“Intervista” S.Billè: «E’ nei servizi la chiave della ripresa»

08/11/2004

              domenica 7 Novembre 2004

              IL PRESIDENTE CONFCOMMERCIO: SUGLI STUDI DI SETTORE SENZA CONFRONTO NON SI PROCEDE

                «E’ nei servizi la chiave della ripresa»

                  Billè: tagliare le tasse alle famiglie e a chi produce posti di lavoro

                    ROMA
                    IL presidente della Confcommercio, Sergio Billè, non ha dubbi: le tasse vanno ridotte alle famiglie e il taglio dell’Irap deve andare a favore delle imprese che producono nuovi posti di lavoro.

                      Una ricetta secca, presidente Billè, ma riuscirebbe a rilanciare i consumi?
                      «Il problema è quello di far a ripartire la nostra economia, di cui il consumo è un componente primario. E io dico che, al punto in cui siamo oggi, sarebbe sbagliatissimo non dare un conforto, anche psicologico, ad una famiglia sempre più depressa ogni volta che va di fronte ad un totem chiamato distributore di benzina, perchè si rende conto di quanto è diminuito il suo potere d’acquisto. Senza contare il fatto che lo Stato, con i guadagni fiscali sugli aumenti del petrolio ha incassato l’equivalente di una mezza Finanziaria».

                        La Confindustria, però, sostiene, sulla base dei risultati dei provvedimenti adottati in passato, che togliere un po’di tasse alle famiglie non serve a far ripartire i consumi. Sbaglia?
                        «Vorrei rispondere a questo ragionamento con due osservazioni. La prima: sarà anche vero che quel provvedimento, allora destinato alle famiglie meno abbienti, da solo non ha inciso in maniera efficace sul rilancio dei consumi, è anche vero però che quella riduzione di tasse, con tutto quello che è accaduto successivamente, ha almeno consentito alle famiglie di minimo reddito di non attaccarsi alla canna del gas. Ora siamo daccapo, con l’aggravante che alla canna del gas non ci sono più solo le famiglie povere, ma anche quelle del ceto medio».

                        E la seconda considerazione?
                        «Eccola: se i soldi dati, anzi restituiti, alle famiglie non sono serviti a rilanciare il mercato i contributi e le agevolazioni concesse in questi anni dallo Stato alle industrie sono forse serviti per migliorare la competitività delle nostre aziende sul mercato mondiale? Io direi proprio di no».

                        Ma se le industrie dovessero licenziare non crede che le cose peggiorerebbero?
                        «Allora, voglio essere molto chiaro: è giusto fare tutto ciò che è possibile per salvare i posti di lavoro dell’industria, ma c’è una legge, imposta dalla globalizzazione economica e poi sposata dalle normative comunitarie, che impone alle imprese di risolvere da sole i loro problemi se vogliono sopravvivere. Se questa legge vale negli altri Paesi europei, perché non può valere anche in Italia?».

                        Ma se i soldi degli sgravi si destinano alla ricerca?
                        «Mi tremano i polsi quando mi rendo conto che c’è chi pensa bastino 4,5 miliardi di euro per mettere oggi il nostro sistema industriale nelle condizioni operative di fare veramente ricerca e innovazione. La verità è che con l’alibi della ricerca si cerca di dirottare, com’è accaduto puntualmente anche in passato, tutte le risorse disponibili verso un settore, e solo per tappare i buchi non per creare posti di lavoro».

                        Gli ultimi dati del ministero dell’Economia segnalano un recupero negli introiti dell’Iva che confermerebbe una certa ripresa dei consumi. Lei è d’accordo?
                        «Non credo proprio che l’Iva sia l’indice che dà il metro dei consumi. Quanta parte di economia sommersa è cresciuta in questi anni e invece doveva diminuire? Io credo che oggi la vera svolta auspicabile sia quella di non parlare più di commercianti o di consumi, ma di un sistema dei servizi che attualmente è l’unico a produrtre nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza».

                          Invece il ministro Siniscalco ha in mente di fare un po’di «manutenzione» sugli studi di settore che sono fermi dal ’99.
                          «A Siniscalco ripeto quanto ho già detto: che fine ha fatto il tavolo che doveva appunto assicurare il consenso delle categorie alla rimodulazione degli studi di settore? Sia ben chiaro che se il confronto non ci sarà noi non daremo alcun assenso».