“Intervista” Relazioni industriali: Parla R.Ebaldi della Cremonini

11/03/2003




Martedí 11 Marzo 2003
ITALIA-LAVORO


«Per la conflittualità esasperata siamo in un pericoloso tunnel»

Relazioni industriali – Parla Renata Ebaldi della Cremonini


ROMA – Un lungo e pericoloso tunnel. In fondo al quale ancora non si vede una luce. È questa la metafora che usa Renata Ebaldi, responsabile del personale e delle risorse umane della Cremonini, grande azienda alimentare e della ristorazione. Lei non ha rapporti con la Fiom, ma ha ben presente le difficoltà nelle quali versano le relazioni industriali nel nostro Paese, anche in settori diversi da quello metalmeccanico. Riceve i suoi interlocutori a Roma nel nuovo ristorante della società, la Road House Grill, alla stazione Termini, tra i ragazzi che ha personalmente scelto e assunto, e affascina parlando di ciò che avviene in fabbrica, della sua famiglia, del suo amico Marco Biagi, che proprio a lei fece la sua ultima telefonata prima del tragico appuntamento con la morte. Ma soprattutto parla del sindacato, che vorrebbe unito e sa che unito tornerà.
Renata Ebaldi, cambiano le relazioni industriali?
Cambiano, soprattutto a causa delle divisioni che si stanno approfondendo all’interno dello schieramento sindacale.
Un danno per le imprese?
Almeno per me, che ho sempre preferito avere un solo interlocutore.
Che segnali ricevete in azienda?
Riscontriamo un generale immobilismo, normale in presenza di divisioni nel sindacato. Nel timore di aggravare le rotture non si decide più nulla. L’ultimo esempio, il contratto per i dipendenti di pubblici esercizi. Normalmente procedeva spedito, adesso va a rilento, è quasi immobile.
Si appesantisce anche il dialogo in fabbrica?
No, almeno io non me ne accorgo. I contrasti sono più velati, non appaiono. In fabbrica si discutono temi meno politicizzati, salari variabili, passaggi di categoria, qualità.
Temi sui quali tutto il sindacato è disponibile?
Sui quali è meno diviso. Non è che non ci siano contrasti, ma non bloccano la trattativa.
Come invece accade per i contratti nazionali?
Le trattative per rinnovare un contratto nazionale per lo più risentono dell’andamento della politica. Perché questo doppio binario?
Perché il collegamento tra sindacato e politica è molto stretto e le difficoltà politiche non possono non riflettersi sull’atteggiamento dei sindacati a tavoli importanti come quelli dove si discute di un nuovo contratto, anche se non è quello dei metalmeccanici. O più in generale quando cambiano alcune regole importanti del mercato del lavoro.
La situazione può peggiorare?
Sono molto preoccupata degli esiti di questa situazione. Soprattutto perché non capisco come se ne possa uscire. Non vedo una luce in fondo al tunnel. La conflittualità è così cresciuta che sembra impossibile tornare indietro, la situazione si aggrava continuamente. Paradossalmente, ogni volta che si tiene una manifestazione di piazza le difficoltà crescono, le soluzioni si allontanano.
Vede in pericolo il futuro delle relazioni industriali?
Sì, in un pericolo concreto, anche perché non ci sono tante cose da fare per uscire da questa situazione.
Non ci sono uscite laterali?
Purtroppo no. Gli animi sono surriscaldati, le posizioni estremistiche, nessuno penso sia in grado di fare il primo passo indietro. Questa forse è la difficoltà più grande.
E una soluzione è impossibile?
Solo se ci si siede attorno a un tavolo e se si ha una grande volontà di individuare una soluzione.
Oggi non c’è questa volontà?
No davvero. Oggi si mostrano i muscoli, ma così non se ne esce. Come non si trova una soluzione correndo alla televisione o facendosi la guerra.
Lei cosa suggerisce?
Se una conflittualità così esasperata non interessa a nessuno, l’unica via di uscita è sedersi attorno a un tavolo a cuore aperto e discutere i problemi fino a trovare un accordo.
Non lo fa la Cgil, ma non risulta che lo facciano Cisl e Uil. Hanno anche loro responsabilità di questa situazione di difficoltà?
È possibile imputare loro dei ritardi. Intervendo prima e meglio i danni potevano essere ridotti. Qualcuno ha sottovalutato il pericolo di una divisione.
Che dovevano fare concretamente?
I sindacati? Cercare una soluzione tra di loro, parlarsi, non limitarsi a fare dichiarazioni alla televisione o ai giornali. Hanno reso pubbliche le divisioni prima di tentare di superarle. Non si sono confrontate a sufficienza.
Il Governo ha soffiato sul fuoco?
Il Governo ha sbagliato a sollevare il tema dell’articolo 18, che non è di per sé fondamentale. Nel momento in cui il Governo ne ha fatto un suo cavallo di battaglia è scoccata una scintilla ed è scoppiato un incendio. Temo che qualcuno si sia mosso in maniera perecipitosa. Io sono stata una grande amica di Marco Biagi, so che anche per lui l’argomento non aveva poi questa grande importanza.
Che possono fare le imprese?
Avere maggiore fermezza nel chiedere atteggiamenti comuni, non lasciare nulla al buon senso. Non bisogna consentire un’assemblea se la chiede solo la Cgil. Con i dovuti modi, con il dovuto rispetto, in modo civile, si può fare. Capisco che un’impresa che deve far fronte a una commessa urgente non possa permettersi scioperi improvvisi, ma a queste cose bisogna imparare a dare importanza. Un compromesso può favorire le divisioni.
L’unità sindacale tornerà?
Sì.
MASSIMO MASCINI