“Intervista” Pezzotta: «Più tutele per essere flessibili ma via dal tavolo l´articolo 18»

15/04/2002


La Stampa web






(Del 15/4/2002 Sezione: Economia Pag. 6)
IL SEGRETARIO GENERALE DELLA CISL CRITICO CON BERLUSCONI
«Più tutele per essere flessibili ma via dal tavolo l´articolo 18»
alla giusta causa proposte dall´esecutivo. Citare Reagan e Thatcher non aiuta

IL richiamo a quel duo degli anni ’80, Margaret Thatcher e Ronald Reagan, non tranquillizza affatto Savino Pezzotta. Il segretario generale della Cisl, alla vigilia dello sciopero generale che – scommette – avrà un grande effetto, non ha gradito la scelta del presidente del Consiglio Berlusconi di coniugare le personalità simbolo del neoliberismo alle profferte di dialogo con i sindacati. «Se le icone che si vuole presentare – spiega – sono Thatcher e Reagan, i discorsi della "disponibilità al dialogo" e della "mano tesa" si fanno un po’ pericolosi. Non so, forse era solo un artificio retorico a beneficio della platea degli industriali; ma se fosse invece una chiara volontà di ispirarsi a quei modelli, le cose si complicherebbero. Primo, perché le politiche di Thatcher e Reagan non sono state politiche di riforma: hanno avuto effetti negativi, hanno tanto scombussolato quei paesi da obbligare poi Blair e Clinton a dover correggere. E poi, perché se si vuole davvero riaprire il dialogo con noi, è sbagliatissimo evocare quei modelli».

Appunto. Ci crede alla ripresa del dialogo col governo?

«Non è facile. Bisognerebbe prima sgombrare dal campo la modifica all’articolo 18, che non è una riforma e non serve a niente. Il governo deve decidere che rapporto vuole avere col sindacato. Prima afferma che la concertazione è morta, sostituita da questo strano "dialogo sociale", che quando comincia a entrare nel vivo, vede sfilarsi per primo proprio il governo. Nel vero dialogo sociale, quello europeo, il confronto segue tempi e modi ben precisi. Qui ci si siede intorno al tavolo, ma l’Esecutivo parte dal presupposto che le nostre posizioni debbano essere respinte in nome della necessità delle riforme. Ma una vera innovativa riforma sarebbe discutere di come coniugare flessibilità e tutele. Perché senza garanzie tutto il sistema si irrigidisce. Si rischia di cancellare quella voglia di futuro, che ha fatto crescere questo paese».

Lei è stato il sindacalista che più ha investito nel dialogo col governo, fino al punto – parole sue – di finire per "rimanere col cerino in mano". Com’è andata veramente?

«La trattativa ha avuto un andamento strano. Abbiamo cominciato a confrontarci sul contenuto della delega sul lavoro, che non parlava né di arbitrato né di articolo 18, temi posti all’ultimo minuto ben sapendo la nostra contrarietà».

E la meraviglia manifestata da Berlusconi nel rendersi conto del dissenso di tutto il sindacato alle modifiche sull’art.18? Si ricorda la famosa frase del premier al ministro Maroni: "ma non eravate d’accordo"?

«Non so. Negli incontri riservati come in quelli pubblici ho sempre manifestato una totale contrarietà alle modifiche sul 18. Lo dico con grande tranquillità, senza tema di smentita».

E il suo incontro con Gianfranco Fini? Si discusse davvero soltanto dei rinnovi dei contratti del pubblico impiego?

«Nel mestiere del sindacalista ci sono impegni pubblici e riservati. E’ una cosa normalissima. C’era una vertenza che riguardava milioni di lavoratori. Le nostre posizioni sono sempre state chiare e coerenti. E in quella fase, abbiamo discusso solo e soltanto di pubblico impiego, riuscendo a raggiungere un accordo molto positivo».

Dunque, non c’era una volontà della Cisl di tagliare fuori la Cgil…

«Ci sono stati dissensi, ingenerati dalle diversità di impostazione che ci sono state tra noi e la Cgil su molte questioni. Non dimentichiamo che venivamo dall’accordo sui contratti a tempo determinato, dal contratto diviso per i metalmeccanici. Con la Cgil ci sono divergenze, ma non c’è mai stato, ad esempio, un problema personale tra Pezzotta e Cofferati. La Cisl non ha mai cercato di fare accordi separati. Vuole fare accordi con tutti».

E poi, Cgil e Cisl si sono divise anche sulla opportunità di continuare il confronto, dopo il 20 febbraio, quando l’Esecutivo annunciò una «tregua» di due mesi in Parlamento…

«In quel contesto eravamo interessati a discutere, pur ribadendo la nostra posizione contraria sul 18. Poi, quando è stata definitivamente chiarita l’intenzione del governo di andare avanti unilateralmente, a quel punto non restava altra strada che proclamare lo sciopero generale. Adesso il contesto è cambiato».

Qualche giorno fa il governo ha deciso di porre la fiducia sul decreto sul sommerso, che contiene anche interventi sullo Statuto dei Lavoratori e sui contratti collettivi dei dipendenti delle imprese che emergono dal nero. Che ne pensa?

«Esprimiamo una forte critica, di merito e di metodo. Intervenire per legge su una materia che riguarda il lavoro senza nessuna discussione col sindacato non aiuta certo».

Insomma, il confronto dopo lo sciopero generale parte in salita.

«Ripeto: a parte la questione dell’articolo 18, il nodo è che il governo chiarisca in che modo vuole rapportarsi col sindacato. Noi pensiamo di aver dimostrato in questi mesi una volontà di confronto. Però, concertazione, contrattazione, dialogo non vuol dire "prendere o lasciare". L’agenda della discussione non può essere definita da una sola delle parti in causa. Noi vogliamo discutere di merito, delle vere riforme, non di quelle finte, come l’articolo 18. Credo però che lo sciopero segnerà una svolta. Vedrà milioni di persone astenersi dal lavoro, e milioni di persone manifestare nelle piazze. Io credo che un governo deve tener conto di tutto questo».

Ma Berlusconi è stato chiaro: tornare indietro sui licenziamenti non si può. Magari, qualche correzione, come ha fatto intendere qualche rappresentante del governo.

«In questi giorni abbiamo sentito moltissime proposte. Un giorno un ministro, un giorno un altro, uno rilancia, uno provoca… Per affrontare seriamente le questioni serve una proposta sola, collegiale. Che può essere buona o meno. Se il governo vuole il dialogo sociale, sa quali sono le proposte del sindacato. Che riguardano il mercato del lavoro, ma anche gli ammortizzatori sociali, le tutele per i lavoratori che oggi non ne hanno, una discussione sul fisco, sulla sanità, sull’assistenza. Il governo deve dire se su queste cose – su tutte, eh? – è disponibile a discutere o no. E ritirare le modifiche all’art.18».

Berlusconi ha detto che il sindacato è dalla parte della conservazione, che si oppone alle riforme.

«Intendiamoci sul significato dei termini. Ci sono cose buone, utili, che devono essere conservate. E non mi vergogno di volerle conservare. Ad esempio, il patrimonio artistico dev’essere conservato, no? Poi, sono d’accordo che il sindacato deve fare un salto di innovazione. Dobbiamo pensare come rappresentare i nuovi lavori, con cui oggi facciamo fatica a entrare in contatto. Non possiamo essere il sindacato solo dei lavoratori più o meno protetti e garantiti. Dobbiamo cercare di avere una rappresentanza più larga, per dare più tutele e garanzie a coloro che oggi non ne hanno. Ma non è conservazione difendere tutele che i lavoratori hanno conquistato nel corso degli anni. Che nessuno ci ha mai regalato».

Si è parlato di uno «scambio», tra ammortizzatori sociali articolo 18. Accettereste?

«Adesso il solo obiettivo è far riuscire lo sciopero per far cambiare le posizioni del governo. Punto».

Rispetto all’inizio di questa vicenda, vi sentite più forti o più deboli?

«C’è una grande adesione dei lavoratori, più forte di prima, a quello che sta facendo il sindacato. Noi non abbiamo bisogno di spot per convincere: basta spiegare e parlare, e la gente capisce. Lo si vedrà il 16, quanta gente verrà alle nostre manifestazioni. Uno sciopero sindacale, solo sindacale, per nulla politico. Ho manifestato contro i governi dell’Ulivo, posso farlo anche verso quelli della Casa delle Libertà».

Non farete, dunque, la fine dei sindacati inglesi…

«Sono due situazioni molto diverse. Il sindacato italiano è un’organizzazione sociale, molto radicata nella società. Scegliere la strada dello scontro col sindacato italiano significa scegliere lo scontro sociale. Credo che questo non convenga al paese, non convenga a nessuno. Come del resto ha suggerito anche il Presidente Ciampi. Anche all’interno del mondo degli imprenditori si è aperto un dibattito, se ne valga davvero la pena. A Parma, mi pare, è emerso qualche dubbio, qualche perplessità».

Eppure, il governo non vuole fare marcia indietro, «alzare bandiera bianca» sull’art.18.

«Non capisco perché cambiare posizione voglia dire perdere la faccia. Se un governante si rende conto che una strada non è praticabile, che non porta risultati, è tenuto a scegliere altre strade più produttive. Serve "flessibilità" anche nel governare: non la possono chiedere solo a noi. Io spero che vinca la ragionevolezza. Credo che alla fine prevarrà il buonsenso».