“Intervista” Ranieri (Ds): no al test popolare

10/07/2002



Mercoledí 10 Luglio 2002

Ranieri (Ds): no al test popolare
ROMA – «Il referendum sull’articolo 18? Sarebbe un errore perché andrebbe contro Cisl e Uil». Riformista amendoliano, cresciuto alla scuola di Giorgio Napolitano, Umberto Ranieri è tra i liberal dei Ds uno dei più vicini a Massimo D’Alema. Nell’ultima direzione della Quercia, quella della spaccatura sul documento di appoggio a Cofferati, ha denunciato con forza i rischi dell’appiattimento del partito sulla Cgil.
Cofferati domani (oggi, ndr) incontrerà Fassino e chiederà un appoggio più convinto contro il «patto scellerato»…
Eviterei interpretazioni enfatiche di quell’accordo. Non siamo a mutamenti epocali nell’economia italiana e nelle relazioni sindacali. E nello stesso tempo eviterei i toni apocalittici di chi parla di attentato ai diritti. Il giudizio di un’opposizione seria deve essere senza indulgenze verso il Governo ma anche senza inutili esasperazioni. Il Patto è per molti versi insufficiente, ma ha una portata limitata e nessun impatto profondo sull’economia del Paese. Dunque niente barricate alle Camere come chiede Cofferati?
Noi vogliamo entrare nel merito dei problemi. Senza catastrofismi. Incalzeremo la maggioranza soprattutto su un punto: il quadro economico in cui si innesta il Patto, dalla finanza pubblica alla crescita, è negativo. In queste condizioni è legittimo chiedersi dove sono le risorse per rispettare gli impegni.
Il "Correntone" vi invita a sostenere con più forza la Cgil…
Serve piuttosto un’iniziativa politica per rilanciare l’unità sindacale. Lo sforzo deve essere compiuto dai Ds e da tutto il Centro-sinistra. La rottura sul Patto non deve essere una frattura irreparabile. Come non lo fu quella dell’84. Noi auspichiamo che il confronto tra i sindacati resti sul merito delle questioni e sulla base del reciproco rispetto tra le organizzazioni. Va comunque contrastato ogni tentativo di isolare la Cgil, come il Governo prova a fare.
Ma Cofferati ha responsabilità nella rottura sindacale?
Dopo lo sciopero di aprile la situazione si è rapidamente logorata. Su questo devono riflettere tutti: anche il gruppo dirigente della Cgil.
L’articolo 18 è stato il fattore scatenante.
Si è fatta una guerra inutile. Non si può ridurre, come ha fatto il Governo, il tema della modernizzazione all’articolo 18.
Lei non ha mai fatto un tabù dell’articolo 18.
Il problema è la credibilità del Governo. La questione della disciplina dei licenziamenti poteva essere affrontata fuori da ogni ideologismo se l’Esecutivo avesse avuto la capacità di prospettare una riforma complessiva del mercato del lavoro nel senso della creazione di un sistema di garanzie universali e di una modernizzazione che non contraddica le tutele.
E il referendum proposto dalla Cgil contro l’intesa sul 18?
Non è la strada giusta, c’è il rischio che la dirigenza della Cgil si chiuda in un vicolo cieco. E poi la consultazione suonerebbe come una bocciatura di Cisl e Uil, che invece hanno fatto uno sforzo che va riconosciuto. Anche grazie ad esso, infatti, il Governo ha fatto una parziale marcia indietro sul 18 e gli sgravi fiscali sono stati mirati ai redditi bassi.
Qualcuno ha detto che l’Ulivo al Governo è stato riformista per forza e non per convinzione. Dall’opposizione non rischiate di perdere del tutto il filo delle riforme?
Oggi più di prima serve la collaborazione tra tutte le tradizioni riformiste di centro-sinistra: bisogna costruire un nuovo riformismo fondato sull’Europa e sull’equilibrio fra libertà e solidarietà.

Fabrizio Forquet