“Intervista” S.Billé: consumatori senza soldi, liberalizziamo le tariffe

29/10/2004

              venerdì 29 ottobre 2004

              L’INTERVISTA
              Billé: consumatori senza soldi, liberalizziamo le tariffe
              «I listini cadono perché ormai non si spende più Servono politiche per rilanciare il potere d’acquisto»

              Federico Fubini

              MILANO – La frenata dell’inflazione non è una buona notizia, se a raffreddare i prezzi non sono le liberalizzazioni. Ma sono, più probabilmente, i timori dei consumatori: «Le famiglie spendono sempre di meno e i commercianti limano i listini sempre di più, fino a ridurre i margini operativi quasi a zero. Non escludo che avremo presto brutte sorprese nelle imprese della grande distribuzione». Non è ottimista il presidente di Confcommercio Sergio Billé. Il potere d’acquisto degli italiani è sempre più risicato e per ricostruirlo, insiste, occorre una strategia. Che porti ad abbassare i costi dell’energia e dei servizi
              di pubblica utilità.

              Davvero è così male se per una volta l’inflazione è più bassa di quella media in Europa?

              «No: è anche un buon segnale – risponde Billé -. Ma non nascondiamoci che in primo luogo è il riflesso di una domanda molto debole. Dietro questo dato c’è una forte perdita del potere d’acquisto dei cittadini, dovuta anche ai picchi preoccupanti del petrolio».


              Gli ultimi dati sul fatturato dei commerci mostrano un crollo della spesa alimentare e il boom della grande distribuzione a prezzi scontati. Che significa?


              «Assistiamo a un riposizionamento di tutta la struttura del consumo. Prima gli italiani hanno stretto la cinghia su beni più voluttuari, adesso lo fanno anche su un mercato "rigido" come quello dell’alimentare. Sono spese sempre più stringate e più nevrotiche, di chi ha sempre meno nel portafoglio».


              La Francia tenta da tempo politiche di rilancio dei consumi anche attraverso il taglio dei prezzi. Va imitata?


              «Difficile. La Francia ha distributori molto più forti rispetto ai produttori e anche più malleabili con accordi nazionali perché sono pochi e potenti. In Italia invece va ridato potere d’acquisto ai cittadini, aumentando il reddito disponibile».


              Lo si fa tagliando le tasse?


              «Non solo. Occorre dare agli italiani un po’ di fiducia garantendo che la tassazione locale non aumenterà. Senza dimenticare un’altra differenza rispetto alla Francia: lì un’infinità di tariffe sono sulla tastiera centrale del governo. Da noi non è così».


              Vuol dire che energia e elettricità costano troppo?


              «Le tariffe sono del 30% superiori a quelle francesi: ciò ha un ovvio impatto sul potere d’acquisto delle famiglie, sui costi degli esercizi commerciali e, in ultima analisi, sui consumi in genere».


              I commercianti sono disposti a liberalizzare di più il loro settore se le grandi imprese dell’energia faranno altrettanto?


              «Lo scambio dei comportamenti virtuosi si può fare. Ma il commercio è già liberalizzato! Per il mio settore fino a 250 metri quadri non ci sono vincoli. I problemi semmai sono per le grandi superfici, ma quelle sono competenza delle regioni. E’ più importante aprire il mercato dell’Enel o dell’Eni».


              Se ciascun settore scarica sugli altri l’onere delle riforme alla fine si fanno pochi progressi, non trova?


              «Si discute come se la radice dei problemi fosse il cartellino dei prezzi. Eppure siamo in un sistema industriale che torna ad essere statalista, con termoregolatori sulle tariffe che non aiutano né la trasparenza né il mercato, in un Paese posseduto da pochi cartelli e da pochi monopoli. Il punto sta qui».