“Intervista” S.Billè: a questo governo serve un pit-stop

08/07/2004


        GIOVEDÌ, 08 LUGLIO 2004
         

        intervista
        Raffaello Masci

        IL PRESIDENTE DELLA CONFCOMMERCIO: IL MIO E’ UN CONSIGLIO DA VERO AMICO, HA UNA MAGGIORANZA FORTE E PUO’ FARCELA
        Billè: a questo governo serve un pit-stop
        «Berlusconi deve fermarsi, revisionare il motore e ripartire»

        ROMA


        POSSO dare al Presidente del Consiglio, da suo amico quale ritengo di essere, un umile ma sentito suggerimento? – si chiede il presidente di Confcommercio, Sergio Billè -. Fermi la macchina, revisioni motore, e poi si rimetta in pista a tutta velocità. Non mi pare che oggi ci siano valide alternative a questo ormai ineludibile pit-stop».

        Billè, lei sta proponendo a Berlusconi una crisi di governo chiara e netta?

        «Sarebbe, credo, una buona idea. D’altronde Berlusconi ha ancora la forza per ripartire con sprint. Intanto perché ha una maggioranza fortissima. Poi perché, senza di lui, i suoi alleati di governo, divisi come sono su tutto o su quasi tutto, rischierebbero, in pista, di entrare in collisione tra loro».


        Fuor di metafora: Berlusconi metta in riga i suoi colonnelli?

        «Me la faccia dire così: Berlusconi dovrebbe, ricordare ai suoi "cardinali" – cito Erasmo da Rotterdam nell’Elogio della pazzia – che, affinché essi possano svolgere lo stesso ruolo che ebbero gli Apostoli, "devono agitare di meno le ampie pieghe svolazzanti delle loro porpore e operare, invece, di più non come padroni ma come semplici amministratori del bene comune". Ci siamo capiti, no?»


        E quali sarebbero, secondo lei, i meccanismi da revisionare in questo ipotetico pit stop?

        «Almeno tre: la manovra di risanamento, il taglio delle tasse, la riforma federalista. Cominciamo dalla prima: proprio ieri le agenzie di rating ci hanno segnalato che, senza consistenti tagli strutturali alla spesa pubblica, il nostro deficit rischia di sforare pesantemente anche nei prossimi anni. Anzi, ci dicono che nemmeno la manovra di 7,5 miliardi portata all’Ecofin sarebbe sufficiente a far restare, nel 2004, il rapporto deficit/Pil sotto il 3%. E’ chiaro che occorre ridisegnare una strategia di politica economica che impedisca ulteriori cedimenti del sistema, sia per quanto riguarda la finanza pubblica che per quanto riguarda le prospettive di sviluppo. E’ una deriva che va evitata a tutti i costi, ma per questo il governo deve agire come l’esercito cartaginese: a "testuggine". E non ci sembra che la coalizione lo stia facendo».


        Parliamo di tasse. E’ verosimile un taglio, in queste condizioni?

        «E’ chiaro che questa coalizione di governo si gioca tutto o gran parte del suo consenso sulla promessa fatta di riforma fiscale. La "credibilità" del famoso contratto con gli italiani si sta però pesantemente incrinando. Quel contratto non è più "onorabile"? Ebbene allora se ne faccia un altro, ma che esso sia davvero credibile. Insomma reiterare le promesse fatte non basta più perché, di fronte ad esse, sta montando il "disincanto" cioè il polliceverso».


        Secondo alcuni sondaggi, il 51% degli italiani preferirebbe, al taglio delle tasse, tariffe che non fossero del 50% superiori alla media europea.

        «Qualcuno ci dimostri che vi sono alternative "equipollenti" alla riduzione delle tasse e ne discuteremo. Ma quali alternative sono praticabili nel breve periodo? Forse che si sta facendo qualcosa di concreto per la liberalizzazione del mercato e per il conseguente abbassamento dei costi dei servizi di base?»


        Pit-stop anche per la riforma federalista?

        «Non è affatto chiaro se, quando, come e con quali risorse il governo intenda attuarla. Dai nostri conti risulta che l’attuazione di questa riforma abbia un costo di 57 miliardi di euro che può essere sopportato solo in due modi: o trasferendo sul territorio mezzi, personale e risorse che sono oggi appannaggio dello stato centrale o mettendo in pista nuove tasse. Tertium non datur».