltà i Ds.

                                                            Andando però a esaminare il materiale giudiziario utilizzato da Albertini, e poi finito sulle colonne del quotidiano, si scopre che i brogliacci cartacei relativi alle telefonate del parlamentare Bersani non erano a disposizione delle parti. E che comunque quelle intercettazioni dell’onorevole Ds, come verificato da ‘L’espresso’, non erano certamente in mano a Bruno Rota, il presidente della Serravalle, nominato su indicazione del Comune, che aveva legittimamente il diritto di entrarne in possesso dopo l’archiviazione del fascicolo in cui era parte lesa.

                                                            Chi, insomma, ha dato le carte ad Albertini? È quello che in molti si chiedono in questi giorni in Procura dove, dal giorno dello scoop sulla telefonata Fassino-Consorte, è in corso un’indagine per scoprire come sia finita alla stampa una conversazione di cui esistono solo registrazioni, ma non trascrizioni. In questo senso far chiarezza sul precedente relativo ad Albertini potrebbe essere importante. Da molti punti di vista il caso dei brogliacci Gavio-Bersani suona come la prova generale di quello che sarebbe accaduto solo due mesi dopo con Unipol.

                                                            Il sindaco di Milano, che non essendo un giornalista non si può appellare al segreto professionale, potrebbe anche dare indicazioni importanti pure agli ispettori inviati dal Guardasigilli Roberto Castelli e capitanati da Arcibaldo Miller, un magistrato già indicato da Berlusconi come candidato sindaco a Napoli, ma che in seguito a contrasti nella maggioranza ha preferito rinunciare alla carriera politica.