“Intervista” S.Billè: «Subito tagli al costo del lavoro e all´Irap»

21/02/2005

    lunedì 21 febbraio 2005

    Pagina 31 – Economia

      Il presidente della Confcommercio chiede una nuova strategia per le imprese: ecco il nostro piano in tre mosse
      Billè: ultimo avviso per il governo
      «Subito tagli al costo del lavoro e all´Irap. E incentivi a investire»

      LUISA GRION

        ROMA – Per il governo, dice, questo è l´ultimo «avviso di chiamata»: deve «darsi una sveglia» e mettere in piedi una strategia che «restituisca a tutti la voglia di tornar ad essere competitivi». Ma al momento Sergio Billè, presidente della Confcommercio dice di non vedere in giro nulla di buono: «Sento solo parole, fantasmi ai quali le famiglie e le imprese non credono più. E con questo presupposti non si va avanti: davanti a noi abbiamo un 2005 tutto in salita».

        Presidente, il governo però, proprio in questi giorni varerà un pacchetto di norme sulla competitività. Da quello che si sa, come lo giudica?

          «Temo che sia la solita ciambella di salvataggio offerta a malati che non hanno più gambe per mettersi in piedi. Ci sono pochi soldi e quei pochi soldi che ci sono non vengono utilizzati a favore dei settori capaci di creare occupazione».

          Lei cosa suggerisce?

            «Una cura in tre punti».

            Quali?

              «Bisogna abbassare il costo del lavoro. Bisogna incidere sull´Irap che dissangua soprattutto le piccole-medie imprese. Le pare normale che un´ azienda turistica debba restituire allo Stato il 60 per cento dei suoi introiti? Senza interventi in questo senso non è possibile ritornare alla competitività. Bisogna anche sdoganare il risparmio: ce n´è ancora, ma i soldi restano sotto il materasso o ritornano all´estero perché gli investitori non sono affatto garantiti. Come si può pensare che le famiglie impieghino i loro capitali se in milioni aspettano ancora giustizia dopo le truffe subite? Serve una legge, subito. Forse i poteri oligarchici si sono dimenticati del caso Parmalat, ma i risparmiatori no».

              Lei denuncia sempre le difficoltà delle piccole industrie, ma il sistema ora è dominato dalle crisi delle grandi. Non bisogna in qualche modo intervenire lì?

                «Certo, va rimesso in piedi un sistema industriale senza il quale un paese, degno di chiamarsi tale, non può conoscere sviluppo. Ma, per favore, allora scegliamo criteri chiari: basta con l´assistenza. Lo Stato non è la Caritas, le imprese devono essere capaci di mettere sul mercato prodotti veri, competitivi, vendibili, in grado di sostenere la concorrenza. Non bisogna puntare a tenerle in piedi e basta e invece in giro si vede soprattutto questo. Guardiamo all´Impregilo, caso emblematico: l´intervento mi ricorda la storia di quel bambino olandese che mette il ditino nella diga per evitare che la città si allaghi».

                Pininfarina, vicepresidente della Confindustria, chiede però che sia l´industria a restare al centro degli interventi: l´Italia – ha detto – non può diventare un paese di camerieri».

                  «Sciocca, inutile battuta. Certo che l´Italia non deve diventare un paese di soli camerieri, ma nemmeno uno Stato dove i soldi vanno in soccorso dei soliti vecchi padroni».