“Intervista” Rinascente: parlano i due amministratori delegati

07/01/2002
La Stampa web

 



intervista
Flavia Podestà
(Del 7/1/2002 Sezione: Economia Pag. 17)
«Bloccati dalle leggi e dall´Irap»
Rinascente: parlano i due amministratori delegati

SENZA fare rumore il gruppo Rinascente – il colosso della grande distribuzione quotato in Borsa e controllato da Eurofind, società posseduta da Ifil e dal gruppo Auchan – di anno in anno ha messo a segno crescite importanti, arrivando nel 2000 a superare la barriera degli 11 mila miliardi di fatturato. E archiviando gli esercizi con utili crescenti. Il percorso virtuoso che ha messo il turbo alla crescita è stato l´accordo con i francesi che, per esplicita ammissione dei vertici italiani del gruppo, hanno saputo trasferire in Italia – dove fino ai primi Anni Novanta la distribuzione aveva potuto cullarsi sugli allori grazie alla mancanza di una vera competizione con gli stranieri – abilità commerciale e cultura del servizio al cliente che sono costanti del loro Dna. I risultati non si sono fatti attendere – come ci spiegano Giovanni Cobolli Gigli e Benoit Lheureux, che guidano i grandi magazzini (il primo) e tutto il comparto alimentare (il secondo) con la qualifica di amministratori delegati del gruppo presieduto da Luigi Arnaudo – e resistono anche oggi che l´habitat in cui il gruppo opera si è appesantito dopo gli attentati alle Twin Towers dell´11 settembre. Il deterioramento della situazione è presto riassunto da una manciata di cifre: più pesanti per il comparto abbigliamento/accessori che nel primo semestre era cresciuto dello 0,5% e che le stime davano in crescita del 2% per l´intero anno, mentre ora si trova inchiodato al +0,5%; ma significative anche per l´alimentare, che vede la propria espansione ridursi dallo 0,8% allo 0,4%.

Quando si è capito che i consumi frenavano?
«Prescindendo da Bin Laden, ottobre è stato negativo per le vendite del tessile abbigliamento perché il caldo eccessivo ha determinato il rinvio degli acquisti invernali. Da fine settembre, si è registrato poi un netto calo del turismo che ha depresso le vendite nelle città dove ci sono i negozi più attrattivi per i turisti. Lo conferma l´andamento della Rinascente di piazza del Duomo, che registra un calo dei volumi di vendita del 30/35%, dopo anni di incrementi continui. Le vendite dei grandi magazzini in ottobre hanno complessivamente registrato un calo del 18,4% nelle sedi turistiche e del 12,6% nelle altre. A novembre, con il ritorno del freddo, mentre le filiali turistiche hanno continuato ad andare male con cali del 9,7%, le altre hanno invertito la tendenza e accennato segnali di ripresa».
Come riuscite a disaggregare i dati tra vendite tradizionali e vendite suscettibili di essere influenzate dal turismo?
«Con i tax free, ossia le postazioni in cui gli stranieri vanno a recuperare l´Iva. Visto che il recupero dell´Iva è possibile per spese superiori alle 300 mila lire è evidente che le nostre stime di minori volumi sono tutte approssimate per difetto». Come dire, insomma, che nei prossimi mesi il consuntivo potrà essere anche più deludente. E´ così? «Non c´è dubbio. Per capire la portata della gelata dei consumi indotta dal calo del turismo le posso dire che, dall´1 al 10 settembre noi avevamo avuto un incremento dell´8,5%; dall´11 al 30 settembre una calo del 20% e in ottobre del 35%. Questo, ovviamente, è un fenomeno che non tocca l´alimentare, né il supermercato o l´ipermercato, né il bricolage che continua ad andare benissimo: tocca i grandi magazzini».
Come si chiuderà il 2001?
«Certamente non in modo molto brillante, visto che anche a dicembre le vendite sono state un po´ singhiozzanti e non ci sono stati incrementi tali da ribaltare la situazione pregressa».
Quanto potrà durare questa situazione per il comparto tessile abbigliamento?
«Per quanto riguarda il 2002 noi partiamo consapevoli di aver costruito un programma commerciale – tra selezione dei prodotti, promozioni e operazioni collaterali – certamente di livello. Tuttavia dovremo affrontare il perdurare, pro tempore, dell´assenza di turisti e il nodo dell´euro che non ci preoccupa perché ci siamo ben organizzati per tempo, ma ci coinvolge al 100% e che si farà sentire nei primi mesi, in termini di possibili complicazioni: la gente, probabilmente, centellinerà gli acquisti, potranno esserci elementi di sfiducia nei consumatori».
I consumatori temono che i commercianti approfittino dell´introduzione dell´euro per procedere a rincari. E, forse, non hanno tutti i torti, visto che aumenti di prezzi si sono verificati già a novembre.
«E´ vero che, prima dell´estate, ci sono stati alcuni aumenti dei prezzi alla produzione che i distributori hanno trasferito sulle vendite al dettaglio dopo tre o quattro mesi. Non è vero, invece, che ci siano aumenti dei prezzi connessi con il passaggio all´euro. Almeno non in quella che voi chiamate la grande distribuzione e che noi preferiamo definire come distribuzione moderna. La psicosi degli aumenti, semmai, è generata dalla crescita di prezzi e tariffe dei servizi pubblici: certi arrotondamenti, come il pesante ritocco del prezzo della metropolitana a Milano, certo non aiutano a dare fiducia alla gente. Proprio perché la fiducia del consumatore non è eccelsa, noi non abbiamo interesse ad alzare i prezzi e respingiamo gli aumenti prospettati dai nuovi listini della produzione».
Come mai, invece, i consumi alimentari che non sono stati compromessi dalla crisi internazionale successiva all´11 settembre, comunque, non registrano andamenti brillanti?
«Il modesto trend di sviluppo che interessa l´alimentare, da alcuni anni, è la logica conseguenza di aumenti generalizzati dei costi di tutti gli altri consumi, a fronte di un potere reale di acquisto delle famiglie rimasto sostanzialmente immutato, quando non cedente. Quando si deve spendere di più per la casa, la salute, i trasporti, l´elettricità e i servizi pubblici in genere, ci sono meno risorse disponibili per gli alimenti. E così mentre nel `90, fatto 100 tutti i consumi, i cosiddetti "commercializzabili", che sono quelli che ci interessano, erano il 34%, oggi gli stessi consumi sono solo il 24%. Va inoltre aggiunto che, sebbene gli attentati dell´11 settembre non ci abbiano toccato direttamente, anche chi opera nell´alimentare attraverso grandi strutture spesso decentrate ha in qualche modo risentito dell´isolazionismo connesso con l´aumento della incertezza generalizzata. Voglio dire che, quando aumenta l´incertezza, la gente tende a chiudersi in se stessa ed è restia ad andare oltre il vicinato, per cui vive bene il supermercato ma diserta gli ipermercati, i grandi centri commerciali che sono sinonimo di grande traffico e grande folla. Per noi, tra l´altro, aumentano i costi in quelle situazioni perché dobbiamo investire maggiormente nella sicurezza».
Alla luce di questi trend come si presenta il 2002?
«Avremo certamente un primo semestre complicato, poi vedremo. Il gruppo Rinascente, comunque, ha tutte le carte in regola per approfittare di qualsiasi ripresa dell´economia e, francamente, crediamo – visto che un po´ di detassazione c´è e qualche investimento pare pronto a partire – che non si possa escludere, se la macchina del nuovo governo dovesse funzionare davvero, una ripresina almeno dell´economia italiana. Per l´alimentare, però, resta un nodo da sciogliere».
Qual è il nodo?
«La legge sul sottocosto. La nuova normativa che, da novembre, vieta il sottocosto (la cui definizione è abbastanza complessa) non ha ancora chiarito che margini avremo nel riprendere gli sconti fuori fattura da mettere nel prezzo di acquisto: questo riduce la possibilità di fare promozioni nell´alimentare proprio nel momento in cui la gente conta di più sulle promozioni. Siamo, inoltre, perplessi davanti alla tendenza tutta italiana di dar vita a sistemi che limitano lo sviluppo del commercio moderno. Il sottocosto significa che un imprenditore, per conquistare o fidelizzare i clienti, può decidere di vendere temporaneamente un prodotto a un prezzo inferiore al costo di acquisto. Negli Usa questo avviene quotidianamente, negli altri paesi europei la pratica, che è tipica della grande distribuzione, si va diffondendo sempre di più: da noi si cerca di impedirla. Dove ci sono stati provvedimenti analoghi si è visto che la grande distribuzione si è arricchita, nonostante si sia fermato lo sviluppo del fatturato, e il conto è stato pagato dai consumatori».
In Italia i commercianti tradizionali contano molto in termini di consenso elettorale. «Non c´è dubbio. I vincoli stanno bene ai piccoli dettaglianti, ma vanno bene anche alla produzione che non accetta di lasciare alla distribuzione organizzata la possibilità di influire sul prezzo. Provvedimenti di quel tipo, però, non fanno certo l´interesse dei consumatori che pure dovrebbero contare, essendo ben più numerosi dei commercianti. Il moltiplicarsi di segnali di conservatorismo, sugli orari, sui giorni di apertura e sulle domeniche rivelano una preoccupante tendenza a spostare indietro le lancette del pendolo: così, però, si blocca lo sviluppo».
Il piccolo dettagliante è convinto che la grande distribuzione distrugga il suo lavoro: che fondamento ha questo sospetto?
«Nessuno. Se il dettagliante è bravo, ha un´attenzione al servizio al cliente ineguagliabile. Inoltre, ha una flessibilità di conto economico che noi non possiamo avere».
Come pensate di reagire a questo quadro non esaltante?
«Noi puntiamo molto sull´attenzione al cliente, in termini di prodotti e servizi: una scommessa in cui è stato essenziale l´apporto di Auchan. Si tratta di offrire prodotti che abbiano un corretto rapporto qualità/prezzo, dare un servizio al cliente nel punto vendita, rendere più piacevoli i punti vendita, formare il personale in modo adeguato: la regola vale per il tessile come per l´alimentare».
Tutto questo significa investire.
«E noi investiamo, centinaia di miliardi. I 16 grandi magazzini Rinascente sono stati ristrutturati, salvo uno; abbiamo ridefinito la missione dei 150 Upim per trasformarli tutti, entro il 2006, da bazar a negozio per date fasce di clientela con offerte per uomo, donna, bambino e casa ognuna esaustiva nei propri spazi. Nell´alimentare si è investito per modernizzare i centri di vendita e si è lavorato molto sull´offerta per mettere in equilibrio prezzo e valore aggiunto: si è fatto un lavoro enorme sui prodotti a marchio, abbiamo lanciato le filiere con la garanzia di conoscenza del prodotto dall´inizio alla fine (carni comprese), stiamo lanciando i prodotti regionali. Ci siamo concentrati all´acquisto per spuntare migliori prezzi e stiamo lavorando sui costi per aumentare i margini da restituire anche ai consumatori. Incrementiamo il franchising e continuiamo ad aprire spazi. Purtroppo ci sono costi in crescita automatica ogni anno: quelli del personale e dell´energia, per esempio».
C´è mai la tentazione di logiche di cartello?
«No, c´è invece una fortissima concorrenza: nel tessile ma anche nell´alimentare, dove Esselunga è molto aggressiva; e sugli ipermercati è senza quartiere con italiani e stranieri. Non è facile, perché tutti i nostri clienti hanno almeno due o tre altri punti di riferimento: fare margini è complicato».
Che cosa servirebbe per stimolare il cammino del vostro settore? «Servirebbero una semplificazione dello sviluppo e quote aggiuntive di flessibilità del mercato del lavoro. E poi eliminare l´Irap».