“Intervista” Pezzotta: «Riforma pensioni, la politica stia alla larga»

06/10/2003





lunedì 6 ottobre 2003

INTERVISTA
Il leader della Cisl: se il governo davvero è disposto trattare, prima ritiri il provvedimento, poi discutiamo

«Riforma pensioni, la politica stia alla larga»
Pezzotta: è una questione sindacale. A chi nel centrosinistra vuole una revisione dico: i lavoratori li rappresentiamo noi

      ROMA – La prima prova di forza contro la riforma delle pensioni c’è stata sabato con la manifestazione in piazza del Popolo e il 24 ottobre ci sarà il primo sciopero generale proclamato da Cgil, Cisl e Uil. È il momento dello scontro, ma nello stesso sindacato, e anche nel centrosinistra riformista, ci si pone il problema di andare oltre e lanciare una controproposta.
      È così?
      «Ora siamo impegnati nella mobilitazione. Ma prima dello sciopero presenteremo un documento con le critiche, punto per punto, alla riforma Berlusconi, facendo capire agli italiani come saranno penalizzati».

      L’articolato del governo prevede che se le parti sociali avanzano una proposta alternativa, ma equivalente nei risparmi, il governo la farà sua. Perché non raccogliete la sfida?

      «È come dire: "Io ti taglio un piede, tu dimmi se invece vuoi che ti tagli la mano". È la premessa che è sbagliata».

      Anche nel centrosinistra i riformisti dicono che serve una riforma. Anzi, ci sono proposte, come quella di Tito Boeri, molto rigorose. Solo il leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti, dice di non toccare nulla.

      «Ecco, prima si diceva che ero in compagnia di Fini e Berlusconi e adesso che sto con Bertinotti. Siamo seri, io sto dalla parte di quelli che lavorano, di chi sa che cosa è la fatica. Altro che balle, la fatica! Sto dalla parte di chi dovrebbe lavorare 40 anni. Detto questo, il sindacato le proposte le ha fatte sei mesi fa al governo. Ma loro ci hanno ignorato».

      Non mi ha risposto sui riformisti dell’Ulivo, da Enrico Letta a Michele Salvati.

      «Consiglierei a tutti loro di stare calmi, perché le pensioni sono un problema sociale e quindi del sindacato. Loro facciano la politica».

      La riforma delle pensioni è un argomento della politica.
      «È del sindacato, perché li rappresento io quelli che vengono toccati».
      Sulla riforma del governo non si può proprio discutere?
      «No, perché il sindacato non è che possa essere ridotto al ruolo di infermiere e aggiustare i danni fatti dal governo».
      Udc e An propongono una maggiore gradualità. Ma lei ha già bocciato quest’apertura.

      «Perché è tutta la riforma che è sbagliata. Bisogna cambiarla».

      Ma secondo voi esiste un problema pensioni?

      «Non è urgente. È prevista una verifica congiunta nel 2005».

      Lei adesso insiste sullo scontro, ma nella riunione delle segreterie di Cgil, Cisl e Uil ha sottolineato la necessità di mettere in campo una proposta.
      «Quello che si è discusso in segreteria è, appunto, segreto. Adesso facciamo lo sciopero. Poi faremo tutto quello che è necessario per evitare la marginalizzazione del sindacato e per contrastare questa che non è una riforma».
      Il governo la considera tale. C’è un riformismo di destra?

      «Se questo è riformismo, non è quello che intendo io, basato su equità e solidarietà».

      Teme che con questa riforma Berlusconi voglia prendersi la rivincita sul ’94 e dare una spallata al sindacato?

      «Ci vorrebbe una bella forza. E semmai fosse questo il disegno, significherebbe scegliere una stagione di conflittualità tremenda».

      Pensa che il governo abbia scelto la rottura quando si è reso conto che sulle pensioni il sindacato non si sarebbe diviso?

      «Può darsi che sia andata così. Si sono trovati davanti al fatto che non è successo quello che in tanti, a destra e a sinistra, sbagliando, pensavano. Cioè la bipolarizzazione del sindacato. Questo non è avvenuto perché la Cisl non si adeguerà mai a questo schema, perché nel suo dna c’è l’autonomia. Forse questo non piace, ma è così».

      Sta dicendo che se il governo pensava, dopo il Patto per l’Italia, di avere nella Cisl un sindacato amico si è sbagliato? Fini probabilmente contava su un rapporto privilegiato con voi.

      «Chi pensava al sindacato amico si è proprio sbagliato. La Cisl fa sindacato. E non ha rapporti privilegiati, ma rapporti corretti. E questi sono possibili se tu riconosci il mio ruolo. Se lo fai, andiamo d’accordo, altrimenti no. In altre parole, devi riconoscere la mia autonomia. Che noi abbiamo sempre dimostrato. Si sono forse dimenticati che è stata la Cisl a dire di no all’estensione del contributivo pro rata che volevano i governi dell’Ulivo?».

      Forse, se aveste detto di sì al governo D’Alema, la riforma oggi non sarebbe necessaria.

      «Avevamo le nostre buone ragioni per dire di no».
Enrico Marro


Economia