“Intervista” Rutelli: «Il sindacato diviso perderà»

05/06/2002

            4 giugno 2002


            LA RIFORMA DEL WELFARE

            L’INTERVISTA

            «Il sindacato diviso perderà
            Cisl e Uil non sono traditori»

            Rutelli: «Sostegno contro le modifiche all’articolo 18, ma la strada è l’unità»

                ROMA – La leadership del centrosinistra? «Porre la questione adesso è letteralmente insensato. Oggi si tratta di cominciare a definire il programma riformista dell’Ulivo, per arrivare a un’alleanza più vasta, con Rifondazione, con Di Pietro, che sia però un’alleanza di governo, non solo contro Berlusconi e il centrodestra, come nel ’96. Il candidato premier dovrà essere l’espressione di questo processo politico e di un consenso ampio, verificato attraverso elezioni primarie», sostiene Francesco Rutelli. Convinto che il primo turno delle elezioni amministrative abbia certificato qualcosa di più dell’esistenza in vita del centrosinistra: «Per due anni, con immensa fatica, ho lavorato per tenere unito l’Ulivo. Se abbiamo retto e ne siamo usciti con la schiena dritta è anche merito mio». Ma persuaso anche che un riformismo moderno, in grado di vincere la partita, sia in gran parte da costruire.
                Il confronto sul futuro del centrosinistra e del riformismo si è riacceso, anche con le interviste al Corriere di Massimo D’Alema e Romano Prodi. Ne parleremo tra un attimo, perché, prima, dobbiamo occuparci del presente. Dell’articolo 18, della rottura sindacale, gli scioperi indetti dalla Cgil, di Sergio Cofferati che trova «fuori luogo» tutte le esortazioni, comprese le sue, perché torni al tavolo delle trattative…
                «Il mio invito all’unità non è fuori luogo, perché un sindacato diviso perde con il governo proprio come un Ulivo diviso perde con la destra. E non mi sento di accusare di tradimento Cisl e Uil, perché anch’io voglio andare a vedere le proposte del governo. D’altronde, la Cgil partecipa a tre delle quattro trattative, e fa benissimo. Detto questo, condivido in pieno la scelta del centrosinistra di battersi per la difesa dell’articolo 18, perché quella ingaggiata dalla maggioranza di governo e dalla maggioranza della Confindustria è una battaglia tutta politica per ridisegnare a proprio vantaggio i rapporti di forza. E proprio quando è evidente che Berlusconi, quello che aveva promesso un nuovo miracolo economico contro la grigia continuità del centrosinistra, sta facendo fiasco».

                Massimo D’Alema, da presidente del Consiglio, aveva detto ai giovani: il tempo del posto fisso è finito…

                «E’ stato un grande merito dei nostri governi quello di aver aperto la strada a una maggiore flessibilità, e di aver avanzato delle proposte per tenere insieme flessibilità, diritti dei lavoratori "flessibili" e nuove regole per la cessazione dei rapporti di lavoro. Non si può puntare solo su queste ultime, come fanno il centrodestra e D’Amato, nella speranza di mettere a segno una specie di golden gol contro il nostro mondo. Però non si può neanche giocare solo in difesa, nascondersi che il lavoro e le stesse aspettative di vita che sul lavoro si riversano sono cambiate. La proposta di Tiziano Treu e di Giuliano Amato mi sembra il tentativo più avanzato di fornire una nuova generazione di risposte a una nuova generazione di quesiti».

                E il tentativo più arretrato, secondo lei, qual è?

                «Quello tutto ideologico di Fausto Bertinotti, il referendum per estendere l’articolo 18 alle aziende con meno di 15 addetti, e cioè anche alle aziende a conduzione familiare, o artigiane, che in media di addetti ne hanno tre. Più in generale, bisogna adottare un gioco che contempli assieme la difesa e l’attacco. E non si può attaccare con successo su questo terreno senza riorganizzare nel suo complesso il sistema delle tutele e delle garanzie, specie in una fase economica non espansiva».

                Ripensare il lavoro, le tutele, le garanzie. Deve partire da qui, secondo lei, il nuovo riformismo?

                «Anche da qui, naturalmente. Ma non solo da qui, perché prima ancora dei problemi economici e sociali sono aperte grandi questioni politiche e culturali di cui si parla troppo poco. Vorrei fare, se me lo permette, un passo indietro di sette o otto anni…».

                Addirittura.

                «Addirittu ra. Perché già alla metà degli anni Novanta almeno a me era chiaro che o in Europa si affermava stabilmente il centrosinistra o Silvio Berlusconi, che a modo suo è un innovatore, avrebbe introdotto due cambiamenti radicali. Il primo: la trasformazione del Partito popolare europeo da forza del centro moderato a contenitore dei conservatori di centrodestra. Il secondo: il progressivo venir meno in Europa degli sbarramenti tradizionali verso la destra radicale, proprio come Berlusconi ha fatto in Italia con Fini, con Bossi, che nella maggioranza sta da azionista e non da comprimario. E adesso, in tante città italiane, con Rauti».

                Veramente in Francia, nei confronti di Le Pen, è accaduto esattamente il contrario…

                «Grazie a Chirac, tra i Paesi che hanno votato di recente, la Francia, almeno nell’Europa continentale, è l’unica vera eccezione. In Austria, in Danimarca, in Olanda, in Portogallo partiti di estrema destra, o formazioni populiste di tipo nuovo, sono nell’area di governo».

                E in tutta Europa la sinistra segna il passo, o peggio.

                «E infatti io le parlavo di un centrosinistra europeo, non della sinistra storica, perché la sinistra, da sola, non può farcela. Il crollo del Muro di Berlino ha portato, seppure indirettamente, anche a un progressivo esaurimento della socialdemocrazia, che è stata un’alternativa nel sistema assai forte finché c’era e pesava, eccome, un’alternativa di sistema come il comunismo. Ci sono voluti dieci anni, ma adesso il compimento di quel ciclo mi sembra evidente. Anche perché ad accelerarlo oltre ogni dire ha concorso un secondo e più imprevedibile crollo, che ha sconvolto tutte le certezze consolidate: quello delle Due Torri».

                Lei vuol dire che dopo l’11 settembre il vento di destra è diventato una tempesta?

                «C’è una percezione di paura non solo verso il terrorismo, ma verso gli effetti della globalizzazione, che è rapidissimamente entrata fin nel midollo delle nostre società. Pensi all’immigrazione e alla sicurezza. La destra gode di una rendita immensa soprattutto verso gli strati meno acculturati della popolazione, le basta gridare un bel "no". Noi dobbiamo dare una risposta complessa, articolare un discorso, cercare di comunicarlo in forme essenziali. Non vogliamo né le le frontiere libere né il filo spinato nei nostri quartieri: chi arriva non deve essere assimilato ma deve riconoscersi nel nostro denominatore comune di diritti e di doveri, si tratti dell’uguaglianza tra l’uomo e la donna o della ripulsa di ogni forma di schiavitù. L’esempio migliore che mi sento di fare è quello di Tony Blair, severissimo verso l’immigrazione clandestina ma capace di nominare un ministro nero. E’ l’unica via possibile all’integrazione, ma non è facile né individuarla né spiegarla. Di sicuro non ci soccorrono, nel farlo, le divisioni politiche ereditate dal secolo scorso».

                Dunque lei esclude che tra gli obiettivi della Margherita, domani o magari dopodomani, ci possa essere l’adesione al Partito del socialismo europeo?

                «Certo. La Margherita è un partito riformista e di centrosinistra, non la gamba moderata o centrista dell’Ulivo. Ma del socialismo europeo le ho già detto. Dopo le elezioni tedesche, va messa all’ordine del giorno, ovviamente anche con i socialisti e i socialdemocratici, la costituzione di una nuova alleanza dei democratici: ne parlerò già questo fine settimana, al seminario organizzato da Blair sulle prospettive della sinistra. E poi, vede, se mi chiede quali sono i miei politici preferiti in Europa, io le rispondo rifuggendo dalle classificazioni partitiche consolidate: Bayrou in Francia, Fischer in Germania, Demsky, il sindaco liberale di Budapest, in Ungheria, l’autonomista Pujol e il socialista Maragall in Catalogna. Per ricomporre un campo riformista, bisogna passare per una scomposizione degli schieramenti tradizionali».

                Europa vuol dire anche Romano Prodi…

                «L’Europa è a un bivio decisivo, perché deve venire rapidamente a capo di questioni cruciali, dall’allargamento alla decisione se darsi o meno una Costituzione, dai rapporti con la Nato e, più in generale, con gli Stati Uniti alla promozione di una politica estera e di difesa comune. Dalle decisioni che verranno prese, dipenderà il nostro futuro, e cioè se avremo semplicemente uno spazio di libero scambio un po’ più vasta o un’Europa politica, capace di dare una sua risposta ai problemi della globalizzazione. Anche per questo dico: teniamo Romano Prodi fuori dalla contesa politicante italiana. A suo tempo, quando si tratterà di scegliere la nostra compagine per governare il Paese, e il nostro candidato premier, sarà sicuramente in prima linea. Ma, insisto, a suo tempo, perché discutere oggi della leadership futura del centrosinistra è insensato».
            Paolo Franchi