“Intervista” Pezzotta: nessuno sconto, il governo rispetti i patti sul Sud

30/09/2002



29 settembre 2002

L’INTERVISTA / Il leader della Cisl boccia i minori incentivi per le imprese e chiede risorse aggiuntive per l’economia del Mezzogiorno

Pezzotta: nessuno sconto, il governo rispetti i patti sul Sud

      ROMA – Dice Savino Pezzotta che prima di esprimere un giudizio, lui la Finanziaria la vuole vedere. Ma fa una premessa: «Noi abbiamo fatto un patto convinti che sia giusto. Un patto che abbiamo pagato caro, perché gli assalti alle nostre sedi, gli attentati incendiari, l’intolleranza nei confronti della Cisl sono un prezzo elevato. E siccome abbiamo pagato, adesso vogliamo riscuotere. Senza sconti». La lista di quello che vuole incassare, il segretario generale della Cisl ce l’ha bene in mente. Un elenco che comprende «gli sgravi fiscali per i redditi più bassi, i fondi per gli ammortizzatori sociali, ma soprattutto le risorse per il Mezzogiorno».
      E se non riscuote, Pezzotta?
      «Se non riscuoto farò quello che devo fare. Sono convinto che proprio perché la situazione economica è quella che è, il Patto per l’Italia è più necessario di prima».

      Lei vuole risorse per il Sud. Intanto però i ministri si azzuffano sulla presidenza del comitato di indirizzo dei fondi per il Sud. Come giudica lo spettacolo?

      «Confuso. Ancora non ho capito bene che sta succedendo. Ma una cosa è certa: bisogna evitare che i ministri siano deresponsabilizzati. E’ anche necessario che le competenze di spesa siano chiaramente specificate, ma principalmente che non si appesantisca ancora di più la burocrazia. Questa è la mia preoccupazione principale. Anche perché purtroppo è un’esperienza che è stata già fatta»

      Quando?

      «Nei tempi passati. Quando c’erano i grandi fondi non si decideva mai, mentre invece ora per il Mezzogiorno abbiamo bisogno di decisioni rapide, chiare e trasparenti».

      Lo dice come se non nutrisse grande fiducia in quello che uscirà dalla Finanziaria.

      «Non mi faccio molte illusioni. Vedo anzi con un po’ di preoccupazione quello che sta accadendo. Noi abbiamo sempre sostenuto che per il Sud servivano politiche economiche e fiscali di vantaggio. Ora sembra invece che il governo abbia intenzione di dimezzare, cosa che non ci è mai stata comunicata, gli incentivi a fondo perduto previsti dalla legge 488. E questo va proprio in direzione contraria a quello che abbiamo sempre detto».

      In direzione contraria anche del Patto per l’Italia?

      «In parte sì. Come si fa, con misure simili, a conseguire un tasso di crescita del Mezzogiorno superiore a quello medio europeo e del resto del Paese, com’è esplicitamente previsto nel Patto? Questa decisione avrà ricadute negative forse più pesanti delle stesse causate dalla soppressione del bonus per l’occupazione. Non riesco nemmeno a capire che senso abbia trasformare in un prestito il 50% dell’incentivo a fondo perduto, come ho letto sui giornali. Credo che il governo dovrà ripensarci».

      Resta il fatto che i conti pubblici vanno male e per il Mezzogiorno voi chiedete più soldi che in passato. Dove li deve prendere il ministro per l’Economia Giulio Tremonti?

      «Noi chiediamo solo quanto stabilito. L’impegno del governo era proprio quello che dovevano esserci più soldi, non meno. Il finanziamento degli 11 patti territoriali istruiti e non ancora finanziati. Un programma triennale per gli investimenti al Sud. L’impegno a consentire solo per il Sud il cumulo di credito d’imposta e altre agevolazioni. Il riordino generale degli incentivi. E altro ancora. Questo avevamo concordato, e questo ci aspettiamo di trovare nella Finanziaria».

      Dove invece troverà probabilmente i tagli alla scuola e alla sanità.

      «Se accadrà, visto che siamo contrari, agiremo di conseguenza. La Cisl della scuola ha già proclamato una mobilitazione. Anche sulla scuola avevamo convenuto delle cose precise. Per esempio, lo sviluppo delle nuove tecnologie multimediali, gli incentivi alla formazione continua, l’edilizia scolastica, i contratti dell’università. Anche questi sono elementi che vorremmo rintracciare nella Finanziaria».

      Il ministro delle Politiche comunitarie Rocco Buttiglione ha detto che i sacrifici li faranno solo le grandi imprese e la pubblica amministrazione. Non le basta?

      «L’altra sera a palazzo Chigi Silvio Berlusconi ha garantito che il Patto sarà rispettato e non ci saranno tagli allo Stato sociale. Anche se ho molte preoccupazioni per il Sud, per esprimere un giudizio aspetto di vedere il testo. A quel punto farò una verifica su quanto è previsto nel Patto e quanto c’è nella Finanziaria. Sulla base del risultato assumerò le mie decisioni. E lo vuole sapere qual è l’assurdo?»

      Qual è?

      «L’assurdo è che un mese e mezzo fa ci dicevano: "Avete firmato per un piatto di lenticchie". Adesso invece ci chiedono: "Riusciranno a pagarlo?" Prima era un piatto di lenticchie e adesso è diventato un piatto d’oro?».

      Forse non era né l’uno, né l’altro. E per lei cos’è?

      «Il Patto è l’unica politica di tipo antirecessivo di cui ha oggi bisogno il Paese e per questo saremo esigenti e rigorosi. Ecco perché per ora non mi voglio aggiungere al coro. Entro ottobre abbiamo in programma una grande conferenza nazionale sul Mezzogiorno. Poi si farà una grande assemblea nazionale dei nostri quadri per verificare se sono stati rispettati o meno gli impegni assunti».

      Il ministro del Lavoro Roberto Maroni ha detto che finché lui sarà ministro le pensioni non si toccheranno. Ma negli ambienti governativi si dà per scontato un intervento fra qualche mese. I maligni dicono dopo la firma dei contratti del pubblico impiego. Il suo punto di vista?

      «Siamo stati e restiamo contrari. E anche se si dovessero toccare le pensioni dopo la Finanziaria non cambierà nulla. Se si interverrà per ridurre i diritti acquisiti, ci opporremmo. Per noi la vera urgenza è quella della previdenza integrativa. Ci sono milioni di persone che fra qualche anno andranno in pensione con una pensione da fame e saranno un problema sociale, altro che le pensioni di anzianità. In giro c’è una miopia che fa spavento».

      Ma la previdenza integrativa non è finita su un binario morto?

      «Non mi stupisce. Tanto più perché il governo si è ostinato a mettere nella delega fiscale la decontribuzione per le imprese. Ma le sembra ragionevole? Si sta raschiando il fondo del barile per trovare qualche lira e contemporaneamente si fa la decontribuzione, che costa miliardi di euro. Bisognerebbe che il governo ragionasse e la togliesse di mezzo».

      E’ una delle poche cose sulle quali Cisl e Cgil sono ormai d’accordo. Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani oggi si è detto «addolorato» per le divisioni con Cisl e Uil. Sottolineando anche un differente giudizio sulla Finanziaria. E Pezzotta non è addolorato?

      «Epifani ha il diritto di dire tutto quello che vuole. Forse lui ha poteri divinatori e già conosce i contenuti della Finanziaria. Io questi poteri non ce li ho e ripeto che giudicherò quando avrò il testo in mano. Se il Patto sarà rispettato darò un giudizio, diversamente ne darò un altro. Ma a Epifani, se dentro c’è o non c’è il Patto, la Finanziaria non va bene lo stesso. Anche questa storia dell’unità sindacale, un giorno bisogna che riflettiamo…».

      Immagino che darà la colpa alla Cgil.

      «Sono pronto ad ammettere anche le mie responsabilità. Ma è chiaro come il sole che non potevamo seguire il progetto di Sergio Cofferati
      (predecessore di Epifani, ndr) . Ritengo legittimo il suo impegno per rifondare la sinistra. Ma non poteva chiederlo né alla Cisl né alla Uil. Ci pensi un po’: davvero si poteva pretendere che la Cisl e la Uil seguissero quel progetto, che non era il nostro?»
      La Cgil sciopera di nuovo sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E quest’anno i conflitti di lavoro sono già saliti del 475%. Non si rischia di tornare indietro anni luce, proprio per colpa del Patto?

      «Aver voluto fare una battaglia inutile per modificare l’articolo 18, per arrivare poi a non modificarlo sulla base dell’accordo fatto con noi, è stato l’errore più grave del governo. Si sono persi mesi importanti per fare cose importanti. Se il patto per l’Italia si fosse fatto subito dopo l’11 settembre e non otto mesi dopo le cose sarebbero andate diversamente».
Sergio Rizzo