“Intervista” Pininfarina: Troppa conflittualità mette a rischio la ripresa

09/12/2003


09 Dicembre 2003

Intervista
Marco Zatterin

L’INDUSTRIALE TORINESE: DAL COLLE UN SEGNALE IMPORTANTE
«Troppa conflittualità mette a rischio la ripresa»

Pininfarina: spero che la trattativa sulla previdenza dia risultati utili
Per essere competitivi abbiamo bisogno di coesione e riforme vere

IL momento è difficile, una minore conflittualità sarebbe di grande aiuto». Andrea Pininfarina legge nell’auspicio di concertazione espresso dal presidente della Repubblica «un segnale importante». La situazione in cui si trova l’Azienda-Italia, argomenta il numero uno degli industriali torinesi, richiede un grande sforzo per una maggiore compattezza di intenti. La ragione è la fortissima pressione competitiva a cui sono sottoposte le nostre imprese. «E’ necessaria una solida coesione interna – afferma l’imprenditore -. Ciampi è da sempre molto attento al tema della competitività; credo che il suo invito sia proprio quello di serrare le fila per cercare di tener meglio testa alla concorrenza. Dobbiamo innovare e crescere. Se ci fossero minori tensioni, il compito risulterebbe meno arduo».
Non sarà facile. La questione più calda è quella delle pensioni, un banco di prova molto insidioso per i rapporti fra governo e sindacato.
«Questa è una materia sulla quale bisogna dare atto al governo di aver avuto il coraggio di intervenire. Era una evidente priorità e mi spiace dover dire che, per molti mesi (se non per molti anni), una componente del sindacato ha rifiutato di considerarla tale. Di fronte ad una posizione pregiudiziale, l’esecutivo ha fatto bene a presentare una delega e renderla operativa con lo schema presentato insieme con la Finanziaria. Altrimenti non si andava avanti».
Ora, però, dal sindacato arrivano dei segnali di apertura.
«Sembra in effetti che alcuni abbiano preso atto della necessità di intervenire, e che ci sia una disponibilità al dialogo. La fase è tattica. Prima di sedersi al tavolo il governo non vuole rinunciare alla strategia indicata sinora. E il sindacato non intende accettare di discutere di qualcosa che ritiene essere stato già deciso. L’importante è che ci si affronti avendo chiaro l’obiettivo di adeguarsi al nuovo scenario demografico del paese, e l’esigenza di ridurre l’impatto che questo avrà sulla spesa sociale del paese».
Vede margini per avvicinare le posizioni?
«Le premesse non sono incoraggianti. Sembra che il sindacato voglia procedere solo su una base di incentivi- disincentivi, formula che ha già dimostrato di essere poco attraente per i lavoratori. Il governo ha, dal canto suo, un piano preciso. Spero che possa venir fuori qualcosa di utile per il sistema».
Il sindacato chiede soprattutto lo stop all’età pensionabile. Si può frenare la spesa previdenziale senza un intervento in tal senso?
«No. La maggior parte degli esperti converge nel dire che in ogni riforma previdenziale ci sono due passaggi chiave. Il primo è quello – che può anche essere morbido – al sistema contributivo. Il secondo è proprio l’innalzamento dell’età contributiva, soprattutto alla luce dell’allungamento della vita, che rende necessario l’ampliamento del percorso contributivo dei lavoratori. Senza questi correttivi, lo squilibrio dei conti della spesa sociale è destinato a crescere in modo drammatico».
In un clima già rovente, dopo la protesta degli autoferrotranvieri che ha paralizzato Milano, Maroni ha suggerito una riforma della legge sullo sciopero. Non si mette un po’ troppa carne al fuoco?
«In effetti sarebbe meglio fare una cosa alla volta. Talvolta, quando in Italia si verifica una problema, la prima reazione è quella di chiedere di rifare la legge. Piuttosto che scriverne di nuove, sarebbe importante far rispettare quelle che ci sono: una normativa per la regolamentazione degli scioperi nei servizi pubblici c’è e, nel caso di Milano, non è stata applicata. Le imprese sono attanagliata dall’eccesso di complicazione e di legislazione. Questo mi fa dire che sarebbe meglio eliminare un po’ di norme piuttosto che crearne altre».
Oltretutto è materia per altro conflitto…
«Vanno scongiurati gli attriti che non portano a nulla. Dopo le parole del ministro, è partita subito la levata di scudi del sindacato, era naturale che accadesse. Certo bisognerebbe evitare di aprire troppi fronti mentre si tratta su una materia come quella previdenziale. Abbiamo già perso troppo tempo con discussioni lunghe e difficili che hanno dato risultati modesti, come nel caso dell’articolo 18. Nella legislatura attuale il governo ha dilapidato un capitale di possibilità di decisioni, perdendo tempo in una lacerante discussione con il sindacato che ha avuto frutti modesti. Io eviterei nuovi contenziosi…»
Che succederebbe se si dovesse arrivare ad una rottura sulle pensioni e ad un inasprimento della conflittualità?
«Tutto il sistema produttivo ne soffrirebbe, e il prezzo più alto lo pagherebbero quei settori che incominciano a vedere qualche sprazzo di miglioramento congiunturale. Una fase di tensione sociale è qualcosa di cui l’Italia non ha veramente bisogno. Si potrebbero mettere a rischio le speranze di ripresa».
Sono diffuse le previsioni di crescita più sostanziosa nel 2004. Vede i segnali anche lei?
«Sinceramente non ancora. Gli indicatori continuano a dire che sale il clima di fiducia. Come imprenditore, e come esponente dell’area torinese, devo ammettere che le avvisaglie di ripresa non si sono ancora viste»
Sia i sindacati che Confindustria hanno criticato il basso contenuto strutturale della Finanziaria. Quanto è reale il rischio che fra un anno il governo si ritrovi a dover raschiare ancora il barile per far quadrare il bilancio?
«Veniamo da due anni di crescita quasi nulla. Una serie di situazioni imprevedibili, come l’11 settembre e le guerre, ha frenato significativamente il corso dell’economia. Se il motore non si rimette in moto al più rpesto, e quindi non si torna a generare ricchezza, i problemi si ripresenteranno immutati. L’unica parte strutturale della manovra – quella previdenziale – non avrà effetti rilevanti nel breve periodo. Ciò significa che, senza una ripresa sostanziosa, le possibilità di rimanere all’interno dei limiti del Patto di Stabilità sono pochissime».