“Intervista” S.Billè: Per rilanciare l’Italia qualità della spesa e competizione sui costi

09/06/2005

    SUPPLEMENTO AFFARI & FINANZA di lunedì 6 giugno 2005

      pagina 7

      L’intervista

      I DODICI MESI CHE ABBIAMO DAVANTI/ Intervista a Sergio Billè, presidente di confcommercio, sull’economia italiana. la crisi è grave, bisogna cominciare dalla spesa pubblica
      Per rilanciare l’Italia qualità della spesa
      e competizione sui costi

        MARCO PANARA

        Sergio Billè, siciliano, è dal 1995 presidente della Confcommercio, un esercito di 800 mila iscritti che operano in molti settori del terziario. Una parola questa che peraltro a Billè non piace. «Ormai da tempo siamo i primi, in termini di occupati e di pil. Agricoltura e manifatturiero, il primario e il secondario secondo la definizione tradizionale, sono rimaste indietro, e sarebbe il caso di cominciare ad aggiornare anche il lessico».

        Siamo in recessione, per uscirne su cosa dobbiamo puntare, investimenti o consumi?

        «Non cado in questo dualismo. La leva per superare la crisi è capirne a fondo i numeri e le ragioni e poi fare una vera svolta».

        Partendo da dove?

          «Da una radicale revisione della spesa pubblica. Perché perdiamo produttività, è vero, ma è la quantità e la qualità della spesa pubblica che sono il problema storico dell’Italia, e se ci deve essere un segnale forte e vero, anche duro, è dal settore pubblico che deve partire l’esempio».

          Il primo problema per lei sono quindi i conti pubblici.

            «E’ un problema grosso. Se il buco è di 26 miliardi di euro, allora sarà meglio operarsi di appendicite subito piuttosto che arrivare alla peritonite acuta. E invece…»

            Invece cosa?

            «Invece il ministro dell’economia Domenico Siniscalco dice che una manovra immediata non ci sarà, mentre l’opposizione riempie le cronache con le dispute tra Rutelli e Prodi che in realtà ci interessano poco, mentre invece vorremmo sapere cosa intendono fare per affrontare la situazione».

            Condivide l’analisi del Governatore?

            «Il sistema, dopo le Considerazioni Finali di martedì scorso, ha ancora più chiara la percezione della crisi, ma io sono meno ottimista di Fazio: lui prevede consumi in crescita dell’1 per cento e io solo dello 0,3».

            Il terziario non investe, ha detto Fazio.

              «Il terziario avrebbe bisogno di più attenzione. Fazio avrebbe potuto spendere qualche parola di più sui servizi, e mi ha stupito che nella sua relazione non ci fosse neanche una riga dedicata all’agricoltura. Il terziario è sempre stato considerato un gregario dell’industria, ma anche ora che nell’economia nazionale è diventato il capitano, nella logica degli analisti è quello che porta la borraccia».

              In realtà tutti si lamentano di essere trascurati.

              «Noi forse con qualche ragione in più. Prendiamo l’Irap: la si vuole fare in modo da puntellare le circa 700 imprese che hanno più di mille dipendenti lasciando solo briciole agli altri. D’altra parte è stato detto chiaramente nei giorni scorsi che le industrie chiedono un aiuto sull’Irap perchè così possono chiudere i contratti. Ecco, non vorrei che il risultato di tutto questo giro fosse un aumento della pressione fiscale sui cittadini e sulle altre imprese».

              Ma l’Irap va ridotta o no?

              «E’ una questione che va risolta. A Torino una sentenza ha dato ragione a un professionista che sosteneva quello che noi andiamo dicendo da tempo. Ma dobbiamo sapere che la componente federalista dell’Irap è difficilmente aggirabile e può creare serissimi problemi soprattutto alle Regioni più deboli nel settore sanitario».

              L’ipotesi che si fa è di trovare le risorse aumentando l’Iva.

              «Non sono d’accordo, non bisogna agire sulle imposte indirette e l’Iva va semmai ridotta in settori come il turismo congressuale, con sempre più imprese che vanno a fare le loro convention all’estero perché non si possono detrarre l’Iva. E invece avremmo strutture che grazie al turismo congressuale potrebbero essere utilizzate nei periodi di bassa stagione».

              Quindi l’Iva no. E le rendite finanziarie?

                «Il risparmiatore italiano è stato già bastonato abbastanza negli ultimi tempi, sarebbe un altro bel colpo di bastone che finirebbe solo sulla sua testa, perché chi investe dall’estero le tasse non le paga, ed è lì invece che bisogna lavorare».

                Se dall’Iva non si possono recuperare risorse e dalla tassazione delle rendite finanziarie nemmeno, allora dove le troviamo?

                  «Dal sommerso e da una rimodulazione delle imposte dirette. Ma soprattutto, lo ripeto, dalla spesa pubblica, che deve diminuire per quantità e migliorare significativamente per qualità. Andiamo a vedere quante risorse in questi anni si sono spostate dai cittadini e dalle imprese verso la pubblica amministrazione, faremo scoperte interessanti».

                  Lei dice che si dedica troppa attenzione al settore manifatturiero, ma non c’è dubbio che lì ci siano grandi difficoltà.

                    «Che vanno affrontate molto seriamente. L’industria deve rinegoziare il suo futuro sapendo che ci sono aree che deve abbandonare e altre che invece deve presidiare. E intanto si deve affrontare altrettanto seriamente il problema delle rendite, non solo quelle finanziarie, ma le mille rendite di posizione che fanno accumulare risorse solo da una parte e aumentano i costi di tutto il resto».

                    C’è chi dice che in Italia in questi anni c’è stato un grande spostamento di ricchezza, e che un bel pezzo si è fermato proprio nei portafogli dei suoi associati.

                      «Magari si fosse fermata da noi! Quello che vedo è che le nostre piccole imprese vivono in condizioni sempre più problematiche, mentre la grande distribuzione sta contribuendo alla modernizzazione del paese. Aggiungo che da un anno, a parte alcuni casi di pronta stampa, i prezzi dei prodotti alimentari sono in diminuzione».

                      Non negherà che ci sono un bel po’ di intermediari in vari settori che vivono tempi d’oro.

                        «Ci sono falchi e avvoltoi appollaiati in molti posti, ma trovano tanto spazio perché la strada è molto accidentata e il mercato non è fluido quanto potrebbe e dovrebbe essere. Ma gli avvoltoi non sono il sistema, visto che l’Istat ci dice che la forbice tra i prezzi alla produzione e quelli al consumo si sta chiudendo».

                        Quindi la responsabilità è degli altri.

                        «Degli altri insieme a noi. Perché noi siamo afflitti da individualismo e quindi tendiamo a restare piccoli, tendiamo anche a trascurare l’informatizzazione, la formazione, le strutture, la ricerca, mentre c’è una innovazione importante anche nei servizi, nella filiera. Le nostre responsabilità le abbiamo, e sono rilevanti. Ma che cosa è stato fatto per favorire queste imprese? Per aiutarle a fare il salto di qualità? Tutto, risorse e attenzione è concentrato nel manifatturiero».

                        Si riferisce al governo?

                        «Nel 2001, anziché fare la Tremonti che non è servita a niente, anziché pensare che fossero necessari nuovi capannoni, il governo avrebbe dovuto concentrare la sua attenzione sull’informatizzazione, sulla logistica, sulla mobilità, perché nel corpaccione dell’Italia il sangue scorre a fatica. Berlusconi ha sbagliato analisi non oggi ma nel 2001, quando ha detto che tutto andava bene, che bastava mandare l’abito in tintoria perché tornasse come nuovo. Ma l’abito già allora stava andando fuori moda».

                        Ma la perdita di produttività non è reale?

                        «Si parla di costo del lavoro e l’industria giustamente se ne lamenta, ma andiamo a ragionare più a fondo: se si continuano a produrre cose che si vendono sempre meno allora è inevitabile che il costo del lavoro per unità di prodotto aumenti. Analizziamo i comportamenti del management delle imprese e cerchiamo di capire perché sono state lasciate invecchiare le produzioni, da qualche parte delle responsabilità ci devono essere. Evidentemente sono state inseguite delle rendite o altro invece di innovare. La Germania la sua competitività internazionale l’ha aumentata, e per lei la Cina non è un problema ma l’opportunità di cui tanto si parla. Allora analizziamo le cose, parliamoci chiaro e non facciamo ricadere sul resto del sistema la perdita di posizioni di una parte».

                        Nei paesi ricchi il manifatturiero perde occupazione ovunque, solo che il lì il terziario cresce e compensa, o addirittura come nel Regno Unito crea il doppio dei posti di lavoro persi dall’industria. Perché in Italia no?

                          «Noi continuiamo ad assorbire occupazione in uscita da altri settori, ma è più difficile se non si innova quello che c’è intorno al terziario. In Italia avvengono cose strane. Prenda il Bancomat, che è una bella innovazione: ebbene il commercio ha facilitato il successo del Bancomat, il cui utilizzo per i pagamenti infatti cresce. La cosa strana è che il costo dell’operazione Bancomat, che paga il commerciante, invece di diminuire con la crescita del numero delle operazioni, aumenta. Il risultato è che il commerciante paga di più, le banche fanno utili enormi, ma non accompagnano come dovrebbero il processo di riqualificazione del settore. Perché continuano a guardare al capannone in garanzia e non ai progetti».

                          A questo punto al governo cosa chiederebbe?

                          «Non chiederei un euro di incentivo, ma di ragionare sui costi bancari e assicurativi, di intervenire per liberalizzare gli accessi, per aumentare la concorrenza tra gli internet provider, per rendere meno onerosa e più efficiente la logistica, per consentire l’accesso internazionale all’energia: se solo potessimo pagare l’energia come gli altri in Europa altro che sconto sull’Irap sarebbe! Basterebbe una maggiore competizione sui costi per imprenditorializzare non solo il terziario ma tutto il paese».

                          Nei prossimi dodici mesi cosa ci dobbiamo aspettare?

                            «Siamo malati e il decorso sarà lungo se non ingoiamo subito la pillola amara che ci tocca. E dobbiamo sapere che la nostra è una malattia italiana, la cui responsabilità è nostra e che dobbiamo curarcela da soli».

                              carta d’identità

                              Messinese, avvocato, imprenditore

                              Sergio Billè è presidente di Confcommercio dal giugno 1995. Nasce nel 1947 a Messina, dove è titolare di una delle più avviate imprese di ristorazione della città. Si laurea in legge nel 1969. Nel 1976 entra come dirigente in Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, di cui diventa presidente nel 1988. Dal 1992 è presidente della Federazione regionale del commercio e del turismo di Sicilia, nonché presidente della Camera di Commercio di Messina, membro del Consiglio direttivo Unioncamere. Dal 1997 fa parte dell’Advisory Board del Banco di Sicilia. Inoltre, é presidente dell’Enasco, l’ente di assistenza degli imprenditori del commercio, dell’Isnart, istituto per le ricerche sul turismo. A maggio 2004 è stato designato a ricoprire la carica di presidente del nuovo consiglio di amministrazione di Messina Sviluppo Scpa.