“Intervista” Pininfarina: non è così che si rilancia l´economia

01/10/2002



            intervista

            Flavia Podestà


            (Del 1/10/2002 Sezione: Interni Pag. 5)
            IL PRESIDENTE DEGLI INDUSTRIALI DI TORINO: LA MANOVRA MANCA DI STRUTTURALITA´ E DI AGGRESSIVITA´
            Pininfarina: non è così che si rilancia l´economia
            «Cambiare le carte in corso d´opera è dannosissimo per le imprese»

            PREMETTE che «nel dettaglio non si può ancora entrare, perché la Finanziaria ufficialmente non è stata ancora presentata in tutti i suoi risvolti». Avverte che il suo «sarà, necessariamente, un giudizio generico» in attesa di avere le carte in mano. Quando, però, addenta l´osso Andrea Pininfarina – presidente dell´Unione Industriali di Torino – conferma d´essere un vero leader per la capacità di esprimere pacatamente valutazioni taglienti. «Evidentemente questa Finanziaria è frutto del momento: un momento ben più difficile di quanto il governo prevedesse anche solo qualche mese fa», dice a chi lo insegue per una valutazione non di circostanza della manovra costruita dal governo nel corso della lunghissima notte di Palazzo Chigi. E mette in luce come «il dato più evidente sia la mancanza di strutturalità e di aggressività della manovra».

            Sul lato della spesa?

            «Certamente, sul lato della spesa complessiva, come dimostra il fatto che il capitolo della previdenza si è risolto in un ennesimo rinvio. Ma anche sul lato di alcuni provvedimenti che riguardano le entrate: come quelli che attengono alle imprese e che ci stanno creando grandi preoccupazioni».

            A che cosa si riferisce esattamente?

            «Penso agli interventi del decreto fiscale che ha anticipato la Finanziaria, ma anche alle decisioni contenute in quest´ultima: per esempio la trasformazione dei contributi a fondo perduto in prestiti agevolati. Si tratta di operazioni in corsa dannosissime per chi deve programmare con un minimo di certezza. E non è la prima volta che succede con questo governo».

            Cosa ha in mente?

            «Penso alla Dit e alla Superdit, ma anche al bonus sulle assunzioni: tutte operazioni che cambiano le carte in tavola in corso d´opera. E questo proprio non va. Chi fa impresa ha bisogno di stabilità e, dunque, quando le regole sono fatte – piacciano o non piacciano – vanno rispettate per il periodo di vigenza».

            Non è la prima volta che il governo cambia le carte in tavola in corso d´opera.

            «E´ vero, ma così si mina la fiducia degli investitori e delle imprese e si acquista la patente di inaffidabilità. Francamente, in mancanza di interventi strutturali, non credo proprio che queste misure servano a rilanciare l´economia».

            Ma al governo premeva, forse, di più ridurre il perimetro delle spese (tra cui rientrano le agevolazioni) rilevanti per Bruxelles.

            «Sì, certo. Però, mi creda, il problema vero oggi è ricostruire il clima di fiducia essenziale perché riprendano i consumi e sia rilanciato lo sviluppo. E sul lato dello sviluppo non vedo proprio nulla».

            Vede qualcosa sul lato del rigore?

            «Nemmeno su quello».

            Come giudica la formula 8-4-8 (miliardi di euro) con cui Tremonti cerca di bilanciare le riduzioni di spesa e gli introiti per evitare da un lato di procedere a tagli strutturali e dall´altro di mettere nuove imposte?

            «Due quinti di introiti dal concordato fiscale, un quinto dalle cartolarizzazioni, mi fanno dire che una fetta importante della manovra di fatto è aleatoria».

            Teme che le cifre vadano riviste?

            «Non sarebbe la prima volta».

            Pensa allo stillicidio di correzioni delle stime di crescita, da oltre il 2% allo 0,6% fatte dal governo tre mesi dopo che i centri studi delle principali banche (e la stessa Confindustria) limitavano lo sviluppo del Pil ad un angusto +0,4-0,6%?

            «E, molto probabilmente, quest´anno non si farà nemmeno quello».

            Anche lei, ingegnere, indulge al pessimismo cosmico?

            «Non parlo per pessimismo, ma perché – come imprenditore – dispongo già dell´andamento dei primi nove mesi che, nel 2002, ci hanno regalato una crescita zero. Dire che il Pil nel 2002 crescerà dello 0,6% vuol dire che negli ultimi tre mesi si prevede una ripresa spintissima di cui non esiste però il benché minimo segnale. Io temo invece che dal 2002 si uscirà a velocità così bassa che se anche nel 2003 dovessero manifestarsi segnali di ripresa – per il momento non previsti – l´anno sarà comunque di transizione e non si riusciranno a raggiungere i tassi di sviluppo previsti dal governo nel 2,3%».

            Perché il governo, dopo essersi dovuto ricredere con le stime del 2002, insisterebbe ancora nel diffondere ottimismo senza ragione?

            «Perché per avere fiducia bisogna creare fiducia. Certo se poi si rischia di cadere in contraddizione, come avvenuto con le stime del 2002, ci potrebbe essere un effetto controproducente».

            Non sarà invece – come sembra aver sostenuto Tremonti a Washington parlando a porte chiuse alla business community – perché tanto ormai in economia è finita l´era dei tecnicismi e della contabilità, mentre torna alla grande l´era della politica?

            «Quella dichiarazione del ministro dell´Economia è davvero preoccupante. Da noi, già in passato, i tempi della politica in economia hanno portato al disastro in cui siamo: con il debito pubblico più devastante d´Europa e il più alto rapporto deficit/pil. Francamente credevamo finiti una volta per tutte i tempi della politica in economia. Il fatto che Tremonti ce li riproponga ci preoccupa grandemente, davvero».

            Confindustria non si sente corresponsabile della situazione che si è venuta a creare, per aver rinunciato a vigilare in nome di una collateralità che data fin dalle prime assise di Parma?

            «Mi pare che Confindustria, negli ultimi tempi, abbia chiarito bene la propria posizione. E´ vero che a Parma aveva dato ampia delega al governo, come era giusto nei confronti di un esecutivo che prometteva molto. Non si è trattato, però, di una delega in bianco. La cambiale oggi sembra proprio scaduta».