“Intervista” R.Buttiglione: «Salvato il dialogo sociale»

23/02/2004

    22 Febbraio 2004

    intervista
    Alessandro Barbera

    SODDISFAZIONE PER IL PILASTRO INTEGRATIVO. UN SUPERCOMMISSARIO ALLA CONCORRENZA PER ESSERE COMPETITIVI
    «Salvato il dialogo sociale»
    Buttiglione: sono mancate le proposte sindacali

    ROMA
    E’ stato «un percorso difficile», ma alla fine sulle pensioni si è trovata «una soluzione equa», che rispetta le richieste dell’Europa e salva il dialogo con i sindacati. Il ministro delle Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione chiede ora alle confederazioni di riconoscere il fatto che «molte loro idee sono state raccolte», e le invita a guardare oltre l’orizzonte di breve periodo, alla grande sfida della competitività per la quale propone la creazione di un «superministero» sia a Bruxelles che a Roma.
    Ministro, cosa la soddisfa di più dell’accordo?
    «All’interno del governo c’erano due linee. Non di un partito contro l’altro, ma c’era chi voleva buttare a mare il metodo del dialogo sociale e pensava che il riordino del sistema pensionistico dovesse passare attraverso lo scontro a morte con i sindacati come ai tempi della Thatcher».
    Si riferisce al ministro Tremonti?
    «No, non penso a lui. Ma c’era chi lo voleva mettere a fare la parte della Lady di ferro contro Scargill (leader sindacale di quegli anni, ndr). Ma Tremonti non è la Thatcher e Pezzotta non è Scargill. C’era invece chi come noi dell’Udc o il ministro Alemanno voleva tenere aperta una porta. Certo, alla fine i sindacati non sono stati capaci di fare una proposta, ma hanno partecipato ai tavoli e ciò che ne è uscito ha raccolto molte delle loro idee».
    Non pensa che il percorso per giungere alla riforma sia stato un po’ troppo lungo e che il risultato non sarà quello inizialmente previsto? C’è già chi avanza dubbi sui risparmi che la riforma produrrà.
    «Il percorso è stato difficile. Prima abbiamo dovuto convincere Bossi, poi i sindacati. Per questo siamo soddisfatti di essere arrivati ad una soluzione equa, sulla quale anche la Cgil può dire no solo su di un punto. Del senno di poi sono piene le fosse. Le pensioni sono un tema delicatissimo, non dimentichiamo che la pensione è la ricchezza di chi non ha niente. Mi aspetto che i sindacati, dei quali non conosciamo ancora la reazione, prendano atto del fatto che ciascuno di noi ha fatto la propria parte. Abbiamo ottenuto il risultato di rispettare la misura quantitativa chiesta dall’Unione Europea e posto le basi per un sistema pensionistico più equo. La cosa più importante in assoluto è stata la creazione del nuovo pilastro della previdenza integrativa».
    Non si poteva anticipare a un po’ prima del 2008 l’avvio della riforma? Non siete preoccupati che nel frattempo si insedi un governo di centro-sinistra e modifichi ulteriormente il meccanismo scelto?
    «E’ un rischio che escludo. Non credo che il centro-sinistra possa scegliere una strada così demagogica, perché l’alternativa è tra fare la riforma e non pagare le pensioni».
    I sindacati però restano insoddisfatti, e chiedono nuove modifiche.
    «Dal loro punto di vista è comprensibile che non siano soddisfatti. Ciò che è importante è che il governo abbia deciso di assumersi le sue responsabilità, ma nel frattempo ci sia stato dialogo. Ora mi auguro che i sindacati accettino la grande sfida della competitività ricordata anche da Blair, Schroeder e Chirac».
    Un suo cavallo di battaglia. Che cosa propone nel breve periodo?
    «A Bruxelles c’è Ecofin, dall’altra il consiglio competitività, che oggi riunisce i ministri dell’industria, della ricerca scientifica, del mercato interno e della concorrenza. Io proporrò di nominare un supercommissario per il coordinamento di questi quattro ambiti. Bisognerebbe fare la stessa cosa in Italia rafforzando il ministero delle Attività produttive. Perché il problema non è tagliare le unghie al ministro Tremonti, ma dare voce all’economia reale affiancandogli un ministero ad essa dedicata. Da un lato le ragioni della stabilità, dall’altra quelle della crescita. Lo ribadirò fino alla noia: bisogna investire sull’innovazione e sulla ricerca perché la Cina è di fronte a noi. E oggi manca un coordinamento forte che consente di decidere e dialogare con il Tesoro».
    Non le sembra che su questi temi il confronto con i sindacati latiti?
    «Ci sono alcuni settori del sindacato che non capiscono, ma se si esce dalla trappola della politicizzazione e si va sul concreto il dialogo è possibile. Il sindacato non può non esserci, perché oggi è obbligato a confrontarsi con la deindustrializzazione, che non è solo un problema italiano, ma europeo, direi addirittura globale. I sindacati devono preoccuparsi di più di chi non ha lavoro, dei giovani e del futuro del Paese. E lo deve fare anche il governo dedicando la seconda parte della legislatura ai temi dell’innovazione e della competitività».