“Intervista” R.Tedesco: «Alla Parmatour arrivavano molti fondi»

02/06/2004

    2 Giugno 2004


    DIETRO LE QUINTE DEL CRACK DEL GRUPPO PARMALAT
    «Alla Parmatour arrivavano molti fondi
    ma senza un perché»
    L’ex manager Roberto Tedesco accusa i Tanzi: quando chiedevo spiegazioni la figlia si rivolgeva al padre. Poi scoprii i bilanci truccati

    MILANO
    SCUSI dottor Tedesco, come ha fatto a non accorgersi di un buco da 14 miliardi e rotti di euro? Roberto Tedesco, 47 anni, veronese, top manager del settore turistico della Parmalat, prima come amministratore delegato della Hit spa dal 26 giugno 2002 al 24 gennaio dell’anno successivo, poi nel consiglio di amministrazione di Parmatour fino a quando è crollato tutto, questa domanda se la ripete da mesi. Da quando i finanzieri sono entrati a casa sua con un ordine di custodia della procura di Parma per associazione a delinquere. Per tutti i cinquanta giorni e le cinquanta notti passate in carcere. Davanti ai magistrati che glielo hanno chiesto, prima che il Tribunale del riesame lo scarcerasse «venuta meno la gravità indiziaria». E poi ancora oggi, in questa seconda vita tutta da ricostruire, che parte da un caffè, il primo davanti a un giornalista.


    Dottor Tedesco, come ha fatto a non accorgersi? Sono un’enormità, 14 miliardi e mezzo di euro…

    «Adesso è facile, con il senno di poi. Ma non dimentichiamo che quando Calisto Tanzi parlava, si dividevano le acque del mare, le banche correvano, i giornali si piegavano, i salotti della finanza si aprivano».


    Lei però aveva un ruolo privilegiato, per vedere prima di tutti. Stava nel cuore del cuore dell’Impero.

    «Quando sono stato chiamato ad occuparmi del comparto turistico, le cose non andavano bene. C’era stato l’11 settembre, c’era crisi ma nessuno discuteva la solidità del gruppo».


    Invece il gruppo era minato nelle fondamenta. Dieci anni di distrazioni continue e di cattiva gestione…

    «Ero stato chiamato per risanare il settore. Quando chiedevo spiegazioni, la risposta era sempre quella: “Colpa del management precedente”. Quando chiedevo iniezioni di liquidità per far fronte ai debiti i soldi arrivavano, ma non c’era mai un intervento strategico. Adesso so il perchè».


    Secondo i magistrati il comparto turistico è stato il canale privilegiato per far sparire fondi all’estero. I bilanci erano truccati.

    «Subito dopo la mia entrata nel gruppo, incaricai due società di advisor di fare la fotografia dello stato dell’azienda. Si capì subito che era stato fatto un maquillage dei bilanci».


    Chiese ragione a Calisto Tanzi? E a sua figlia Francesca, che lavorava con lei nel settore turistico?

    «Francesca Tanzi era responsabile del settore alberghiero. Quando le chiedevo qualcosa, lei telefonava a “papi”. Giocava sul suo duplice ruolo, manager e azionista».


    E’ vero che era «la zarina»?

    «Al massimo una cortigiana che sta a palazzo e si muove come un ragno per tessere la tela nell’ombra. Definirla zarina, è un complimento. Non c’è nemmeno la dignità della caduta, dopo la presa del palazzo d’Inverno. Era solo capace di chiamare “papi” al telefono per togliersi di impaccio».


    I vostri rapporti peggiorarono coi mesi. Arrivò a chiedere a Tanzi la testa della figlia.

    «All’inizio, la sua presenza in azienda, agli occhi di tutti era una garanzia. Quale padre avrebbe compiuto irregolarità contabili fraudolente, con sua figlia di mezzo? Ma ad un certo punto posi a suo padre un aut aut. Le chiesi di limitare il suo ruolo. Era interessata agli alberghi? Per me poteva iniziare a fare il giro del mondo con uno degli aerei di famiglia, andandoli a controllare tutti. L’azienda ne avrebbe solo guadagnato».


    Come accolse le sue richieste Tanzi?

    «Non le accolse. Però quando si trattò di andare davanti a 44 banchieri per evitare il peggio, non ci fu verso di avere alla riunione nè lui la figlia».


    Iniziano allora i suoi contrasti con lui?

    «Gli proposi di tirare una linea nel settore turistico. Sul passato, sui debiti pregressi del gruppo, decidesse quello che voleva. Sul futuro volevo mano libera».


    Risposta?

    «”Dottor Tedesco non si preoccupi, non si agiti, vedrà che le cose si sistemano”. Ero pronto ad andarmene. O a portare i libri in Tribunale».


    Di fronte a questa minaccia cosa le rispose Tanzi?

    «E’ agli atti del processo una mia mail. Lo minacciavo di andare davanti ai giudici perchè la situazione non era chiara. La risposta fu che c’era un azionista già pronto ad entrare con nuovi capitali. E’ scritto nei verbali del consiglio di amministrazione, ne parlavano anche i giornali. La mia miopia, casomai, è stata quella di guardare solo al comparto turistico e non all’insieme dell’azienda. Un’azienda, lo ricordo, che dava un’immagine solidissima. Calisto Tanzi veniva presentato come un uomo che emanava una luce propria nel mondo della finanza. Un giorno mi è passato davanti in carcere. L’ho visto dallo spioncino. Ho pensato a lui come ad un interruttore rotto con i fili penzolanti. E’ un’immagine che mi accompagnerà tutta la vita».


    Alla fine del 2003 la situazione precipita. Si scoprono i documenti falsi, iniziano gli arresti. Sentiva che avrebbero preso anche lei?

    «No. Immaginavo che avrebbero voluto sentirmi. Avevo mandato una lettera anche ad Enrico Bondi. I magistrati di Parma hanno invece deciso di muoversi a maglie larghe. Era il 17 febbraio, mio figlio che ha 10 anni mi ha visto andare via con un’auto con il lampeggiante. Adesso se prendo un treno non mi lascia partire se non vede il biglietto di ritorno. Dopo 50 giorni il Tribunale del riesame ha accertato che non ho preso nemmeno un euro e mi ha rimesso in libertà “essendo venuta meno la gravità indiziaria e la stessa consapevolezza di essere entrato a far parte di un’associazione criminale”. Adesso aspetto fiducioso che finisca l’inchiesta».


    Risposta tipica. Dopo il carcere inizia la redenzione…

    «Non voglio dimenticare quei giorni. Ho trovato un’umanità e una solidarietà che non credevo. La prima sera, dopo aver appoggiato stoviglie e coperte, mi sono presentato ai miei due compagni di cella: “Piacere, Tedesco”. Uno dei due mi ha risposto: “Vieni che ti faccio vedere come si fa il letto”. Perfetto. Nemmeno una piegolina. L’ho insegnato anche a mia moglie. Poi mi sono messo a studiare l’ordinanza, la so a memoria con tutte le accuse…».


    Il Tribunale del riesame le ha fatte cadere…

    «E io sono qui, come se fossi in un cantiere aperto e dovessi ricostruire la casa».