“Intervista” R.Maroni: «Per la riforma sconto del 3% sul costo lavoro»

06/06/2005
    domenica 5 giugno 2005

      PRIMO PIANO – pagina 2

      Sei miliardi di sconto sul costo del lavoro per rivedere le regole

        Contratti, 6miliardi per cambiare
        Maroni: «Per la riforma sconto del 3% sul costo lavoro»

          Alberto Orioli

            Sei miliardi di euro per togliere dal salario aziendale i contributi di maternità e malattia e per gli assegni familiari. Nel complesso uno sconto del 3% sul costo del lavoro. È la dote finanziaria che il Governo mette sul tavolo della riforma della contrattazione. Può aiutare a creare un sistema diverso di remunerazione della produttività. È la proposta del ministro del Welfare, Roberto Maroni, che dopo l’idea di riesumare la lira ha anche pensato a una forma di recupero della scala mobile per il pubblico impiego in cambio del raddoppio della durata dei contratti.

            L’uscita sulla lira ha avuto echi negativi in tutto il mondo. Ma ora rilancia anche la « scala mobile » ?

              Che senso ha riproporre gli automatismi retributivi nei contratti pubblici? Volete tornare ai punti di contingenza? È un rischio che vogliamo assolutamente evitare. Ma se al sindacato diciamo che raddoppiamo la durata dei contratti pubblici da due a quattro anni dobbiamo farci carico del sacrificio che chiediamo. E dobbiamo pensare a un sistema diverso di tutela del potere d’acquisto dei salari. Continuare a determinare gli aumenti in base all’inflazione programmata e poi stabilire forme di recupero ex post degli scarti rispetto all’inflazione reale è difficilmente compatibile con una durata quadriennale degli accordi.

              Esatto, ma allora perché non pensare a una riedizione di contratti triennali senza automatismi?

                Non escludo alcuna ipotesi. L’importante è discutere di tutto senza timori e senza pensieri killer.

                C’è lo spazio per arrivare a un’intesa condivisa sulla riforma della contrattazione?

                  Lo spero. Anche se già nel Libro bianco di Marco Biagi del 2001 avevamo inserito la riforma della contrattazione. Sono passati 4 anni e non è successo nulla e anche il tavolo lodevolmente riaperto da Montezemolo e Bombassei è stato precipitosamente chiuso per il no della Cgil.

                  Esiste ancora il « fattore Cgil » ?

                  Certo. Da parte della Cgil c’è una forte e ferma chiusura a ogni ipotesi di confronto. Non vuole discutere di nuovo modello contrattuale e mi pare che dimostri — dal suo punto di vista — una certa coerenza. Sono sicuro che, nel momento della scelta, la Cgil si chiamerà fuori. Devo dire però che riscontro una volontà positiva di discussione da parte di Cisl e Uil che non va sprecata.

                  Torniamo al modello che ha proposto lei. Non è contraddittorio partire da un contratto nazionale centralizzato di quattro anni quando si vuole spostare il baricentro sui contratti di secondo livello?

                    Non c’è contraddizione. Il mio schema prevede un contratto nazionale per la tutela del potere d’acquisto in cui vada a confluire solo una parte delle risorse disponibili. Il resto deve essere distribuito con le intese sulla produttività a livello locale e territoriale: è qui la novità vera, la valorizzazione delle differenze tra area e area.

                    I salari territoriali, geografici, con il Nord diverso dal Sud? O differenze tra azienda e azienda?

                      Non entro nel merito. Rinvio alle raccomandazioni Ocse del marzo 2005 all’Italia. Dicono di articolare i contratti tenendo conto delle differenze regionali in termini di produttività e costo della vita. Valgono per il pubblico e per il privato. Presumo che le differenze regionali siano quelle amministrative ma si possono anche declinare in modo diverso. Fa parte del confronto.

                      Pensa alle gabbie salariali?

                        Non ho paura delle parole. L’importante è superare la grande gabbia nazionale che rende rigida la struttura del contratto.

                        Voi della Lega che non avete paura delle parole, perché non dite che il pubblico impiego andrebbe gestito come una grande multinazionale in crisi? Eccedenze di personale, poca produttività, invecchiamento costante: perché non si destinano le risorse ad ammortizzatori sociali piuttosto che ad aumenti sempre e comunque?

                          Non c’è nulla di più impopolare. Significherebbe studiare forme di mobilità o di cassa integrazione collettiva nel regno della stabilità del posto di lavoro. Io non sono contrario, ma mi pare una cosa oggi davvero velleitaria. Occorre distinguere tra ciò che è possibile ottenere anche con battaglie di lungo periodo e ciò che invece è perso in partenza. In questo caso è « mission impossible » per lo meno fino alla fine di questa legislatura.

                          Perché, invece, il ritorno alla lira le pare « mission possibile » ?

                            L’euro è una scelta unilaterale dello Stato che vi ha aderito in forma pattizia. Dipende solo dalla volontà politica di Governo e Parlamento. E quindi non è una « mission impossible » .

                            Restiamo al tema. Lei era contrario a eccessi di generosità per il contratto del pubblico impiego. Poi ha ceduto. Era un’altra « mission impossibile » ?

                              No. È stato importante avere stabilito un sistema di mobilità praticamente obbligata legandola al blocco del turnover, un blocco vero, totale.
                              Una rivoluzione già vista. E regolarmente fallita.

                                Stavolta sarà diverso. Entrano in gioco categorie improponibili finora a pochi anni fa: mobilità e meritocrazia. Noi del Welfare abbiamo proposto di bloccare per sette anni la sede di primo impiego del dipendete pubblico.

                                E il ministro Baccini ha già promesso un’altra indennità di residenza, fuori bilancio.

                                  Non ne abbiamo discusso.

                                  Dicevamo della mobilità.

                                    Spesso alla gente sfugge cosa significhi innovare nel pubblico impiego. Le faccio un esempio: io ho 13 direzioni generali, alcune hanno 5 600 dipendenti altre 6. Per far spostare il personale da una all’altra per riequilibrare gli organici devo avere l’assenso dell’interessato, del suo capo e del sindacato. Altrimenti non si muove foglia, neanche se c’è da spostarsi tra stanze confinanti. Mi accontenterei di cambiare un po’ queste cose. E l’ultimo accordo sui contratti lo consentirà.

                                    Veniamo ai contratti dei settori privati. Lo scopo è quello di rendere più efficiente la contrattazione della produttività. Che spazio vede per un accordo?

                                      Bisogna riaprire quel tavolo così precipitosamente chiuso per il no Cgil. Non entriamo nel merito della materia che spetta alle parti, tuttavia devo dire che riscontro una serie di difficoltà non solo tra aziende e sindacati, ma anche tra le diverse associazioni datoriali. Alcuni pensano ai contratti aziendali, altri ai contratti di distretto o territoriali, altri ancora a intese regionali. Finora ci sono stati colloqui bilaterali tra sindacato e singole controparti. Non c’è mai stata una visione complessiva di sintesi. Speriamo di arrivarci prima o poi.

                                      Forse la decontribuzione dei salari aziendali potrebbe aiutare a riequilibrare contrattazione nazionale e decentrata.

                                      Siamo disponibili ma ho sempre qualche remora a parlare di decontribuzione. Non bisogna togliere la parte relativa ai contributi previdenziali altrimenti, dati gli effetti della riforma Dini, si taglia la pensione del lavoratore. Credo piuttosto che si debba pensare di mettere in campo il taglio degli oneri per assegni familiari, malattia e maternità. Sono tre punti di costo del lavoro, 6 miliardi di euro nel complesso. È questo il nostro contributo al riequilibrio della contrattazione oltre che al rilancio degli investimenti. Non mi pare poco.

                                      L’intervento serve subito, per la riforma ci vorrà tempo.

                                      Spero solo che quando si parlerà di revisione dei modelli contrattuali la nostra generosità non venga dimenticata.

                                      Serve anche la riforma dell’Irap. Siniscalco dice che è controproducente spostare la tassazione sull’Iva e torna l’idea di aumentare l’aliquota sulle rendite finanziarie.

                                        Dobbiamo diminuire l’Irap senza aumentare la pressione fiscale né sulle rendite né sui consumi. Altrimenti ci si limita a spostare l’onere da una categoria all’altra. Siniscalco non deve avere paura di Almunia.
                                        Occorre avere l’orgoglio di dire a Bruxelles che siamo in un ciclo negativo e finché dura questo ciclo noi intendiamo investire risorse per la crescita, se serve, anche superando il 3 per cento. È una proposta che ha fatto qualche mese fa anche l’ex ministro Bersani: la flessibilità del patto non deve essere di uno o due anni, ma durare per tutto il ciclo. È un’idea interessante e ragionevole.

                                        Anche quella di puntare sul recupero dell’evasione fiscale.

                                          Qui ci sono praterie intere su cui agire. E nel mio piccolo lo sto facendo: a luglio c’è il concorso, il primo per regioni, per l’assunzione di 750 nuovi ispettori del lavoro. Li scatenerò contro il sommerso, contro intere filiere produttive in nero. L’Ocse stima un quarto del Pil come economia sommersa: fanno 300 miliardi. Anche con una tassazione agevolata calibrata per l’emersione avremmo risorse sufficienti per fare tre volte l’operazione sull’Irap. Mi pare valga la pena di approfondire.