“Intervista” S.Billè: «Il governo se la prende soltanto con noi»

17/02/2004


17 Febbraio 2004

intervista
Raffaello Masci

DUBBI SUL CONCORDATO CHE «NON DEVE ESSERE A SENSO UNICO SENNO’ FINIRA’ PER METTERE FUORI GIOCO LE NOSTRE IMPRESE»
Billè contrattacca: «Il governo
se la prende soltanto con noi»
Per Confcommercio aumenti innegabili, ma li hanno causati le «mele marce»
«I responsabili sono anche altrove: nell’industria, nel risparmio e nei servizi»

ROMA
SIAMO pronti ad ogni tipo di collaborazione col governo, con le parti politiche e sociali perché il fenomeno del carovita non diventi una cronica e pesante palla al piede del sistema a danno delle famiglie e dei consumatori, ma allora è arrivato il momento di farla finita con le ipocrisie e con i processi sommari contro i commercianti, tanto per accontentare la piazza in rivolta». Sergio Billè – presidente degli 850 mila imprenditori di tutta la distribuzione, del turismo e dei servizi iscritti a Confcommercio – è estremamente severo con il governo che, implicitamente, accusa il comparto che lui rappresenta, di essere quello maggiormente responsabile del carovita.
La prego, Billè, non iniziamo questa intervista con una difesa d’ufficio e un «non siamo stati noi», perché questa l’abbiamo già sentita. Il carovita c’è e lo riconosce anche il governo.
«Mi faccia dividere la sua domanda in due punti. Prima le rispondo sul carovita. Poi sul governo che se ne è accorto».
Faccia pure.
«Dunque: il costo della vita. E’ giusto che il governo si muova per individuare le mele marce che possono aver contribuito a portare i prezzi oltre il livello di guardia. Ma allora farebbe bene a studiare un’iniziativa che gli consenta di individuare le magagne che esistono in ogni settore del sistema, a partire da quelli dell’industria e del credito che, invece, con questo tipo di iniziativa, vengono lasciati totalmente nell’ombra. Insomma o si agisce davvero a 360 gradi e in profondità con un lavoro di vero scavo e di reale identificazione delle responsabilità, oppure si procede solo a stilare liste di proscrizione, con l’idea addirittura di affiggerle negli uffici postali di quartiere. Questa è pura demagogia elettorale che non risolve i problemi».
Mi dia la seconda risposta: perché il governo si è mosso solo ora? Lei veramente pensa ad una trovata elettorale?
«Io mi attengo ai fatti e mi chiedo: se davvero il governo era convinto che il marcio nel sistema distributivo stava diventando una regola, mi spiega come mai ha atteso due anni, più di 670 giorni dall’introduzione dell’euro, per prendere di petto questo problema? Evidentemente non lo ha fatto perché sapeva che, dietro il sipario dei cartellini dei prezzi al dettaglio, c’era ben altro. Solo che, per motivi di opportunità, ha preferito non sollevare tutti gli altri coperchi».
Lei sta facendo una chiamata generale di correo: l’industria, il risparmio, i servizi?
«Non parliamo di reato. Ognuno si prenda la responsabilità che gli compete. Noi commercianti applichiamo prezzi che non produciamo e spesso abbiamo costi che altri settori economici del paese non hanno. Mi spiega, per esempio, perché un supermercato deve pagare la bolletta della luce il 30% in più di un’industria? Insomma, se si vuole fare un monitoraggio che davvero porti a qualche sostanziale cambiamento e miglioramento del sistema economico, esso va fatto a trecentosessanta gradi. Se no, ci prendiamo tutti in giro e si prendono in giro anche gli elettori. Vogliamo cominciare a parlare della via crucis, non la saprei definire in altro modo, di milioni di famiglie che vengono ogni giorno "torchiate" da un sistema pubblico che eroga servizi non solo sempre più costosi ma anche sempre più inefficienti? O è colpa dei commercianti e del sistema distributivo anche se, per fare una semplice mammografia, ci si deve rivolgere al costosissimo sistema privato perché quello pubblico dà tempi di attesa superiori a tre mesi?»
Il governo ha bisogno di soldi, avvocato Billè, e vuole recuperarli dall’evasione fiscale. Il concordato preventivo che vi propone è un modo per dare più certezza alle entrate e stabilire rapporti più sereni con voi. Non trova?
«Nessuno nega che il concordato fiscale possa essere una nuova opportunità per regolare meglio e con maggiore trasparenza il rapporto tra imprese e fisco. Ma non dovrà essere un concordato a senso unico, una specie di cappio al collo imposto alle imprese solo per metterle nell’angolo e ridurre ulteriormente i loro margini di profitto. Perché, se così fosse, il libero mercato andrebbe in pezzi e a chi fa impresa non resterebbe che una soluzione: abbassare la saracinesca e andare a fare il salariato da qualche parte».