“Intervista” Pezzotta: serve una proposta unitaria

03/12/2003




03 Dicembre 2003

intervista

Roberto Giovannini

Pezzotta: serve una proposta unitaria
per salvare le pensioni dalla riforma
«Non siamo contrari all’uso del Tfr per i fondi. Uscita flessibile dal lavoro»

ROMA
S
AVINO Pezzotta, segretario generale della Cisl, siamo alle solite? Voi che volete trattare sulla riforma del sistema previdenziale, la Cgil che si tira indietro e non vuole presentare una proposta unitaria e preferisce una «gloriosa disfatta»?
«Ma no. È importante e positivo che anche la Cgil pensi che bisogna arrivare a una proposta del sindacato. Le tre confederazioni stanno ragionando insieme per definire una strategia unitaria. Il mio obiettivo è definire una proposta unitaria, insieme a Cgil e Uil».
Perché è così importante che il sindacato elabori una proposta sulle pensioni?
«Perché non dobbiamo farci mettere in un angolo. Va benissimo continuare a ripetere che la proposta del governo è sbagliata, come è. Ma per vincere, oltre che la mobilitazione, abbiamo bisogno di rispondere con una proposta migliore, diversa, più attenta all’equità, alla solidarietà e alla tenuta del sistema previdenziale. Poi, sarà responsabilità del governo accettarla o meno. Dobbiamo fare in modo che la proposta – sbagliata – del governo non passi. Per questo, dobbiamo proporre un’alternativa, una proposta unitaria che renderà più forte la nostra battaglia».
Ma poi ci saranno margini per una vera trattativa?
«Dipende dal governo. E le trattative non si fanno con gli appelli, o sui giornali. Noi pensiamo che servano modifiche del sistema pensionistico mirate al risparmio, ma soluzioni che lo rendano più solido, più equo, per gli anziani ma anche per i giovani. Il governo pensa a un sistema più rigido e più iniquo, noi dobbiamo trovare un’alternativa».
Nei giorni scorsi sono trapelate alcune indicazioni sulle linee guida della vostra proposta «alternativa».
«La proposta verrà lanciata quando sarà pronta. Per adesso stiamo discutendone il merito, oltre a se e quando presentarla. Tra i temi in discussione, l’armonizzazione del prelievo contributivo tra le categorie che pagano troppo, come i lavoratori dipendenti, e quelle che pagano troppo poco, come gli autonomi; la necessità di privilegiare i fondi pensione chiusi rispetto a quelli aperti; la vera separazione tra previdenza e assistenza; il problema degli anziani non autosufficienti».
E il Tfr?
«Noi non siamo contrari ad orientare il Tfr verso i fondi pensione. Vogliamo però che per i lavoratori ci siano le stesse garanzie di protezione che ci sono oggi per le liquidazioni, e vogliamo che sia mantenuto un elemento di volontarietà».
E l’età di pensionamento?
«Credo che a parte gli incentivi, sia possibile aiutare le persone a restare nel mondo del lavoro ideando forme flessibili di uscita dal mercato del lavoro. Perché obbligare i lavoratori ad abbandonare? Se li si mettesse in condizione di lavorare a tempo parziale o articolato, potrebbero avere più libertà di scelta nel costruire le loro prospettive di vita».
Che possibilità ci sono di arrivare a una piattaforma unitaria del sindacato?
«Molte cose fanno ben sperare».
In ogni caso, non ci riuscirete entro il 6 dicembre, data per cui il ministro Maroni attende la vostra proposta?
«Adesso siamo impegnati per la riuscita della manifestazione. Sabato manifestiamo per dire con forza e con chiarezza che questa riforma non ci piace. Se il governo pensa che noi saremo disponibili a limare qua e là la sua proposta, non ha capito: non vogliamo “correggere” i mali che provoca, ma presentare uno schema completamente diverso».
Dunque, anche rendere più graduale il passaggio ai 40 anni per le pensioni di anzianità non vi interessa…
«Non cambia la sostanza. Noi dobbiamo rimanere nell’alveo della legge Dini, non scassarla, sia pure in modo “graduale”».
Sulle pensioni la maggioranza potrebbe spaccarsi?
«Spaccare la maggioranza non è il mio obiettivo. Io voglio far sì che quella riforma non passi. E senza una proposta sindacale è più difficile stare in campo. Se guardo ai mesi scorsi, qualche dubbio sulla reale volontà del governo di fare un negoziato ce l’ho. Poi, si vede, io sono sempre pronto a trattare. Per ora margini non ne ho visti. Certo, a leggere le dichiarazioni dell’ala dialogante del governo e della maggioranza, penso che qualcosa potrebbe succedere. Ma finora, non ho sentito nessuno dire chiaramente che la riforma del governo non gli piace. Al massimo si pensa a qualche attenuazione degli effetti».
Parliamo dello sciopero dei trasporti che ha gettato nel caos Milano.
«Abbiamo cercato di fermare quello sciopero, che faceva solo del male ai lavoratori. Siamo riusciti a riportare la situazione alla normalità. Ma attenzione: se la gente ci scappa di mano, non si può sempre dare la colpa al sindacato. Noi ci assumiamo le nostre responsabilità, come sempre; faccia lo stesso chi ha fatto invelenire la situazione, non rinnovando il contratto dopo due anni di vertenza e otto scioperi!».
C’è il rischio di nuove proteste selvagge, anche in altri settori?
«Io sono preoccupatissimo. In questo Paese, con insipienza e nel silenzio più totale, si è abolita la concertazione. Il dialogo sociale è finito. La politica dei redditi non esiste più. Tutto l’impianto degli accordi del ‘93, che ha consentito di governare i conflitti e rinnovare i contratti senza tensioni, è stato fatto saltare. Ora può succedere di tutto. Ma la responsabilità – lo dico ora, perché si sappia – è di chi ha pensato che la concertazione e la politica dei redditi fossero un inutile fardello, un diritto di veto al sindacato. Ecco il risultato: se si riduce il ruolo del sindacato, è inutile lamentarsi se le tensioni sociali inevitabilmente esplodono. Questi sono i frutti avvelenati di quella scelta folle».
Una scelta del governo?
«Del governo, certo. Ma anche degli imprenditori, che sono stati lì a guardare senza intervenire».