“Intervista” Pezzotta:«Le mie condizioni per l’unità»

11/04/2001

Il Sole 24 ORE.com




    Il numero uno della Cisl, Savino Pezzotta, apre alle altre organizzazioni ma avverte: «Il dialogo deve partire da ciò che ci rende diversi»

    «Le mie condizioni per l’unità»
    «L’assemblea della Cgil non mi ha capito» – Sui contratti a termine non va esclusa l’intesa separata
    Massimo Mascini
    ROMA Costruire un sindacato unitario è sempre possibile, ma solo se è effettivamente pluralista. È questa la condizione di base che Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, pone alla Cgil per portare avanti il discorso unitario. Nessuna porta, dice, è stata sbattuta, ma pluralismo significa accettare che siamo diversi, frutto di storie diverse. Per cui di questi problemi, aggiunge, delle cose che ci dividono dobbiamo parlare per costruire lentamente l’unità, senza prevaricazione, senza cercare scorciatoie maggioritarie.
    Pezzotta, dopo l’assemblea della Cgil, l’unità sindacale è più vicina o più lontana?
    È come prima. Non si è né avvicinata, né allontanata. L’ho detto chiaramente a quell’assemblea e mi dispiace se non sono stato capito. Ma se vogliamo costruire un rapporto unitario non si può far finta che non esistano i problemi.
    Perché dice che il suo intervento non è stato capito?
    Così mi sembra sia avvenuto, dal tono della risposta che ha dato Cofferati.
    Quale è stata la sua risposta all’avance di Guglielmo Epifani?
    La prima cosa che ho detto è che l’unità non è una cosa che si tiene nel cassetto e a un certo punto si tira fuori. Così non ci capiremo mai.
    Perché? Cosa è l’unità?
    O è un processo o non è. Se vogliamo affrontare questo processo, ciascuno deve mettersi in ascolto degli altri, non pretendere che le proprie siano le ragioni di tutti.
    Questo lei ha avvertito?
    Quando si parla di articolo 39 della Costituzione, di regole, questo vuol dire puntare a introdurre il maggioritario nel sindacato. Ma noi non l’accetteremo mai, l’unità non si fa dicendo "io sono il sindacato più rappresentativo". L’unità si fa nel pluralismo, per questo è stato un fatto importante e positivo per il sindacato, perché ha riunito diverse culture. Noi da 50 anni diciamo di non voler applicare l’articolo 39.
    In Italia ci sono due modelli, il sindacato degli iscritti e quello che si rifà a tutti i lavoratori. Sono inconciliabili?
    Sono frutto di due culture diverse, che nella prassi, nella consuetudine hanno trovato modalità di conciliazione. Forzare questa realtà significa negare l’uno o l’altro modello. È una questione aperta. Io continuo a pensare che il sindacato o è associazione o ha dei problemi.
    Questo vuol dire che è possibile l’unità di fatto, non quella organica?
    Noi avevamo fatto una proposta precisa sull’unità organica al congresso di quattro anni fa, eravamo pronti a partire con la costituente per l’unità. Ci hanno detto di no, non lo dimentichiamo, non possiamo dimenticarlo.
    Ma ormai non è più possibile?
    Se vogliamo cogliere quel risultato, dobbiamo inventare i percorsi e li possiamo trovare solo se discutiamo su cosa ci fa diversi. Non facendo finta che non siamo diversi. Questo ho detto all’assemblea della Cgil, cercando di fare chiarezza, di essere onesto. Ho indicato le cose che ci dividono, e sono tutte cose sindacali, perché a me le cose politiche non interessano, possono interessare altri, non la Cisl. Noi non ci dobbiamo schierare.
    Cosa vi divide?
    Più cose. La prima è la diversa valutazione della concertazione, che per noi resta una politica, un modo per cui il sindacato autonomamente partecipa alla vita economica e sociale del paese, sui grandi temi. Per noi è importante. Poi, noi siamo per un sistema di contrattazione diverso dall’attuale, basato su due livelli, ma con un peso diverso tra il nazionale e il decentrato, che deve essere valorizzato.
    Ancora?
    Siamo contrari alla regolamentazione per legge dell’azione sindacale. Le regole ce le diamo da soli. A parte che non vedo perché le regole dovrebbero valere solo per il sindacato, l’associazionismo resta un valore che va tutelato, non incatenato.
    E poi c’è il grande tema della partecipazione.
    Certo, la partecipazione industriale, non limitata al discorso aperto sulla società europea. Per noi partecipazione è qualcosa in più, è azionariato, è controllo, è stare nei consigli di amministrazione, è essere partecipi della vita economica, attraverso i fondi pensione o attraverso altri processi di accumulazione. Questo è il sindacato che è protagonista, che agisce in prima persona.
    La Cgil è su un’altra sintonia?
    Non dico che la Cgil sbagli. Lungi da me qualsiasi demonizzazione. Noi e loro siamo il frutto di storie differenti e di questo, se vogliamo fare l’unità, dobbiamo tener conto con serietà. Le diversità vengono dalla nostra storia, abbiamo alle spalle 50 anni di vita democratica, queste cose non ce le siamo inventate oggi. Per questo quando parliamo di unità pensiamo sempre a un sindacato pluralista, frutto di culture diverse.
    È possibile costruire l’unità?
    È sempre possibile la prospettiva di un sindacato nuovo, che sia pluralista, autonomo, unitario.
    Ma cosa si deve fare adesso per arrivare a questo obiettivo, che appare così lontano?
    Il sindacato non è lacerato. Due settimane fa abbiamo fatto una manifestazione assieme per sostenere la trattativa per la sanità. Faremo il primo maggio assieme. Su tante cose andiamo d’accordo, su altre siamo in dissenso, vedremo come operare.
    Intanto negoziate divisi le norme per i contratti a termine. È vero che è possibile una firma a breve, che però sarebbe separata, senza il consenso della Cgil?
    Non so, stiamo ragionando. Noi non abbiamo abbandonato il tavolo della trattativa e non ci incontriamo nottetempo. Noi non abbiamo mai ritirato una firma da un accordo. Stiamo negoziando, se sarà possiible firmeremo un accordo, anche se non c’è la Cgil. Non abbiamo demandato ogni decisione al ministro Salvi, come altri hanno fatto, che gli hanno detto "decidi tu". Io spero di scrivere al ministro dicendogli come deve decidere. Questo, penso, è il mio mestiere.
    Mercoledì 11 Aprile 2001
 
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