“Intervista” Pezzotta: «Regole per vincere il dumping»

22/10/2003



    Mercoledí 22 Ottobre 2003
    ITALIA-LAVORO


    «Regole per vincere il dumping»
    MILANO – Come rispondere alle sfide della globalizzazione? Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl non ha esitazioni sugli strumenti a disposizione del sindacato e rilancia il valore della concertazione come unico modello in grado di fornire risposte adeguate alle dinamiche dei mercati globali. «Ecco perché – dice Pezzotta – la caduta delle rappresentanza è un indebolimento non solo per il sindacato ma per tutto il sistema». E in questo processo di ridimensionamento della concertazione secondo il numero uno della Cisl «la politica ha forti responsabilità» soprattutto «nell’aver inteso la concertazione – continua Pezzotta – come un diritto di veto del sindacato e non piuttosto come un modo per creare le relazioni tra le parti, per individuare gli obiettivi comuni in un mercato globale dove la coesione sociale è un punto di forza».
    Lei chiama in causa la politica ma crede che il sindacato sia pronto a gestire le sfide della globalizzazione?
    Credo proprio di sì per il semplice fatto che queste sfide toccano la carne e la pelle di chi rappresentiamo, di conseguenza non possiamo non tenerne conto.
    Non pensa che nel sindacato italiano ci sia stato un eccesso di antagonismo a scapito dell’affermazione di un modello più partecipativo. Mi riferiscono ad esempio alla forte conflittualità dei rinnovi contrattuali. E che questo abbia fatto perdere di vista l’orizzonte internazionale?
    Ma anche fare i contratti sono una forma di partecipazione. La contrattazione poi non necessariamente deve diventare conflittualità. È chiaro però che la negoziazione si fa sempre in due. Tornando al tema della globalizzazione, la concorrenza dei prodotti asiatici, in particolari cinesi, sta costringendo le aziende a rivedere il proprio approccio al mercato. Il sindacato come reagisce?
    Mi pare che nei confronti del mercato asiatico, in particolare per quanto riguarda la Cina ci sia un approccio strano, da un lato è in atto una demonizzazione, dall’altro tutti corrono a produrre lì. Dimenticando che cosa sia la Cina. Stiamo cioè parlando di un Paese che ha una struttura di potere stalinista, con tutte le conseguenza che questo comporta anche sul piano economico. Basti pensare che negli ultimi 20 anni in Cina è fortemente aumentato il divario tra ricchi e poveri e che le leggi approvate nel 1994 per sostenere le imprese hanno di fatto eliminato i diritti e le tutele dei lavoratori. Il problema vero è che quando si concludono accordi con le aziende cinesi bisognerebbe esigere il ripristino di modelli democratici. Abbiamo fatto una guerra per abbattere il regime iracheno e poi invece continuiamo a trattare con un Paese che ha un regime altrettanto crudele.
    Cosa sta facendo il sindacato per superare, almeno in parte, questa anomalia?
    Dobbiamo sostenere il sindacato libero cinese e chiedere il rispetto delle regole: è l’unica vera forma di anti dumping che si può adottare.
    Una battaglia questa nella quale come Cisl siamo molto presenti, basti pensare che abbiamo sostenuto il sindacato birmano in esilio e che ci siamo battuti per non riconoscere il sindacato ufficiale cinese contiguo al regime. Solo la presenza di un vero sindacato può eliminare le situazioni di sfruttamento e regolare il costo del lavoro.
    I sindacati sono invisibili regolarizzatori del mercato.
    Il prossimo allargamento ad Est dell’Europa vi pone un problema di ridefinizione delle relazioni industriali e di gestione della mobilità.
    Già ora nella confederazione sindacale europea ci sono dentro tutti i sindacati dei Paesi che saranno annessi. L’Europa dei sindacati arriva agli Urali. Quanto al percorso da intraprendere l’unico possibile è quello di una progressiva armonizzazione delle peculiarità nazionali. Per la gestione della mobilità il criterio dovrà essere quello della gradualità. Il problema da risolvere sarà piuttosto quello della scarsa qualificazione dei nostri lavoratori rispetto a lavoratori dell’Est mediamente più formati.

    SERENA UCCELLO