“Intervista” Rinaldini: «Le nostre ragioni contro la precarietà»

17/09/2007
    sabato 15 settembre 2007

    Pagina 5 – POLITICA & SOCIETÀ

      «Le nostre ragioni
      contro la precarietà»

        Intervista a Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, dopo lo «strappo» con la segreteria della Cgil sul protocollo del 23 luglio. «L’unanimismo non corrisponderebbe alla situazione reale tra i lavoratori. Ma né io né la Fiom chiediamo la crisi di governo, è chiaro? Io mi esprimo su un accordo sindacale»

          Loris Campetti

          Gianni Rinaldini il reprobo, il dirigente sindacale che «rompe tutto», fa traballare il governo «amico», spacca la sinistra, scatena il mondo dei media e riceve dalla Cgil e dalle altre confederazioni una sorta di scomunica. Ecco come è stato presentato il segretario generale della Fiom, il maggior sindacato industriale italiano, dopo il voto del comitato centrale che a stragrande maggioranza non ha approvato l’accordo. Non potevamo non ascoltare il suo punto di vista, consentendogli di rispondere a tante e così gravi accuse.

          Rinaldini, avete provocato un bel casino con il vostro voto, caricato di valenze politiche, sindacali, morali persino. Come hai accolto queste reazioni?

          Come reazioni impressionanti e spropositate. Se la Fiom avesse votato – come è capitato in passato – un accordo confederale valutandolo positivamente, nessuno avrebbe sollevato problemi di regole. Invece una non approvazione sulla base di un’analisi attenta dei contenuti ha provocato reazioni incomprensibili. Devo dedurne che le regole stabiliscono che si può votare in un solo modo, cioè positivamente?

          La stessa Cgil vi accusa di violazione delle regole.

          Alcuni dirigenti sindacali parlano in modo intimidatorio del comportamento della Fiom e di violazione delle regole. Allora dico a queste persone che non devono aspettare la fine della consultazione, e tanto meno usare queste intimidazioni nei territori: abbiano il coraggio delle proprie idee e mi mandino la commissione di controllo. Non si può andare avanti così.

          I giornali non sono stati certo più teneri nei vostri confronti.

          Si è scatenata una campagna sostenuta da commentatori, politici e giornalisti, giunta fino alla contrapposizione tra Lama ed Epifani, o tra Trentin e Sabattini e l’attuale direzione Fiom. Non rispondo a queste provocazioni, sono il puro aspetto degenerativo della china presa dal paese negli ultimi decenni. Sono schemi berlusconiani che hanno conquistato un radicamento di massa. Usare i morti rappresenta una degenerazione morale.

          Il voto della Fiom, ancorché legittimo e incentrato sui contenuti e non sul governo, rappresenta comunque uno strappo.

          Non sottovaluto il significato del voto del comitato centrale che pone un problema di natura politica: le valutazioni diverse e il giudizio dell’accordo aprono una discussione nella Cgil. Trovo questo fatto «semplicemente» democratico. Sarei preoccupato per una grande organizzazione di massa che vuole rappresentare milioni di lavoratori e pensionati, che avesse un atteggiamento unanime: non corrisponderebbe alla situazione reale tra i lavoratori che invece, oggi, trova un riflesso positivo dentro l’organizzazione. Tenuto fermo il rispetto delle regole, scritto nero su bianco nel nostro documento. Che la situazione sia molto complicata lo dimostra il fatto che il segretario generale della Cgil ha firmato l’accordo e ha mandato una lettera per esprimere il suo non consenso su alcuni punti. Anche questo non è mai successo, e testimonia che il protocollo crea un rapporto complicato con la nostra gente.

          Rispetterete le regole decise dalle confederazioni. Ciò vuol dire che, dopo tutto questo casino, tu andrai nelle assemblee a sostenere il punto di vista di Cgil, Cisl e Uil che la Fiom non ha condiviso. Non è un paradosso?

          Lo è, ma fa parte delle regole vigenti e siccome ritengo altamente positivo che si vada a una consultazione generale che la Fiom ha chiesto, e non era scontata, accetto tale condizione paradossale. Però mi preme che i lavoratori – vista la campagna in atto – vengano messi in condizione di valutare il merito dell’accordo con un’informazione corretta su tutti i punti. Noi abbiamo apprezzato parti del protocollo – gli aumenti delle pensioni basse e gli ammortizzatori sociali, finanziati con l’extragettito – mentre valutiamo negativamente che il superamento dello scalone di Maroni sia totalmente autofinanziato. Ad esempio, il ripristino delle 4 finestre per chi ha 40 anni di contributi è completamente pagato dalle pensioni di vecchiaia, si allunga l’età lavorativa per recuperare 4 miliardi di euro. C’è addirittura una clausola di salvaguardia: se nel 2010 i conti non saranno in regola, scatterà un ulteriore onere contributivo dello 0,10% che graverà su tutti i lavoratori. Dunque, quello 0,30% di oneri contributivi dell’ultima finanziaria non servivano a superare lo scalone, come fu detto, ma a ridurre il debito pubblico.

          Poi c’è la precarietà…

          Solo un esempio dei punti critici di cui sia la Fiom che «il manifesto» hanno lungamente parlato. Essendo rimaste identiche le causali che consentono l’accesso al lavoro «atipico», non è vero che c’è solo una proroga di 36 mesi per i contratti a tempo determinato, per di più in molti casi estendibili all’infinito. Perché a tanti anni di lavoro interinale possono seguire altri tre anni di contratti a termine, a cui possono aggiungersi i contratti d’apprendistato. Una vita intera di precarietà.

          Ma nella polemica di questi giorni si parla di tutto, tranne che di contenuti.

          E’ così, nessuno parla del merito dell’accordo, ma solo di ipotetici, eventuali, effetti politici del voto della Fiom. Ciò dà un’idea della scomparsa dalla discussione delle condizioni concrete di vita e di lavoro della gente. Non ci si può allora meravigliare del distacco sempre più evidente dei lavoratori da quel mondo della politica di cui la grande stampa è parte organica.

          Non si può negare che il voto della Fiom produca effetti nelle forze politiche, anche a sinistra del Partito democratico.

          Certamente, ed effetti ancora maggiori li produrrà il voto di milioni di lavoratori e pensionati nella consultazione. Ma insisto: dal ’96 la Fiom ha scritto la parola indipendenza nel suo statuto, al termine di una discussione complicata anche con la Cgil. Vale per il soggetto sindacale e cambia i suoi rapporti con le forze politiche, a cui la Fiom non chiede di far proprie le sue posizioni. Ma per qualsivoglia ragionamento sulla sinistra non può non essere messa al centro la condizione dei lavoratori, di cui la precarietà è un aspetto strutturale decisivo. E’ ovvio che le forze di sinistra dovranno tener conto di altri elementi. Né io né la Fiom chiediamo la crisi di governo, è chiaro? Io mi esprimo su un accordo sindacale.

          Al punto di aderire alla manifestazione del 20 ottobre. Sei ancora convinto della tua adesione?

          Ritengo la manifestazione una scelta giusta e importante e non capisco come un appuntamento che ha al centro la lotta alla precarietà possa essere considerata contro il sindacato. E’ incomprensibile, a meno che non si ritenga che l’accordo del 23 luglio abbia risolto il problema. Ma sono altrettanto singolari le argomentazioni che arrivano dall’altra parte, da settori del cosiddetto «movimento»: non aderisco perché non è contro il sindacato e non chiede la caduta del governo. Infine, mi preoccupa molto che la mobilitazione e il coinvolgimento della gente venga vissuto sempre in modo drammatico. Purtroppo ciò fa parte di una storia della sinistra che tanti, a parole, dicono di voler superare.

          Da più parti si agita lo spettro del congresso straordinario della Cgil.

            Io non l’ho chiesto, perché non mi interessa una resa dei conti. I problemi emersi in questo governo di centrosinistra con la finanziaria e il protocollo del 23 luglio evidenziano una questione strategica per il futuro stesso del sindacato. Un problema presente da tempo, anche con Cofferati, pur coperto dalla giusta battaglia sull’articolo 18. Un problema di ruolo, di senso, di autonomia che mette in gioco, in Italia come in tanti altri paesi, il futuro stesso della rappresentanza sindacale. Il problema ha un nome: la cultura della rappresentanza sindacale, la cultura della Cgil. Vogliamo parlare di questo?