“Intervista” Pezzotta: «Subito un patto per rilanciare l’industria»

03/02/2003



3 febbraio 2003
«Subito un patto per rilanciare l’industria»

Pezzotta: chiudiamo i contratti, per l’inflazione serve un indice Istat che tenga conto del reddito familiare

      ROMA – «L’industria va male. Tutta eh? Non solo la Fiat. C’è il pericolo di una guerra che avrebbe conseguenze devastanti per i ceti più popolari. Ci sono i prezzi fuori controllo, c’è…». Bisogna bloccarlo, Savino Pezzotta, perché si capisce che andrebbe avanti per ore a elencare «problemi ed emergenze». Ma il segretario della Cisl ha anche proposte? «Ce ne abbiamo tante e le presenteremo nei prossimi giorni a tutti. Alle forze politiche, agli industriali, al governo». A luglio avete firmato il «Patto per l’Italia». E’ già tempo di superarlo?
      «Il problema non è superarlo, ma attuarlo. Cominciando dagli investimenti a favore del Mezzogiorno».

      Però da luglio a oggi sono successe tante cose…

      «Non c’è dubbio. Bisogna fare i conti con situazioni nuove. Invece, vedo che si continua a discutere di riforme istituzionali, di federalismo. Per carità, sono cose importanti. Ma le vere emergenze sono altre».

      Quindi il governo dovrebbe cambiare le priorità segnate in agenda?

      «Esatto. Noi chiediamo un confronto sulla crisi dell’industria. Piccola e grande. Vogliamo ragionare sulle ricadute della guerra in Iraq. Su come tenere sotto controllo i prezzi. Dobbiamo chiudere in fretta i contratti e poi aprire una fase nuova, rivedendo il modello di relazioni industriali stabilito con l’accordo del 1993».

      Insomma, chiede una specie di «patto per l’emergenza» o qualcosa del genere?

      «Noi abbiamo delle proposte da fare. Le presenteremo ai partiti, della maggioranza e dell’opposizione. Al governo, agli industriali».

      Anche alla Cgil?

      «Io parlo con tutti. Non chiudo niente. Poi, però, bisogna vedere quali sono le scelte che fanno le singole organizzazioni. Comunque, è meglio non farsi illusioni. Per fare un nuovo grande accordo tra le parti sociali, tipo quello del ’93, ci vorrebbe un po’ più di compattezza tra i sindacati. E, io, questo clima non lo vedo. Anzi vedo troppa politicizzazione».

      Quindi?

      «Vado avanti con le mie proposte. Non è che posso stare fermo perché altri hanno preso strade diverse. Fra qualche giorno, avanzeremo le nostre richieste. Non so se ne usciremo con un nuovo patto oppure no».
      Qual è l’emergenza numero uno?
      «E’ la crisi dei settori produttivi. Qui non c’è solo la Fiat che va male. Serve una nuova politica industriale, mirata sulle grandi aziende e sulle piccole. Serve un rilancio dei distretti industriali. Ma, soprattutto, l’Italia deve tornare a investire in innovazione. Deve recuperare terreno nei comparti delle telecomunicazioni, dell’informatica, delle biotecnologie, della chimica fine. Ci sono ancora imprenditori disposti a impegnarsi in questi campi decisivi? Il governo è pronto a stanziare qualche migliaio di miliardi (di lire,
      n.d.r. ) per mettere in campo sgravi fiscali o altri strumenti?»
      Lei stesso, però, diceva che bisogna «ragionare sulle possibili ricadute della guerra». Non c’è il rischio che arrivi una recessione a vanificare piani di rilancio centrati solo sull’offerta, cioè di fatto solo sulla produzione?

      «E, infatti, dobbiamo stare molto attenti. Qui nessuno sembra preoccuparsi di che cosa succederebbe se, come ho letto, il barile di petrolio andasse a 80 dollari. Le conseguenze sarebbero devastanti per i Paesi occidentali, o meglio per le fasce più deboli di quest’area. E verrebbe meno anche quel po’ di traino che gli Stati più ricchi esercitano a favore dei più poveri. Per l’Italia temo effetti pesanti sulla disoccupazione e sui prezzi. E allora dobbiamo muoverci subito per tutelare i ceti più popolari».

      Chiedete di cambiare qualcosa nella politica dei prezzi?

      «Io ho il massimo rispetto per l’Istat. Ma il paniere che misura l’inflazione andrebbe cambiato. Bisogna inserire un parametro che tenga conto del reddito familiare. C’è una bella differenza se in una famiglia lavorano in due o entra un solo stipendio. E l’Istat deve tradurre in numeri questa differenza. Poi si dia più peso alle spese per l’assicurazione auto, per i supplementi su treni e trasporti. E dico ancora una cosa: molte Regioni hanno reintrodotto i ticket. E allora si calcoli che peso hanno sul bilancio delle famiglie».

      Il ministro Marzano, probabilmente, direbbe che il governo non può e non vuole intervenire sui prezzi di mercato

      «Cominci a preoccuparsi delle tariffe. Solleciti le varie Autorità a mantenere gli aumenti sotto il tasso di inflazione programmata dell’1,4%. Altrimenti, con quale credibilità vengono a chiedere a noi di abbassare le nostre rivendicazioni contrattuali?».

      Ecco appunto, i contratti. Finora lei ha elencato una serie di proposte che sono, soprattutto, delle richieste. La Cisl che cosa è pronta a mettere sul tavolo del confronto?

      «Partiamo proprio dai contratti. Io dico: acceleriamo, chiudiamoli in fretta. Quello del pubblico impiego è aperto ormai da un anno. E’ un fatto inaccettabile. I sindacati hanno fatto un sacrificio, hanno ridimensionato le attese. In alcuni casi, come quello della scuola, hanno fatto un vero e proprio sacrificio. Insomma, oggi ci sono le condizioni per andare a chiudere. Noi siamo pronti. E anche nel settore privato, a cominciare dal negoziato per i metalmeccanici, ci muoviamo con lo spirito del ’93. Chiediamo aumenti in linea con il recupero dell’inflazione programmata. Trattiamo e chiudiamo. E poi passiamo a una nuova fase».

      Sarebbe?

      «Affrontiamo finalmente la riforma del modello di relazioni industriali, dando più peso al livello decentrato della contrattazione. Siamo disposti anche a discutere di democrazia economica. Il sindacato è maturo per dire la sua sugli assetti societari delle imprese».

      Senta Pezzotta, lei vuole cambiare l’agenda del governo. Ma Berlusconi continua a mettervi sotto il naso il tema delle pensioni.

      «Lo vedo, lo vedo… Ma per noi le cose sono molto chiare. Non esiste un problema sulle pensioni di anzianità. Nella relazione che il governo ha mandato all’Unione Europea si legge che i conti sono abbastanza stabili. Vogliono introdurre qualche incentivo per convincere i lavoratori a restare di più in servizio? Discutiamone. E discutiamo anche di previdenza integrativa, di uso delle liquidazioni. L’importante è che non si facciano venire strane idee sulle penalizzazioni, perché non servirebbero a nulla. Noi siamo contrari».

      Discorso chiuso anche sulla flessibilità. Oppure, il referendum sull’articolo 18 può riaprire il confronto?

      «Abbiamo già fatto il massimo. Abbiamo salvaguardato l’articolo 18, perché la deroga per le imprese che superano i 15 dipendenti non tocca i diritti acquisiti. Non andremo oltre. Considero il referendum un’interferenza politica in un tema affidato alle relazioni tra le parti sociali».

      Firmerà l’appello per il «no», sottoscritto anche da Maroni?

      «Neanche per idea. La Cisl non parteciperà a comitati di segno politico».

      Un’indicazione di voto la dovrete pur dare, o no?

      «Decideremo all’ultimo momento. Prima voglio vedere come si sviluppa il confronto elettorale. Certo se il referendum si trasforma in attacco al sindacato…»

      Voterebbe «sì» come suggerisce Angeletti?
      « Ci sono tante possibilità».
      Astensione?

      «Eh,eh! Vedremo, vedremo».
Giuseppe Sarcina


Economia