“Intervista” Pezzotta: per governare non basta vincere le elezioni

21/10/2002





(Del 21/10/2002 Sezione: Economia Pag. 3)

intervista
Umberto La Rocca

IL PUNTO SUI RAPPORTI CON IL GOVERNO E CON IL SINDACATO GUIDATO DA EPIFANI
Pezzotta: per governare non basta vincere le elezioni

    FINALMENTE qualcuno si è accorto che non basta vincere per governare». L´invito a tornare

    alla concertazione, l´autocritica sul black out nel dialogo con le parti sociali e la disponibilità di
    Gianfranco Fini a modificare la Finanziaria non sono dispiaciute affatto a Savino Pezzotta.
    Non siamo ancora al sospiro di sollievo, perché il passaggio della legge di bilancio resta
    complicato e perché «le buone intenzioni vanno verificate nei fatti», ma non c´è dubbio che il
    segretario della Cisl sia più tranquillo di qualche giorno fa: con la Cgil che ha consumato il rito
    dello sciopero generale e potrebbe tornare a muoversi in maniera più pragmatica, con settori della
    base sindacale che cominciano a premere per ricucire lo strappo fra le tre confederazioni, se fosse
    venuta a mancare la sponda del governo sulle richieste cisline sarebbe stato un guaio.
    Non sorprende dunque che nelle parole di Pezzotta traspaia una certa soddisfazione.
    E che i toni nei confronti del sindacato guidato da Guglielmo Epifani siano meno aspri di quelli del
    recente passato.

    Segretario, che cosa ha determinato il ripensamento del governo?

    «Bisognerebbe chiederlo a loro. Registro un fatto: la nostra iniziativa, in particolare sul Sud, ha
    costretto la maggioranza a una attenzione per i problemi che abbiamo sollevato molto maggiore di
    quella che c´era in passato. Alcune forze politiche hanno presentato emendamenti alla Finanziaria
    assai vicini alle nostre richieste ed esponenti del governo hanno preso atto che non si possono
    trascurare gli impegni presi con l´accordo del 5 luglio».

    Alcuni, ma non tutti. La Lega ancora ieri ha criticato la disponibilità degli alleati a modificare
    la Finanziaria. E´ possibile che blocchino gli emendamenti?

    «Non lo so, ma sarebbe grave. Perché quella fondata sugli incentivi al Sud e la diminuzione
    dell´imposizione fiscale è l´unica politica antirecessiva possibile in questo momento.
    Vedremo. Intanto però, un risultato c´è stato: erano almeno cinque o sei anni che non si discuteva
    di Mezzogiorno come stiamo facendo oggi e il merito va in conto di quel patto, tanto criticato, che
    abbiamo firmato con il governo».

    Nella maggioranza è in corso una sfida per chi si prenderà, di fronte alle parti sociali, il merito
    delle modifiche alla Finanziaria e Fini avverte gli alleati: non cercate convergenze con l´opposizione.
    In questo modo non si perde di vista l´interesse generale?

    «La mia organizzazione ha scelto la strada dell´autonomia dalle forze politiche e dunque noi chiediamo

    a tutti, maggioranza e opposizione, di rispondere positivamente alle nostre richieste. Se in Parlamento
    ci fosse un consenso ampio sulle modifiche che riteniamo necessarie, non potrei che esserne contento.
    Detto questo, la responsabilità di come sarà la Finanziaria per noi resta del governo. Il Patto per l´Italia
    io l´ho siglato con l´esecutivo, che è il mio interlocutore, non con le Camere».

    C´è stato davvero negli ultimi mesi il black out tra governo e parti sociali che lamenta Fini? In fondo,
    Cisl e Uil hanno continuato a dialogare…

    «Il momento peggiore secondo me è stato prima della firma del Patto per l´Italia, non dopo.
    Buttare via otto mesi per litigare sull´articolo 18 è stato molto di più che un black out».

    Dopo aver sostenuto che il metodo di confronto con il sindacato dovesse essere il «dialogo sociale»,
    il governo, o almeno il vicepresidente del Consiglio, riscopre la «concertazione». E´ una novità solo
    terminologica?

    «Non credo. Finalmente qualcuno si è accorto che non è sufficiente aver vinto le elezioni per governare e

    torna a considerare l´importanza di fissare insieme con le parti sociali obbiettivi e strumenti.
    E´ una cosa positiva. Naturalmente, come per la volontà di modificare la Finanziaria, le intenzioni vanno
    misurate alla prova dei fatti».

    Con la situazione economica che non accenna a migliorare, le difficoltà per il sindacato
    rischiano di aumentare.
    Non sarebbe il caso di fare uno sforzo maggiore per ricostruire l´unità d´azione con la Cgil?

    «L´unità sindacale non si è rotta per caso o solo su questioni di merito. Si è rotta perché ci sono idee
    diverse sul rapporto che deve esserci tra sindacato e politica. Noi difendiamo l´autonomia e non crediamo
    che in un sistema bipolare sia necessario scegliere da che parte stare, siamo convinti che ci si debba
    confrontare con entrambi gli schieramenti partendo dai valori e dagli obbiettivi del sindacato, senza pregiudizi
    nei confronti di nessuno. Anche perché seguendo l´altra strada si rischia l´assurdo di un «bipolarismo sindacale»
    e quindi di una divisione perpetua. La prima condizione per riprendere il dialogo con la Cgil è il riconoscimento
    della legittimità di questa posizione e il reciproco rispetto».

    E la seconda?

    «Che nella trattativa con le controparti non ci sia un no pregiudiziale, che non si parta dal presupposto che
    non si firma perché il governo non mi piace. Anzi, io sono convinto che meno un governo mi si confà più lo
    devo incalzare e costringere a un accordo. Insomma l´unità deve essere "per" ottenere qualcosa e non solo
    "contro"».

    Detto questo, divisi si è più deboli.

    «Perciò dico: identifichiamo alcuni terreni sui quali fra noi, la Uil e la Cgil si possono trovare delle convergenze.
    Sui provvedimenti per il Sud le nostre posizioni non sono distanti, se vogliamo farli funzionare insieme non sarò
    certo io a tirarmi indietro. Sui metalmeccanici, tre piattaforme diverse sono un rischio, vediamo se possiamo
    evitarlo. Sul nuovo modello contrattuale che dovremo discutere a febbraio o marzo, noi non vogliamo indebolire
    il livello nazionale ma irrobustire quello decentrato che è legato alla produttività e quindi non ha effetti inflattivi:
    sediamoci intorno a un tavolo e ragioniamo. Io sono disponibile, aspetto di sapere se lo sono anche gli altri».