“Intervista” Pezzotta: «Tanto fumo che nasconde il disastro di Parma»

23/12/2003


 Intervista a: Savino Pezzotta
       
 



Intervista
a cura di

Oreste Pivetta
 

lunedì 22 dicembre 2003
«Tanto fumo che nasconde il disastro di Parma»


MILANO
Dal contratto che non si fa agli scioperi imprevisti, dal contratto che finalmente si firma all’incubo (sull’economia italiana, sui lavoratori) che si chiama Parmalat, il vero scandalo dalle conseguenze che potrebbero rivelarsi «devastanti». Con Savino Pezzotta, segretario della Cisl, parliamo delle ultime “prove” cui è stato chiamato il sindacato.
Otto scioperi per un accordo, che per ora non piace a tutti…
«Troppo tempo, lasciando che i problemi s‘aggravassero. Finalmente un’intesa c’è stata. Non si sono raggiunti tutti gli obiettivi, per carità, però abbiamo evitato che si frammentasse il contratto nazionale, che era un problema vero, perchè era possibile che ciascuno si cercasse una soluzione dove si poteva, dimenticando quegli elementi di solidarietà più generale che un contratto deve garantire. Solidarietà a rischio, perchè ci si poteva illudere che nelle realti più forti si sarebbe strappato qualche cosa in più, lasciando però tutti gli altri al punto di partenza. Adesso tocca alle assemble discutere. Credo che alla fine si capirà che il sindacato confederale con un grande sforzo ha salvato comunque un impianto di regolazione e di contrattazione, strappando alcuni risultati economici. Però la vera responsabalità dei ritardi e della tensione che ne è derivata sta in chi ha giocato al rimpallo, allungando i tempi del rinnovo e che è stato costretto solo alla fine al confronto vero. Nessuna enfasi, niente salti di gioia, ma ancora una volta abbiamo dimostrato che il sindacato confederale quando sta unito riesce a chiudere partite molto spinose».

Ma chi ha lasciato degenerare la situazione?

«Governo, alcune regioni, molti comuni, associazioni delle imprese, ciascuno per suo conto in fuga davanti alle responsabilità. Dopo otto scioperi c’era da aspettarsi che la pazienza saltasse. Adesso bisogna ritrovare la calma, bisogna convincere tutti che è bene rientrare nella normalità. Dopo di che non dimentichiamo che ci sono problemi rimasti aperti e questi li affronteremo nella prossima tornata di rinnovo del contratto. Ma abbiamo anche l’esigenza di chiudere questa partita, proprio per verificare se siamo in grado (e sono in grado) di affrontare tutta la questione del trasporto locale, in grave sofferenza con gran peso sul paese».

Va bene, Pezzotta. Ma l’immagine del sindacato non viene un po’ scalfita da questi scioperi, diciamo così, selvaggi?

«Prima di tutto non userei mai questo termine: selvaggio…».

Mi sono un po’ adeguato a un linguaggio di governo…

«Infatti. Tutti quelli che vogliono denigrare, mortificare il sindacato, che vogliono dire che non rappresenta più nessuno parlano così. Per cui io eviterei… Il sindacato da questa vicenda non esce male, certo esce con qualche difficoltà. Però, se non ci fosse il sindacato confederale, se il sindacato non avesse capacità di rappresentanza, non fosse riuscito a mantenere la sua unità, come si sarebbe chiusa questa partita contrattuale? Bisognerebbe riflettere su questo. Forse si sarebbe potuto fare meglio? Non credo. Sarà un risultato poco esaltante, ma è un risultato positivo…».
Non ha pesato su tante difficoltà anche una certa dilagante incultura del lavoro?

«Il clima piuttosto, un clima negativo che dice di incertezza, di insicurezza. Non ci si pensa abbastanza. Anzi sembra che si faccia apposta a dar corpo a insicurezza e incertezza. Anche con la storia della gente tutta a protestare contro i tranvieri…».

Un falso. Si vede piuttosto il contrario…

«Una campagna. Il fatto che sia saltata la politica dei redditi, che non vi siano più elementi di regolazione e si consideri la relazione con il sindacato quasi con fastidio, come un laccio e un lacciuolo… e poi a scrivere sui giornali: questi sindacati così conservatori. Se si continua su questa strada, benissimo, fate pure, alla fine i risultati saranno un disastro. Lo devono sapere. Se il risultato che vogliono è l’aumento di una conflittualità non governata, non indirizzata, benissimo, si accomodino. Noi non ci stiamo e abbiamo dimostrato di non starci, ci siamo assunti le nostre responsabilità forse più di altri. Non ci siamo messi a cavalcare la protesta, abbiamo cercato di indirizzarla, per mantenere quel rapporto solidale tra i lavoratori in lotta e la società civile. Esce ancora una volta che il sindacato non è come qualcuno pensa un elemento di disturbo ma una ragione di stabilizzazione e di regolazione,che favorisce la tenuta democratica di questo paese».

Bisogna anche dire: il sindacato unito.

«Certo. Il sindacato unito. Ma anche il sindacato con i suoi problemi. Siamo una grande organizzazione. Ogni tanto litighiamo. Abbiamo le nostre idee, veniamo da storie ed esperienze diverse. Proprio la vicenda degli autoferrotramvieri dovrebbe far meditare sul ruolo civico, sul ruolo repubblicano, che il sindacalismo confederale oggi gioca nel nostro paese, una garanzia anche per le istituzioni. Non so se ci ferma abbastanza a considerare questo.

Sempre meno…

«Non vorrei che adesso, profittando di questa vicenda, si alemntasse una polemica, per nascondere la questione ben più grave, quella della Parmalat, che potrebbe avere una ricaduta sul nostro sistema economico devastante. Mi pare che mentre si accusa qualche lavoratore di intemperanze, si è un po’ più tolleranti con chi ha combinato un disastro di quel genere. Come riusciamo a salvare migliaia di posti di lavoro? Come si difendono migliaia di risparmiatori? Come si restituisce credibilità al nostro sistema finanziario?».

In una situazione economica, malgrado quel che racconta Berlusconi, infelice…

«Molto infelice. Vedi, una volta contava un sistema di relazioni fondato sulla concertazione e sulla politica dei redditi, che garantivano il potere d’acquisto e il controllo in discesa dell’inflazione. Negli anni novanta si firmavano i contratti senza un’ora di sciopero. Quel sistema è saltato. Bisogna rimetterlo in piedi, in forme aggiornate. Ma bisogna darsi una mossa».