“Intervista” R.Brunetta: intesa con gli statali, poi rivediamo l’accordo del ‘93

01/04/2005
    venerdì 1 aprile 2005

    intervista

      APPELLO ALLA TRIANGOLAZIONE PER FISSARE NUOVE REGOLE. OBIETTIVO: LIBERARE RISORSE IMPORTANTI
      Brunetta: intesa con gli statali
      poi rivediamo l’accordo del ‘93
      Per l’economista di Forza Italia «da dieci anni le loro retribuzioni
      crescono più del costo della vita. I privati hanno avuto meno»

        Roberto Giovannini

          ROMA
          NON c’è molto da fare: i pubblici dipendenti dovranno accontentarsi dei 95 euro (o «poco più») stanziati e offerti dal governo. «Anche perché – spiega Renato Brunetta, eurodeputato di Forza Italia e consigliere economico del premier Berlusconi – negli ultimi dieci anni le retribuzioni di fatto del comparto pubblico sono cresciute più dell’inflazione, e più di quelle del settore privato». Secondo Brunetta, i numeri sono chiarissimi e chiudono ogni discorso: dal 1993 al 2003, i salari di fatto sono cresciuti nominalmente del 43,3% nel pubblico, e del 38,0% nel privato. In termini reali, l’aumento è stato rispettivamente del 7,4% e del 3,4% per i «privati». Stesso discorso nell’ultimo biennio. I salari pubblici crescono più della produttività media dell’economia, afferma l’economista; e poi, il governo Berlusconi (che a suo dire ha dato molte più risorse di quanto fece il centrosinistra) ha stanziato oltre 6 miliardi, che corrispondono a un aumento del 4,31% nel prossimo biennio. Anche volendo, sarebbe difficile trovare risorse aggiuntive, visto che per arrivare ai famosi 100 euro di aumento lordo medio mensile servirebbero altri 315 milioni di euro. «Piuttosto – afferma – meglio chiudere subito questo rinnovo, e avviare una trattativa sulla riforma del sistema contrattuale del ‘93, che ha fatto il suo tempo».

          Insomma, i «pubblici» aumenti più consistenti non devono aspettarseli.

            «Dico che il pubblico impiego, settore protetto, è meglio pagato del settore privato, esposto alla concorrenza. E che non si possono creare ulteriori distorsioni: nel 2004, nel privato gli incrementi contrattuali si sono situati tra gli 80 e i 90 euro. Qui ce ne sono sul tavolo 95. Detto questo, il settore pubblico è complesso, centrale per l’economia italiana. Il problema non è se le risorse sono troppe o poche, ma se si distribuiscono in modo efficiente. Per questo bisogna prima chiudere il contratto, e poi cambiare il sistema contrattuale, proprio a partire dal pubblico impiego».

            Ma il leader Cisl Pezzotta afferma che è materia di spettanza delle parti sociali.

              «Guarda caso, nel pubblico impiego le “parti sociali” sono proprio il governo e i sindacati. Siamo pienamente legittimati. Perché sindacati e imprenditori dovrebbero respingere la proposta del governo di avviare una riflessione sul tema? Anche per la scala mobile fu il settore pubblico a fare da apripista per il privato. Del resto, le nostre proposte altro non sono che la sintesi del dibattito di questi anni».

              Come dovrebbe cambiare il contratto nazionale?

                «Intanto, si dovrebbe prolungare la vigenza contrattuale ad almeno tre anni. Secondo, non si deve più usare come base per le richieste salariali l’inflazione programmata, ma l’inflazione effettiva attesa nel triennio a venire. Oggi siamo tutti un po’ ipocriti: il governo stanzia risorse tarate su di un’inflazione programmata inferiore a quella attesa, il sindacato fa l’opposto. Facciamo tutti finta di ottemperare agli accordi del ‘93, ma in realtà produciamo solo tensioni e complicazioni».

                E se c’è una fiammata inflazionistica?

                  «Si possono immaginare meccanismi di garanzia per il recupero salariale. Non certo la scala mobile, però».

                  E il secondo livello contrattuale?

                  «Bisogna spostare più risorse al livello decentrato per favorire gli aumenti di produttività, misurata, e remunerata ex post. Possiamo utilizzare anche la leva del Fisco, ad esempio alleggerendo il prelievo sul salario erogato a livello decentrato. Si può introdurre più flessibilità».

                  Eppure, il sindacato afferma che la riforma contrattuale riguarda le parti sociali e non la politica.

                    «Vorrei ricordare a tutti che gli accordi del ‘93 sono stati firmati a Palazzo Chigi, non a Viale dell’Astronomia o a Via Po. C’è sempre stata una triangolazione. Se non la si vuole più lo si dica, e allora ci saranno regole per il sistema privato diverse da quelle del sistema pubblico».

                    Tuttavia, al centro di quell’intesa ci fu più del sistema contrattuale: la concertazione, la politica dei redditi…

                      «Il sindacato può accettare o respingere la nostra proposta, e cercare di avviare la riforma dal settore privato. Vediamo, ma non mi pare che si siano fatti grandi passi avanti: alla prima occasione in cui la riforma contrattuale è stata evocata, nel luglio del 2004 da Confindustria, Epifani si è alzato e se n’è andato. Io penso che il governo abbia legittimità a parlarne, come datore di lavoro pubblico, e come rappresentante degli interessi generali del Paese. Perché un sistema di relazioni sindacali efficiente è interesse del Paese».