“Intervista” S.Billè: ma questo piano non aiuta il Sud

28/02/2005

    domenica 27 febbraio 2005

    pagina 15 Economia

      Billè: ma questo piano non aiuta il Sud

        GIUSY FRANZESE «Le priorità di questo piano sono: tener buono il sindacato e rimettere i metalmeccanici al loro posto di lavoro. E i metalmeccanici sono in gran parte al Nord e molto pochi al Sud».
        È decisamente critico Sergio Billè, presidente della Confcommercio, con il piano sulla competitività del governo. Non che sia tutto da buttare, per carità. Ma lui, da buon meridionale, avrebbe voluto uno sforzo in più per il Mezzogiorno.

        Presidente Billè, che cosa c’è che non le piace nel piano del governo?

          «Dedica al problema del Mezzogiorno solo pochi coriandoli. La vera priorità mi sembra soprattutto quella di far tornare a Mirafiori e in altre fabbriche, i tanti cassaintegrati, che a causa della forte caduta industriale oggi sono costretti a girarsi i pollici davanti alla tv».

          Anche il presidente della Repubblica, Ciampi, ha detto che per agganciare lo sviluppo bisogna concentrarsi sull’industria, «nocciolo duro» dell’economia.

            «Certo, ma io dico: forse che i problemi del Sud si risolvono facendo tornare in fabbrica i cassaintegrati di Cassino, di Melfi e di Termini Imerese? È come servire una macedonia di frutta a chi – e mi riferisco all’economia meridionale – ha bisogno di mettere nello stomaco qualche bistecca al sangue. Di queste bistecche per il momento non c’è nemmeno l’odore».

            Il piano del governo prevede anche una fiscalità di vantaggio per il Sud.

              «Il piano quintuplica gli sgravi fiscali per le imprese che assumono nuovo personale nelle aree del Sud. Secondo lei è sufficiente?» È un «primo passo importante», sostiene Montezemolo. «E allora Montezemolo mi faccia l’elenco delle imprese che, a queste condizioni, decideranno di aprire nuovi stabilimenti al Sud. Perché non guardiamo in faccia la realtà? Queste imprese vanno in Polonia, in Slovenia, in Corea e perfino in Cina».

              Che cosa ci vorrebbe, secondo lei, per convincerle?

                «Sicuramente un massiccio, organico e pianificato intervento infrastrutturale. Ci costerà qualche punto di Pil? È uno sforzo che vale la pena di fare. Il ritorno, in termini di occupazione e di produzione di ricchezza, arriverà sicuramente nel medio periodo. Il Mezzogiorno restituirà tutto e anche con gli interessi».

                Naturalmente, quando parla di piano infrastrutturale lei pensa ai vantaggi che ne potranno ricavare il settore dei servizi e del turismo.

                  «Scusi, ma non ha fatto proprio questo, ad esempio, la Spagna per le aree sottosviluppate? Al piano infrastrutturale, bisognerebbe affiancare un sistema bancario di progetto per il Sud, mettendo da parte le logiche clientelari. E poi ci vuole una rimodulazione dell’utilizzo degli incentivi. Bisogna piantarla di regalare soldi a chi, invece di investire in prodotti e servizi nuovi e competitivi, li usa come rendite da mettere in banca».

                  C’è ancora tempo, secondo lei, per modificare qualcosa?

                    «Sicuramente è importante che il governo abbia mantenuto aperto il tavolo».

                    Ciampi sostiene che l’euro forte può solo aiutare. Un concetto difficile da far entrare nella mente del semplice cittadino, che con l’euro ancora non si raccapezza. I prezzi alti sono solo una errata percezione?

                      «È davvero preoccupante che di fronte a un risveglio di vendite in tutta Europa, l’Italia resti al palo. Ma l’euro incide non più del 20% in questa situazione. Urge una trasformazione del nostro sistema economico, dove prevalgono ancora le rendite di posizione in alcuni settori, soprattutto quelli dei servizi. Abbiamo una filiera che nel settore alimentare, ad esempio, è la più lunga e la più scassata del mondo».