“Intervista” Poletti: Il governo non comprende il dramma dell’economia

19/12/2002

            19 dicembre 2002

            l’intervista
            Giuliano Poletti
            presidente Legacoop

            Tutta l’impostazione della manovra è sbagliata, non tiene conto della crisi internazionale. I condoni? Un brutto segno
            Il governo non comprende il dramma dell’economia

            Angelo Faccinetto
            MILANO C’è un problema di fondo,
            che condiziona la politica economica
            del governo e, quindi, anche la Finanziaria
            2003: la mancata presa d’atto
            delle reali condizioni dell’economia.
            Nazionale e mondiale. È da qui che,
            secondo il neo presidente di Legacoop,
            Giuliano Poletti, si deve partire
            per imboccare la strada giusta. «Finchè
            questa presa d’atto non ci sarà – dice
            - sarà difficile dare ai cittadini
            l’impressione che la situazione è sotto
            controllo». E sarà difficile ricostruire
            quella fiducia che è condizione essenziale
            per ogni possibilità di ripresa.
            Presidente, la Finanziaria 2003
            è in dirittura d’arrivo, che giudizio
            dà del testo in fase di approvazione?
            «Il nostro giudizio è stato critico
            sin dall’inizio. Perchè non affrontava
            i problemi dell’economia, nè quelli
            strutturali, né quelli congiunturali. In
            questi mesi, è vero, sono stati apportati
            molti cambiamenti, ma la Finanziaria
            mantiene i suoi limiti, evidenti».
            Qual è la critica principale che
            muovete a governo e maggioranza?
            «La mancata presa d’atto dello stato
            reale dell’economia, mondiale e nazionale.
            Il quadro è caratterizzato da
            grande incertezza, c’è una forte crisi
            di fiducia e l’Italia non fa eccezione.
            Finché questa presa d’atto non ci sarà,
            sarà difficile cambiare rotta e dare
            ai cittadini l’impressione di una situazione
            sotto controllo. In questo clima
            anche le decisioni prese rischiano di
            non produrre i risultati che potrebbero
            essere raggiunti».
            Dunque?
            «Bisogna dare ai cittadini il senso
            di una comprensione esatta della situazione
            del Paese. E fare scelte, dal
            punto di vista economico, conseguenti».
            Basta?
            «È anche necessario riattivare le
            condizioni, e i tavoli, del confronto e
            della concertazione. Servono politiche
            difficili, che richiedono sacrifici e
            fiducia. Per questo sono indispensabili
            rapporti positivi tra i diversi soggetti,
            economici e sociali, e le istituzioni».
            Voi siete tra i firmatari del Patto per l’Italia.
            Con le scelte della Finanziaria, il governo
            lo sta demolendo. Cosa chiedete a Palazzo
            Chigi?
            «Il Patto è stato sottoscritto da
            molti soggetti. Ciascun soggetto, con
            la firma, si è impegnato a garantirne
            l’attuazione per la parte di sua competenza.
            Penso che il governo vada misurato
            su questo. Il quadro della finanza
            pubblica è difficile, nonostante ciò sono
            stati affrontati problemi delicati,
            come quello dei 15mila Lsu impegnati
            nelle pulizie delle scuole che rischiavano
            di perdere il posto. Ma non basta.
            Se si cambiano termini e condizioni
            è necessario che si richiamino gli
            interlocutori e che si riapra il confronto.
            Non ci possono essere atti unilaterali.
            Altrimenti il Patto viene svuotato
            dei suoi contenuti».
            Nella sua configurazione definitiva
            la Finanziaria si caratterizza
            per una raffica di condoni.
            Che giudizio ne dà?
            «I condoni non sono un buon segnale
            al Paese. Sanciscono nei fatti
            una disparità tra cittadini e imprese,
            tra i cittadini tra loro. Pensiamo ad
            esempio ai lavoratori dipendenti che
            vengono tassati alla fonte. Ma non è
            solo una questione morale. Come tutti
            i provvedimenti una tantum, il condono,
            una volta attuato, finisce col
            lasciare inalterati i problemi di prospettiva.
            Problemi che per la finanza
            pubblica sono pesanti».
            Si era parlato molto di provvedimenti
            finalizzati al rilancio dei consumi, invece
            non ce n’è traccia. È un male?
            «Il vero problema è la fiducia. Gli
            eventuali microinterventi possono
            avere un respiro solo congiunturale.
            Quello che serve, ripeto, è la fiducia
            dei cittadini. Costa di meno, produce
            di più. Ma politicamente è anche
            l’obiettivo più difficile da raggiungere».
            Criticata l’impostazione di fondo
            e bocciati i condoni, quali sono gli altri
            punti di maggior negatività che vedete
            in Finanziaria ?
            «Penso al tema della conoscenza.
            Quello della ricerca, come quello dell’istruzione,
            è una campo nel quale
            non si possono lesinare le risorse. Farlo,
            è un segnale sbagliato. Insieme alla
            fiducia è un elemento di interesse generale:
            è qui che si afferma o meno la
            competitività del Paese. Ma per far
            ciò è necessario che si guardi alla realtà
            per quello che è. Cosa che invece
            non si è fatta».