“Intervista” Pezzotta: «Vincono i moderati, può ripartire il dialogo sul lavoro»

29/05/2002

29 maggio 2002



L’INTERVISTA: «Se entro il 31 maggio il governo non ci convoca ci muoveremo per costringerlo a chiamarci. Ma il nostro obiettivo non è fare uno sciopero generale dopo l’altro»

«Vincono i moderati, può ripartire il dialogo sul lavoro»


Il leader della Cisl Pezzotta: Cofferati sbaglia, sembra credere che la battaglia sull’articolo 18 sia già persa

      ROMA – Savino Pezzotta annuncia che la sua pazienza sta per finire: «Il governo aveva detto che ci avrebbe convocati dopo il primo maggio. Poi si è detto che attendeva le elezioni amministrative. E nessuno si è fatto ancora vivo. Ora aspetto fino al 31 maggio, giorno della relazione del governatore della Banca d’Italia. E se non sarà ancora arrivata la convocazione, ci muoveremo per costringere il governo a chiamarci». Il segretario della Cisl non vuole dire che iniziative ha in mente. Comunque, «almeno per il momento», non lo sciopero generale già ventilato dal segretario generale della Cgil Sergio Cofferati. Ma «è certo – dice – che la situazione sta diventando pesante».
      E ve ne accorgete ora?
      «Veramente è un po’ che lo diciamo. Siamo bloccati da otto mesi senza concludere nulla sul fronte delle politiche del lavoro. L’unica cosa che il governo di Silvio Berlusconi è riuscito a fare finora è il contratto a tempo determinato, che non è nemmeno farina del suo sacco, visto che è il frutto di un avviso comune siglato fra le parti sociali prima delle elezioni».

      Sulla tenuta della sinistra alle elezioni amministrative, soprattutto al Nord, non può aver influito lo scontro fra governo e sindacati sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori?

      «Non credo proprio. La tenuta del centrosinistra me l’aspettavo. Il problema è che siamo lì, a tenere. La politica italiana è a bocce ferme».

      Nella maggioranza il voto ha premiato i moderati. Che segnale è?

      «Se vogliamo l’alternanza vera è necessario che nei due schieramenti si rafforzino le aree di confine, che noi impropriamente chiamiamo centro. Avviene in tutte le democrazie».

      Ma i moderati sono anche quelli che premono perché si faccia l’accordo sul lavoro fra governo e sindacati. Non le infonde un po’ di ottimismo?

      «Certi parallelismi tra le vicende della politica e del sindacato rischiano di essere impropri. Ma è chiaro che se la politica è governata più dalle aree moderate, che da quelle oltranziste, il dialogo sociale diventa più facile e fluido».

      Lo sciopero generale che propone Cofferati se il governo non fa marcia indietro sulle modifiche all’articolo 18?

      «Ne abbiamo già fatto uno, ben riuscito. Il nostro obiettivo non è quello di fare uno sciopero generale dopo l’altro. Bensì quello di vedere se siamo in grado di riaprire un confronto con il governo, ristabilendo anche delle regole per il confronto».

      Sciopero o non sciopero, sull’articolo 18 il governo vuole portare a casa qualche risultato comunque. Confronto significa quindi che dovrete fare i conti anche con quel problema. Ne è cosciente?

      «Cominciamo ad andare al tavolo. Veniamo da uno sciopero generale con delle indicazioni precise e le porteremo a quel tavolo».

      Che rischia di aprirsi senza la Cgil…

      «Spero che al tavolo ci siano tutti. Negli ultimi giorni ai tavoli che si sono aperti, come quelli su fisco e mezzogiorno, ci siamo andati tutti. Non capirei il fatto che all’apertura di un tavolo qualcuno non si presenti».

      Cofferati sostiene che il governo traccheggia perché il suo unico obiettivo è quello di evitare nel 2003 il referendum abrogativo della norma che renderebbe più facili i licenziamenti. E’ plausibile?

      «E’ una interpretazione che trovo incomprensibile. Chi la dà considera evidentemente già persa la partita. Invece io non mi sono ancora rassegnato».

      Che risultato conta di portare a casa?

      «Penso che dobbiamo lavorare fortemente sugli ammortizzatori sociali, il sud, il fisco e ripristinare gli strumenti della politica dei redditi, rilanciare la concertazione. Alla fine bisognerà pur decidere quali obiettivi avrà il documento di programmazione economica, quale sarà il tasso d’inflazione programmata sul quale fare i contratti…».

      Scusi se insisto. Ma l’eventuale contropartita potrà farvi accettare qualche intervento sull’articolo 18?

      «Il mio problema oggi è: si apre un tavolo o no? Discutere oggi di come si possono affrontare alcune questioni mi sembra prematuro. Le nostre posizioni sull’articolo 18 le abbiamo già espresse e sono note. Quando abbiamo detto che se non si apre un tavolo saremo costretti ad assumere altre iniziative, è perché oggi riteniamo quello l’obiettivo principale».

      Che cosa ne pensa del referendum proposto da Fausto Bertinotti per estendere le garanzie dell’articolo 18 anche alle aziende che hanno meno di 15 dipendenti?

      «Pensare che sia possibile fare una traslazione diretta di alcune tutele a chi non ha tutele sia un errore, perché non coglie la specificità dei nuovi lavoratori. Penso ai lavoratori atipici e ai parasubordinati. Noi continuiamo a insistere che per costoro siano necessarie nuove tutele, più adeguate alla loro condizione. L’ideale sarebbe un nuovo statuto dei lavori che garantisca tutele a coloro che non ne hanno. Ecco perché la proposta di Bertinotti non mi convince».

      Il caso Fiat la preoccupa?

      «Moltissimo, fino a che non vedrò con molta chiarezza un piano industriale. Affrontare la crisi della Fiat partendo dagli esuberi non mi sembra una metodologia corretta. Gli esuberi possono essere la risultante di un progetto di rilancio incentrato sulla vocazione originale della Fiat, cioè l’auto. Il fatto è che in Italia abbiamo smesso di ragionare sulle grandi imprese. Ed è questo anche un limite forte del discorso fatto all’assemblea della Confindustria dal presidente Antonio D’Amato. Ma davvero si crede che un paese come l’Italia possa competere nell’economia globalizzata con una grande impresa indebolita?».
Sergio Rizzo